Sia l’album “Ovunque Proteggi” (anche in versione con bonus track, una versione alternativa di Nutless) che il singolo “Dalla parte di spessotto” sono disponibili per il download sull’iTunes Music Store.
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A poco più di una settimana dalla sua pubblicazione, entra direttamente al primo posto in classifica il nuovo lavoro …
A poco più di una settimana dalla sua pubblicazione, entra direttamente al primo posto in classifica il nuovo lavoro di Vinicio Capossela, “Ovunque Proteggi”, il sesto album di inediti della sua carriera.
Per Vinicio Capossela si tratta del miglior piazzamento di sempre – che supera abbondantemente quello conseguito da “Canzoni a manovella” (2000), arrivato fino al sesto posto in classifica – a riconferma dell’apprezzamento del pubblico per un artista che da sempre segue una strada unica e lontana dai clamori del music business, fatta di qualità e dedizione alla sua musica.
Concepito e scritto nel corso dello scorso anno, “OVUNQUE PROTEGGI” è stato registrato inseguendo la musica e le vicende del disco nei luoghi in cui si erano manifestate: “Ho deciso di intendere i brani come ognuno a se stante, a ognuno un luogo, a ognuno i suoi musicisti”, spiega Capossela. “Il risultato è stato portare ciascun brano all’estremo delle sue potenzialità, ciascuno in fondo alla sua suggestione”.
Alle registrazioni dell’album hanno partecipato importanti musicisti italiani e internazionali come il violoncellista Mario Brunello, Ares Tavolazzi, Roy Paci, il compositore e arrangiatore Stefano Nanni, Marc Ribot, Gak Sato. Lo stesso Vinicio Capossela ha curato in prima persona la produzione dei brani, avvalendosi per la realizzazione dell’album della collaborazione di Pasquale Minieri, che con lui aveva già lavorato – in veste di produttore – al precedente album di studio, “Canzoni a manovella”.
Pubblicato nella sua prima tiratura in confezione digipack, e impreziosito dall’artwork curato dallo studio grafico catanese Etcetera di Jacopo Leone (www.etcetera.it) e dalle foto di Valerio Spada, “OVUNQUE PROTEGGI” contiene 14 nuove composizioni su 13 tracce. La pubblicazione dell’album è stata anticipata dall’uscita di un singolo, “Dalla parte di Spessotto”, in rotazione radiofonica dallo scorso 6 gennaio.
A breve partirà anche il tour di Vinicio Capossela, OVUNQUE PROTEGGI TOUR 2006, il cui debutto è previsto per il giorno di San Valentino, 14 febbraio, ad Avellino. (red)
(31 gennaio 2006)
(newsic.it)
Ecco la scansione del piccolo articolo:

di Paolo Gallori
Alzi la mano chi avrebbe scommesso un penny sul fatto che tra i due litiganti della nostra Hit Parade - l’antologia live di Vasco e la raccolta di de Andrè - il terzo che gode sarebbe stato Vinicio Capossela. Ebbene sì, per la prima volta nella sua storia di artista “borderline” e outsider assoluto, Capossela arriva al numero uno della classifica degli album più venduti in Italia redatta da Fimi-Nielsen. Ovunque proteggi debutta direttamente al vertice della hit parade risolvendo a suo favore il duello in corso da alcune settimane tra Buoni o Cattivi Live Anthology 04.05 di Vasco Rossi e In direzione ostinata e contraria di De Andrè. Certo, i titoli citati sono la conferma che la classifica degli album più venduti è ormai specchio dei gusti del solo pubblico adulto, quello che ancora compra i dischi e non li scarica dalla rete sotto forma di immateriali file digitali. Ma fa comunque piacere sottolineare il colpaccio di Capossela, artista di culto da sempre, dai connotati popolari sì, ma di certo non populisti, premiato da sempre dalla critica. Per questo vi riproponiamo lo Speciale con la Videointervista a Vinicio, la Recensione del disco e un Video girato nei luoghi di Ovunque proteggi.
