Capossela ha la pancia di Pantagruel o del Re Ubu, divora bulimico tutto quello che trova sulla strada: Cristianità e Iosip Stalin, Troia e il Colosseo, Ceronetti, Pasolini, meduse e minotauri. Ha avuto cinque anni per cercare cibo e ingoiare, cinque anni (dall’ ultimo disco) in cui non è mai stato fermo.
Si sente: si sente quest’ansia esploratrice, questa smania che intimorisce, lascia basiti e poi diverte, sul mare in burrasca della musica che riversa ondate di Medioriente, Russia da cartolina, Messico con sentimiento, Morricone vero e finto, Tom Waits, inni marziali da sabato fascista, per dirla con l’autore, che ogni tanto sembra perdere il controllo e consegnare i testi al più deleterio panellismo ma alla fine riesce a non essere prigioniero della sua pirotecnìa e a non sbalordire soltanto.
La partitura prevede una paradossale orchestra di chitarre, fiati, archi e tastiere convenzionali più un caravanserraglio di sonagli, mascelle d’asino, fischi da naso, organi a bocca cinesi e teremin che conferiscono il giusto color Capossela. Dietro la mattìa apparente, ci sono la ricchezza e il cuore grande di un artista che ha deciso di affrontare il vento forte e il pendio della nostra epoca senza protezioni, e di venircelo a raccontare subito, ancora con il fiatone; viene da maledirlo quando tira dritto in curva (Moska Valza, Dalla parte di Spessotto) ma poi dalla tuta di stuntman estrae canzoni intense come Non Trattare, come Ovunque proteggi, e allora è una benedizione.
Fonte:
delrock.it



