IL MATTINO sabato 21 gennaio 2006
CAPOSSELA, ECCO IL CD
«Canzoni-film tra Pasolini e minotauri»
Enzo Gentile Milano. «È un disco a tinte forti, il tentativo di fare un film attraverso una serie di canzoni influenzate dai film che ho visto mentre ci lavoravo: ”La ricotta” e ”Medea” di Pasolini, ”Il settimo sigillo” di Bergman, ”Andrej Roublev” di Tarkovsky. Fellini? No, ho attinto più dalle musiche di Carlo Rustichelli che da quelle di Nino Rota». La serata di presentazione del nuovo album di Vinicio Capossela, «Ovunque proteggi», si svolge in una chiesa sconsacrata nel cuore della Milano modaiola, crocevia di artisti e intellettuali un po’ decaduti. Un disco complesso, articolato, sofferto, destinato a restare tra i migliori dell’annata: «La gestazione è cominciata nel gennaio 2005», spiega lo chansonnier neoquarantenne, «abbiamo registrato in giro per studi, e non solo, anche in una grotta in Sardegna, in una chiesa in Sicilia. A Calitri, il paese irpino dov’è nato mio padre, ho ritrovato i musicisti che suonarono al matrimonio dei miei genitori». Per Marc Ribot, la Banda della Posta di Calitri in «Dalla parte di Spessotto» «suona come la risposta italiana a Buena Vista Social Club». Assieme al chitarrista incontriamo Mario Brunello, Ares Tavolazzi, Roy Paci, Stefano Nanni, Gak Sato, il coproduttore Pasquale Minieri. Musicisti di estrazioni diverse per canzoni dai suoni diversi, cupi o saltellanti, intellettuali o spudoratamente romantici: «C’è tanta varietà, per qualcuno troppa. Più che un catalogo assomiglia alla biblioteca di Alessandria». Canzoni ricche di «riferimenti, creature mitologiche, preghiere, personaggi veri e immaginari». Canzoni sacre eppur profane: «Ho portato ciascun brano all’estremo delle sue potenzialità, in fondo alla sua suggestione. Parlo della gente, della natura dell’uomo. Uso segni e simboli senza essere religioso. Credo che il cd sia decisamente politico, perché vivo, parla dei potenti e delle cose di tutti i giorni». «Non trattare» rimanda all’«Ecclesiaste» e ai «Salmi», «Brucia Troia» a Pasolini e alla solitudine del Minotauro. Poi c’è il cha-cha-cha della Medusa, la ferocia degli «spettacoli» al Colosseo, Mosca come terza Roma tra Lenin e Majakowsky, un valzer, un tema morriconiano, la dedica a Matteo Salvatore, i cori a tenores e l’elettronica, la canzone mariachi dell’amor perduto («Pena del alma» è «l’adattamento-traduzione di una canzone dei Los Lobos che in una situazione speciale ho ascoltato cinquanta volte di seguito: ha la solennità di un salmo, ideale per accompagnare un profondo dolore»). Vinicio canta l’infanzia, la gioventù, l’amicizia, il rosario della carne «che brucia e imputridisce» e risorge gioiosa di vita in «L’uomo vivo», invoca lo spirito come grazia. Il suo tour partirà dal Carlo Gesualdo di Avellino il 14 febbraio, San Valentino, ma anche San Modestino, protettore del capoluogo irpino. E il 21 marzo arriverà all’Augusteo di Napoli.