(30 gennaio 2006)
Fonte:
(AGE) ROMA - ‘Ovunque proteggi’, il nuovo album di Vinicio Capossela, entra nella hit parade e conquista subito il vertice. Stabile al secondo posto troviamo Vasco Rossi con ‘Buoni o cattivi live Anthology 2004-2005′, mentre al terzo posto c’é ‘In direzione ostinata e contraria’ di Fabrizio De André. Stabile in quarta posizione ‘Confessions on a dance floor’ di Madonna, mentre scende al numero cinque della hit parade ‘Intensive care’ di Robbie Williams. Irremovibile Madonna, prima nei singoli con ‘Hung Up’, incalzata da due new entry: ‘Dentro alla scatola’ di Mondo Marcio e ‘Break the night with colour’ di Richard Ashcroft. Questa la classifica Fimi Nielsen dei dischi più venduti dal 20 al 26 gennaio (negozi specializzati) e dal 16 al 22 gennaio (grande distribuzione): 1) ‘Ovunque proteggi’, Vinicio Capossela (Atlantic/Wmi) 2) ‘Buoni o cattivi Live Anthology 04.05′, Vasco Rossi (Capitol/ Emi) 3) ‘In direzione ostinata e contraria’, Fabrizio De André (Ricordi/Sony Bmg) 4) ‘Confessions on a dance floor’, Madonna (Warner Bros/Wmi) 5) ‘Intensive care’, Robbie Williams (Capitol/Emi) 6) ‘Most wanted’, Hilary Duff (Virgin/Emi) 7) ‘Il dono’, Renato Zero (Tattica/Sony Bmg) 8) ‘Pieces of a dream’, Anastacia (Epic/Sony Bmg) 9) ‘Calma apparente’, Eros Ramazzotti (Ariola/Sony Bmg) 10) ‘Tutti qui’, Claudio Baglioni (Columbia/Sony Bmg) Questa la classifica dei singoli: 1) ‘Hung Up’, Madonna (Warner Bros/Wmi) 2) ‘Dentro alla scatola’, Mondo Marcio (Virgin/Emi) 3) ‘Break the night with colour’, Richard Ashcroft (Capitol/Emi) 4) ‘Wake up’, Hilary Duff (Virgin/Emi) 5) ‘Swan’, Elisa (Sugar/Universal) Questa la classifica delle compilation: 1) ‘Top of the spot 2006′ (Universal Strategic/Universal); 2) ‘Hot party winter 2006′ (Universal strategic/Universal) 3) ‘Imusic winter collection vol.2′ (Emi/Mkgt/Emi) 4) ‘Hip Hop don’t stop 2006′ (Universal strtegic/Universal) 5) ‘C.Coccoluto-IMusic selection 3-Evolution’ (Just/The Dub/Halidon). (AGE) RED-CENT
Capossela ha la pancia di Pantagruel o del Re Ubu, divora bulimico tutto quello che trova sulla strada: Cristianità e Iosip Stalin, Troia e il Colosseo, Ceronetti, Pasolini, meduse e minotauri. Ha avuto cinque anni per cercare cibo e ingoiare, cinque anni (dall’ ultimo disco) in cui non è mai stato fermo.
Si sente: si sente quest’ansia esploratrice, questa smania che intimorisce, lascia basiti e poi diverte, sul mare in burrasca della musica che riversa ondate di Medioriente, Russia da cartolina, Messico con sentimiento, Morricone vero e finto, Tom Waits, inni marziali da sabato fascista, per dirla con l’autore, che ogni tanto sembra perdere il controllo e consegnare i testi al più deleterio panellismo ma alla fine riesce a non essere prigioniero della sua pirotecnìa e a non sbalordire soltanto.
La partitura prevede una paradossale orchestra di chitarre, fiati, archi e tastiere convenzionali più un caravanserraglio di sonagli, mascelle d’asino, fischi da naso, organi a bocca cinesi e teremin che conferiscono il giusto color Capossela. Dietro la mattìa apparente, ci sono la ricchezza e il cuore grande di un artista che ha deciso di affrontare il vento forte e il pendio della nostra epoca senza protezioni, e di venircelo a raccontare subito, ancora con il fiatone; viene da maledirlo quando tira dritto in curva (Moska Valza, Dalla parte di Spessotto) ma poi dalla tuta di stuntman estrae canzoni intense come Non Trattare, come Ovunque proteggi, e allora è una benedizione.
