VINICIO CAPOSSELA
Ovunque Proteggi
Atlantic
Le variazioni del mulo
Genio, mistificatore, buffone, musicista sopraffino, irriverente… Vinicio Capossela è tutto e il contrario di tutto, è un compendio di caratteristiche cantautoriali che pochi altri hanno saputo mostrare non rinunciando mai la coerenza delle proprie idee. Guarda caso, il più fulgido esempio di questi è proprio Tom Waits di cui Capossela potrebbe essere tranquillamente considerata la controparte italiana. Ma sarebbe riduttivo considerare il Vinicio nazionale come una bieca imitazione del modello waitsiano: Capossela ha una propria personalità, variegata finché volete ma ce l’ha eccome, e i suoi lavori in studio, da “Il Ballo di San Vito” al bellissimo “Canzoni a manovella “ lo dimostrano ampiamente. C’è italianità a profusione tra le sgangherate (ma affascinanti) sonorità che hanno fatto la fortuna dello sciamano Waits, c’è l’orchestralità e la tradizione della musica popolare del Belpaese che tradiscono tutta l’amore che Capossela rivolge alle proprie radici.
Eppure “Ovunque proteggi” si apre con due brani come “Non trattare” e “Brucia Troia” che non possono non far venire in mente gli effluvi inebrianti di “Mule variations”, così come “Dalla parte di Spessotto” mostra attinenze con un capolavoro come “Singapore” (da “Rain dogs”), pur presentando inserti ‘bandistici’ e sonorità arcaiche tipici della memoria musicale italiana. E allora, direte voi? Manca un elemento fondamentale della musica di Waits, manca il blues primitivo, sostituito talora dal latino-mediterraneo (“Medusa Cha Cha Cha”, la quale ricorda non poco “Che coss’è l’amor), dalla fanfara (“L’uomo vivo”), dal melodramma (“S.S. dei naufragati”), tutte espressioni di cui la musica leggera italiana tradizionalmente abbonda.
L’eclettismo di Capossela lo porta ad esplorare territori inusuali come dimostrano le ritmiche quasi techno di “Moskavalza” o i riferimenti all’estremo oriente contenuti in “Lanterne rosse”. Per il resto, emergono poesia e ispirazione profonda nelle note emozionali di canzoni come “Nel blu”, “Pena del Alma” o come nella atmosferica title-track che chiude l’album; anche in questi brani, però, Capossela introduce spesso elementi più scanzonati (grazie soprattutto ad ensemble sopraffini di fiati e archi e alla collaborazione con Roy Paci che ricambia quella dello stesso Capossela ai tempi del progetto Banda Ionica) che sdrammatizzano e, certe volte, commuovono rispolverando partiture che si pensavano perse nell’oblio della memoria.
Vinicio Capossela come Tom Waits? I due si assomigliano, questo è certo. Ma lasciamo l’artista di “Coffe & cigarettes” perso nei bourbon di qualche localaccio newyorkese e teniamoci stretta questa sua (quasi) controfigura, disillusa e sorniona davanti ad un bel bicchiere di vermut in una trattoria di paese.
(23/1/06)
Fonte:
kronic.it



