Raggiunto con “Canzoni a manovella” l’apice di una carriera che lo ha consacrato come miglior cantautore italiano della sua generazione, Vinicio Capossela era atteso al varco. I rischi di ingordigia da successo e di conseguenti cadute a precipizio erano altissimi. E lui, saggiamente, si è preso una lunga pausa. Ha acconsentito controvoglia a spezzare il silenzio con una raccolta (”L’indispensabile”), tanto per non far indispettire i discografici (”se proprio un’antologia deve uscire, meglio che sia da vivi…”, disse in quell’occasione), riuscendo comunque a piazzare un gioiellino come la cover à-la Calexico di “Si è spento il sole”, un vecchio hit di Celentano. E nel frattempo ha proseguito la sua ubriacante attività live in giro per piazze e teatri.
C’era dunque una febbrile attesa attorno all’uscita di “Ovunque proteggi”, primo album di inediti in sei anni. Un’attesa scandita dal tam tam dei forum e dei fan-club, ma anche dalla curiosità di una critica, che aveva osannato in coro “Canzoni a manovella”.
Per celebrare l’evento, il quarantenne italiano di Hannover ha voluto passare anche in cabina di produzione e si è circondato di un supercast, con musicisti come Mario Brunello (violoncello), Roy Paci (tromba), il newyorkese Marc Ribot (chitarre), Stefano Nanni (piano), Ares Tavolazzi (ex-Area) al contrabbasso e Gak Sato all’elettronica.
Il circo di mastro Vinicio, dunque, riapre i battenti, e lo fa “Dalla parte di Spessotto” (niente a che vedere con terzini della Juve, bensì un inno all’infanzia vissuta da “loser”). Titolo bizzarro per un singolo che rinnova il motteggiare farsesco di “Canzoni a manovella”, con un testo - tanto per cambiare - esilarante: si discetta “dell’acqua riusata nella vaschetta”, di quelli “appena nati dalla parte di sotto… col grembiule senza il fiocco” e di quando si può restare “abbagliati dalla balena nella pancia della falena”… Capossela gigioneggia da par suo tra ritmi saltellanti e divertissement vari. Sembra quasi un’altra “canzone a manovella”, ma affiorano anche i primi foschi presagi (”L’oscurità/ come un gendarme già/mi afferra l’anima”) di ciò che seguirà.
All’euforico affresco futurista di inizio Novecento delle “Canzoni a manovella”, succede infatti un viaggio oscuro e minaccioso, tra incubi e intemperie. “Gioia, salmi, naufragi, meduse e minotauri” - come recita il sito ufficiale - si succedono in un disco straripante, che si snoda come un rosario, attraverso le sue grottesche vicissitudini, fino alla invocazione finale della title track.
Fin dalla terminologia usata è evidente il contrasto tra la dimensione fisica, corporea (sangue, carne, teste, mascellate, ossa, cosce, budella, cervella…), e uno slancio mistico (anime, benedizioni, crocefissi, sudari, rosari…) inedito nel canzoniere caposseliano. Tante, comunque, le parole che - al solito - vivono solo del gusto onomatopeico del loro suono: sbocco, corchide, cubiti, fricassea, inchiostro, scannato, Zoquastro…
Registrate a spasso per l’Italia (Scicli, Treviso, Scordia, Rubiera, Montebello, Calitri, Scandiano, Roma, Milano), le tredici tracce sono a loro volta un pellegrinaggio nello spazio-tempo, tra luoghi mitici (Troia, il Colosseo degli antichi romani) e reali (la Mosca post-socialista, l’Asia di “Lanterne Rosse”). Un percorso affannoso in cerca di requie e protezione, come traspare dal titolo stesso dell’album.
Si parte con “Non trattare”, nenia arabeggiante che lambisce certo misticismo delirante alla Ferretti (la fonte è un salmo dalle Scritture), prima di sprofondare subito nel baratro di quella “Brucia Troia” che Vinicio voleva come singolo perché “avrebbe spopolato nei programmi di dediche radiofoniche” (!) e che è invece un deliquio orrorifico sul mito omerico, registrato nella Grotta Carsica di Ispinigoli in Sardegna, insieme a Ribot e a tre tenori sardi. Voce di carta vetrata, rumori, campanacci di mamuthones e citazioni dall’Edipo Re di Pasolini, per una piéce tanto sconcertante quanto suggestiva.
Altrettanto truculenta è la rievocazione dei riti circensi romani di “Al Colosseo” (un omaggio all’”In The Colosseum” del maestro Waits?), con un altro recitato farneticante di Capossela, su un tappeto di trombette e rulli di tamburi alla “Ben Hur” (”Chi ha taciuto sia mietuto al Colosseo, finché non arrivano i barbari, finché non arrivano i tartari…”).
Tra le novità del disco, oltre a questa attitudine spoken word, un uso più marcato dell’elettronica, portato in dote dal guru Gak Sato e sublimato in “Moskavalza”, techno-souvenir della metropoli russa, affogato in fiumi di vodka e giocato su un divertente pastiche di assonanze testuali.
Non mancano, comunque, tuffi nel passato più “godereccio” di Capossela, quello che vive di cazzeggi cha-cha-cha come quello della “Medusa”, delle baldorie da festa paesana di “L’uomo vivo” (con un testo, però, tutt’altro che innocuo) e di fastosi music-hall alla Broadway (”Nel blu”). E resta - oltre alla stella polare-Waits - il baffo del Conte più jazzy a far capolino con la sua orchestrina dixieland tra le pieghe della nostalgica (e deliziosa) “Dove siamo rimasti a terra Nutless”.
Melodicamente più povero di “Canzoni a manovella”, il disco paga dazio soprattutto nelle ballate (il traditional messicano di “Pena da l’alma”, la pianistica “Lanterne rosse” e la stessa title track finale), calando un po’ alla distanza dopo l’avvio pirotecnico. Ma Capossela si è tenuto l’asso nella manica e se lo gioca alla penultima traccia, con “S.S. dei naufragati”, climax drammatico dell’album, ispirato al “Moby Dick” di Melville e alla “Ballata del vecchio marinaio”di Coleridge (e già inciso in un disco della Banda Ionica). Una spettrale litania per violoncello, armonium, coro e theremin, che si leva in cielo dalla stiva di un vascello sommerso dai flutti, tra legni fradici e spiriti di morte.
In conclusione, che dire di un album così folle, disordinato, perfino sovraccarico di idee e di suoni? Che forse è il disco più coraggioso che Vinicio Capossela potesse fare dopo il botto di “Canzoni a manovella”, che sarebbe stato più facile clonare all’infinito le varie “Come una rosa” e “Che cossè l’ amor “, che i passaggi a vuoto (che pure non mancano) si possono perdonare di fronte a tanta creatività e intraprendenza. E poi, ammettiamolo, come si fa a non amare uno che ti dice di stare “dalla parte del porca vacca”?
Fonte:
ondarock.it