Fonte:
delrock.it
Ovunque proteggi, disco “abbracciante” di Capossela
di Giorgio Maimone
È un magnifico disco obliquo e rimbalzante.
È un disco “abbracciante” come lo ha definito lo stesso Capossela, ma soprattutto “è un disco”, ossia un’opera compiuta con un inizio e una fine, un senso di marcia, delle istruzioni per l’uso che partono dalla copertina e finiscono all’ultima nota dell’ultimo solco un’ora, 11 minuti e 58 secondi dopo. Anzi, partono ancora prima perché Vinicio, facendo parziale violenza a se stesso, ha parlato del disco, lo ha presentato la sera del 19 gennaio a Milano, nella ex chiesa sconsacrata di San Carpoforo e ha fatto percepire l’affetto e le aspettative che nutre per questo lavoro. Diciamolo subito che sennò ci scappa fuori: se non è un capolavoro, poco ci manca.
Caleidoscopio in rosso
È comunque un’opera d’arte da ascoltare a lungo, da assaporare, da lasciare magari decantare un attimo, prima di tornare ad aspirarne l’aspro sentore di tannini o il velluto delle note che, a grappoli diseguali, ti si infilano in gola e nelle orecchie, formando una compatta colonna sonora per questi tempi disidratati. Difficile seguire esattamente tutte le circonvoluzioni, i ghirigori, i disegni automatici, le contraddizioni, i giochi di parole, i possibili equivoci di cui Vinicio costella le sue partiture. Restano la suggestione di 13 tracce quanto mai varie eppure unitarie nel loro eclettismo, che svariano da reminiscenze folkloriche (più che nel passato), il senso di un blues eminentemente personale, i ricordi d’infanzia, i topos letterari o cinematografici, le piccole tracce sparse di rebetico, un ché di musica circense che ci riporta immediatamente a Nino Rota e Fellini. I momenti lenti e riflessivi hanno il netto sopravvento su quelli più forti, ma pur nella sua lunghezza, nella sua farcitura degna di un piatto rinascimentale, il disco non annoia mai, perché la tavolozza dei paesaggi si impregna sempre di nuovi colori. Può sempre essere un rosso, ma qua è carminio e là è porpora, un po’ oltre è vermiglio e quindi trascolora in magenta. Ma anche rosso come i paramenti di una chiesa.
La penitenza dell’amaro del mare
A livello dei testi la sensazione dominante è infatti quella di una pervasiva spiritualità, sensazione corroborata dalle musiche che spesso sembrano alludere a temi sacri, ma il sacro di Capossela è più accennato che svelato: è un approccio pasoliniano allo stupore e alla meraviglia dello spirito. Che può essere, anche in senso pagano, quello insito nelle cose o nei luoghi diversi, sparsi per l’Italia, in cui “Ovunque proteggi” è stato concepito e in parte registrato: dalla grotta preistorica di Ispingoli in Sardegna, al paese natale del padre di Vinicio, Calitri in provincia di Avellino, al Teatro delle voci di Treviso, alla chiesa di San Bartolomeo di Scicli (Ragusa). Canzone eponima di questo coté spirituale è “S.S. dei Naufragati”, eseguita con il coro della Cappella di San Maurizio di Milano, nella chiesa di San Cristoforo sui Navigli e accompagnato dal violoncello/vascello di Mario Brunello, il teremin di Vincenzo Vasi e l’armonio di Stefano Nanni: “Oh madre mia / salvezza prendimi nell’anima / Oh madre mia / le ossa nell’acqua” oppure “E venne dall’acqua / venne dal sale / la penitenza / dell’amaro del mare”. “Questa è la ballata / di chi si è preso il mare / che lapide non abbia / né ossa sulla sabbia / né polvere ritorni / ma bruci sui pennoni / nei fuochi sacri / i fuochi alati / della Santissima dei naufragati”. Ma se questa è la canzone che più richiama la spiritualità “L’uomo vivo” parla di qualcuno che “ha lasciato il Calvario e il Sudario / ha lasciato la croce e la pena / si è levato il sonno di dosso / e adesso per sempre / per sempre è con noi”. Ma è uno strano Cristo questo, da festa popolare, da processione laica, da alzare e fare “saltare fino che arrivi in cima fino al ciel / fino a che veda il mar” che “barcolla e traballa / sul dorso della folla / si butta / si leva / al cielo si solleva”. Un Cristo da abbracciare e portare a mangiare! E “Non trattare”, il brano iniziale invita a “non trattare … la tua fede non trattare / Non trattare / non ti frantumare / o il peccato di renda mortale” . E “Colosseo” finisce con “il rosario della Carne” che riporta dritto alle Sacre Scritture, ma alla loro parte più buia e priva di gioia che un’interpretazione straniante non riesce a sollevare. Ma in fin dei conti lo stesso titolo richiama la preghiera, l’immagine sacra.
Il cavallo di Troia è ciucco
Gli episodi più leggeri sono affidati a “Brucia Troia” (sì, il doppio senso è voluto), a “Moskovalza” e a “Medusa cha cha cha”, che a dire di Capossela riecheggia il twist contenuto in “Ricotta” di Pasolini. Poi c’è “Dalla parte di Spessotto” che è un po’ il brechtiano “dalla parte del torto” riattualizzato e vissuto nella contrapposizione tra gli Spessotto e i Davide in cui si dividono tutte le scuole del mondo (sarebbe come dire i Franti e i Garrone, l’ultimo e il primo della classe). “A sei anni sei già perduto / e quando ti interrogano rimani muto (ma sul booklet c’è scritto “mupo”, ennesima capriola o sberleffo?)”. Voce in secondo piano e forse filtrata attraverso un megafono, con un potentissimo “shaba dum dum” in primo piano, melodie da anteguerra e ritmiche circensi. Piccolo gioiello di neo-realismo italiano.
Come è gonfia la strada di polvere e vento nel viale del ritorno
Ma se tutto il disco ha le stimmate delle genialità e dell’intensità, è nell’ultimo terzo dell’opera che risiedono le tracce più interessanti: cinque canzoni lunghe, per quasi trenta minuti di musica e parole e una successione di perle che iniziano con “Dove siamo rimasti a terra, Nutless”, proseguono con “Pena de l’alma”, si fanno purezza accecante in “Lanterne rosse”, si buttano nel gorgo della già citata “S.S. dei Naufragati” e sfumano nella dolcezza “abbracciosa” di “Ovunque proteggi”, canzone omonima all’intero lavoro e piccolo seme da cui, in fondo, come informa Vinicio, è nato tutto l’album. “Ovunque proteggi” è nata come sola musica che doveva essere inserita ne “Il ballo di San Vito” del 1996, ma non erano arrivate le parole adatte. “Quella musica aveva qualcosa di sacro - scrive Capossela nelle note di presentazione del disco - se per sacro intendo ciò che mi è caro. Ebbene, quella musica mi faceva rimpiangere tutto ciò che mi era caro. A parte piangerci sopra però non sapevo cosa farmene. Quindi l’ho messa da parte, perché pensavo che si meritasse qualcosa di suo. L’ho protetta a mio modo”. Adesso il momento è arrivato: sono arrivate le parole, la canzone “si è sporta per lasciarsi afferrare dalla scrittura” e ha coagulato attorno a sé le altre composizioni, fino a formare, nel corso di un anno scarso, il nucleo dell’intero disco. Un disco questo, a lungo meditato, ma in fin dei conti, composto e registrato in sei mesi scarsi e rifinito presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani, un nome che, come ormai sappiamo, sta sempre vicino alla musica di qualità superiore. “Ovunque proteggi” è musica di qualità superiore.
Fonte:
ilsole24ore.com
VINICIO CAPOSSELA
Ovunque Proteggi
Atlantic
Le variazioni del mulo
Genio, mistificatore, buffone, musicista sopraffino, irriverente… Vinicio Capossela è tutto e il contrario di tutto, è un compendio di caratteristiche cantautoriali che pochi altri hanno saputo mostrare non rinunciando mai la coerenza delle proprie idee. Guarda caso, il più fulgido esempio di questi è proprio Tom Waits di cui Capossela potrebbe essere tranquillamente considerata la controparte italiana. Ma sarebbe riduttivo considerare il Vinicio nazionale come una bieca imitazione del modello waitsiano: Capossela ha una propria personalità, variegata finché volete ma ce l’ha eccome, e i suoi lavori in studio, da “Il Ballo di San Vito” al bellissimo “Canzoni a manovella “ lo dimostrano ampiamente. C’è italianità a profusione tra le sgangherate (ma affascinanti) sonorità che hanno fatto la fortuna dello sciamano Waits, c’è l’orchestralità e la tradizione della musica popolare del Belpaese che tradiscono tutta l’amore che Capossela rivolge alle proprie radici.
Eppure “Ovunque proteggi” si apre con due brani come “Non trattare” e “Brucia Troia” che non possono non far venire in mente gli effluvi inebrianti di “Mule variations”, così come “Dalla parte di Spessotto” mostra attinenze con un capolavoro come “Singapore” (da “Rain dogs”), pur presentando inserti ‘bandistici’ e sonorità arcaiche tipici della memoria musicale italiana. E allora, direte voi? Manca un elemento fondamentale della musica di Waits, manca il blues primitivo, sostituito talora dal latino-mediterraneo (“Medusa Cha Cha Cha”, la quale ricorda non poco “Che coss’è l’amor), dalla fanfara (“L’uomo vivo”), dal melodramma (“S.S. dei naufragati”), tutte espressioni di cui la musica leggera italiana tradizionalmente abbonda.
L’eclettismo di Capossela lo porta ad esplorare territori inusuali come dimostrano le ritmiche quasi techno di “Moskavalza” o i riferimenti all’estremo oriente contenuti in “Lanterne rosse”. Per il resto, emergono poesia e ispirazione profonda nelle note emozionali di canzoni come “Nel blu”, “Pena del Alma” o come nella atmosferica title-track che chiude l’album; anche in questi brani, però, Capossela introduce spesso elementi più scanzonati (grazie soprattutto ad ensemble sopraffini di fiati e archi e alla collaborazione con Roy Paci che ricambia quella dello stesso Capossela ai tempi del progetto Banda Ionica) che sdrammatizzano e, certe volte, commuovono rispolverando partiture che si pensavano perse nell’oblio della memoria.
Vinicio Capossela come Tom Waits? I due si assomigliano, questo è certo. Ma lasciamo l’artista di “Coffe & cigarettes” perso nei bourbon di qualche localaccio newyorkese e teniamoci stretta questa sua (quasi) controfigura, disillusa e sorniona davanti ad un bel bicchiere di vermut in una trattoria di paese.
(23/1/06)
Fonte:
kronic.it
Raggiunto con “Canzoni a manovella” l’apice di una carriera che lo ha consacrato come miglior cantautore italiano della sua generazione, Vinicio Capossela era atteso al varco. I rischi di ingordigia da successo e di conseguenti cadute a precipizio erano altissimi. E lui, saggiamente, si è preso una lunga pausa. Ha acconsentito controvoglia a spezzare il silenzio con una raccolta (”L’indispensabile”), tanto per non far indispettire i discografici (”se proprio un’antologia deve uscire, meglio che sia da vivi…”, disse in quell’occasione), riuscendo comunque a piazzare un gioiellino come la cover à-la Calexico di “Si è spento il sole”, un vecchio hit di Celentano. E nel frattempo ha proseguito la sua ubriacante attività live in giro per piazze e teatri.
C’era dunque una febbrile attesa attorno all’uscita di “Ovunque proteggi”, primo album di inediti in sei anni. Un’attesa scandita dal tam tam dei forum e dei fan-club, ma anche dalla curiosità di una critica, che aveva osannato in coro “Canzoni a manovella”.
Per celebrare l’evento, il quarantenne italiano di Hannover ha voluto passare anche in cabina di produzione e si è circondato di un supercast, con musicisti come Mario Brunello (violoncello), Roy Paci (tromba), il newyorkese Marc Ribot (chitarre), Stefano Nanni (piano), Ares Tavolazzi (ex-Area) al contrabbasso e Gak Sato all’elettronica.
Il circo di mastro Vinicio, dunque, riapre i battenti, e lo fa “Dalla parte di Spessotto” (niente a che vedere con terzini della Juve, bensì un inno all’infanzia vissuta da “loser”). Titolo bizzarro per un singolo che rinnova il motteggiare farsesco di “Canzoni a manovella”, con un testo - tanto per cambiare - esilarante: si discetta “dell’acqua riusata nella vaschetta”, di quelli “appena nati dalla parte di sotto… col grembiule senza il fiocco” e di quando si può restare “abbagliati dalla balena nella pancia della falena”… Capossela gigioneggia da par suo tra ritmi saltellanti e divertissement vari. Sembra quasi un’altra “canzone a manovella”, ma affiorano anche i primi foschi presagi (”L’oscurità/ come un gendarme già/mi afferra l’anima”) di ciò che seguirà.
All’euforico affresco futurista di inizio Novecento delle “Canzoni a manovella”, succede infatti un viaggio oscuro e minaccioso, tra incubi e intemperie. “Gioia, salmi, naufragi, meduse e minotauri” - come recita il sito ufficiale - si succedono in un disco straripante, che si snoda come un rosario, attraverso le sue grottesche vicissitudini, fino alla invocazione finale della title track.
Fin dalla terminologia usata è evidente il contrasto tra la dimensione fisica, corporea (sangue, carne, teste, mascellate, ossa, cosce, budella, cervella…), e uno slancio mistico (anime, benedizioni, crocefissi, sudari, rosari…) inedito nel canzoniere caposseliano. Tante, comunque, le parole che - al solito - vivono solo del gusto onomatopeico del loro suono: sbocco, corchide, cubiti, fricassea, inchiostro, scannato, Zoquastro…
Registrate a spasso per l’Italia (Scicli, Treviso, Scordia, Rubiera, Montebello, Calitri, Scandiano, Roma, Milano), le tredici tracce sono a loro volta un pellegrinaggio nello spazio-tempo, tra luoghi mitici (Troia, il Colosseo degli antichi romani) e reali (la Mosca post-socialista, l’Asia di “Lanterne Rosse”). Un percorso affannoso in cerca di requie e protezione, come traspare dal titolo stesso dell’album.
Si parte con “Non trattare”, nenia arabeggiante che lambisce certo misticismo delirante alla Ferretti (la fonte è un salmo dalle Scritture), prima di sprofondare subito nel baratro di quella “Brucia Troia” che Vinicio voleva come singolo perché “avrebbe spopolato nei programmi di dediche radiofoniche” (!) e che è invece un deliquio orrorifico sul mito omerico, registrato nella Grotta Carsica di Ispinigoli in Sardegna, insieme a Ribot e a tre tenori sardi. Voce di carta vetrata, rumori, campanacci di mamuthones e citazioni dall’Edipo Re di Pasolini, per una piéce tanto sconcertante quanto suggestiva.
Altrettanto truculenta è la rievocazione dei riti circensi romani di “Al Colosseo” (un omaggio all’”In The Colosseum” del maestro Waits?), con un altro recitato farneticante di Capossela, su un tappeto di trombette e rulli di tamburi alla “Ben Hur” (”Chi ha taciuto sia mietuto al Colosseo, finché non arrivano i barbari, finché non arrivano i tartari…”).
Tra le novità del disco, oltre a questa attitudine spoken word, un uso più marcato dell’elettronica, portato in dote dal guru Gak Sato e sublimato in “Moskavalza”, techno-souvenir della metropoli russa, affogato in fiumi di vodka e giocato su un divertente pastiche di assonanze testuali.
Non mancano, comunque, tuffi nel passato più “godereccio” di Capossela, quello che vive di cazzeggi cha-cha-cha come quello della “Medusa”, delle baldorie da festa paesana di “L’uomo vivo” (con un testo, però, tutt’altro che innocuo) e di fastosi music-hall alla Broadway (”Nel blu”). E resta - oltre alla stella polare-Waits - il baffo del Conte più jazzy a far capolino con la sua orchestrina dixieland tra le pieghe della nostalgica (e deliziosa) “Dove siamo rimasti a terra Nutless”.
Melodicamente più povero di “Canzoni a manovella”, il disco paga dazio soprattutto nelle ballate (il traditional messicano di “Pena da l’alma”, la pianistica “Lanterne rosse” e la stessa title track finale), calando un po’ alla distanza dopo l’avvio pirotecnico. Ma Capossela si è tenuto l’asso nella manica e se lo gioca alla penultima traccia, con “S.S. dei naufragati”, climax drammatico dell’album, ispirato al “Moby Dick” di Melville e alla “Ballata del vecchio marinaio”di Coleridge (e già inciso in un disco della Banda Ionica). Una spettrale litania per violoncello, armonium, coro e theremin, che si leva in cielo dalla stiva di un vascello sommerso dai flutti, tra legni fradici e spiriti di morte.
In conclusione, che dire di un album così folle, disordinato, perfino sovraccarico di idee e di suoni? Che forse è il disco più coraggioso che Vinicio Capossela potesse fare dopo il botto di “Canzoni a manovella”, che sarebbe stato più facile clonare all’infinito le varie “Come una rosa” e “Che cossè l’ amor “, che i passaggi a vuoto (che pure non mancano) si possono perdonare di fronte a tanta creatività e intraprendenza. E poi, ammettiamolo, come si fa a non amare uno che ti dice di stare “dalla parte del porca vacca”?
Fonte:
ondarock.it
Tutti i giorni, alle 8.45, su Radio Capital
Le citazioni di Vinicio
‘Faccio parte dell’umanità pangermanica, quella che non ha passato l’oceano ma che è andata più vicino, in Svizzera, in Germania, in Belgio. Anche io con la mia famiglia sono stato sparato fuori dall’Italia, fino ad Hannover. E così mi è rimasto come un marchio di fabbrica. Da piccolo ne facevo un vanto, oggi, come diceva Pasolini, penso che amo il progresso ma non lo sviluppo. Io e quelli come me abbiamo sviluppato lì’.
‘Ho smesso con le sigarette e con le relazioni tempestose, tutte le cose che mi facevano acidità. Solo con il vino faccio un eccezione. Ma bevo solo sul lavoro. Come disse Churchill, l’alcol mi ha dato molto di più di quanto io abbia dato all’alcol’.
Vinicio senza cuore?
‘Il Minotauro è una grande metafora dell’amore. Io sono molto minotauro. Siamo tutti molto minotauri. Cerchiamo l’amore nel labirinto e quando lo troviamo lo sbraniamo. Se mi sono sposato in segreto? E’ un segreto. E dunque…’
‘Mio zio mi ha scritto una cartolina. Caro Vinicio, io ti auguro tutto quello che il tuo cuore desidera. Sempre che tu ne abbia ancora uno, di cuore’.
Vinicio e la musica
‘Ovunque proteggi’ non ha niente a che vedere con i santi o con la religione. Siamo noi che dobbiamo proteggerci fra noi, ognuno deve proteggersi e santificare. Santificare le cose che vogliamo sacralizzare. Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore’.
Tutti i giorni, da lunedì 23 a venerdì 27 gennaio, alle 8.45.
Domenica, dalle 11.00 alle 12.00, l’intervista completa su Radio Capital.
La registrazione delle puntate è disponibile nel nostro baule nella sezione audio.



