Scansione by Lo5co.
Trastevere, settembre 2005. Vinicio Capossela viene “avvistato” in un locale, in piedi davanti al bancone, sorseggia un buon bicchiere e parla allegramente con il barman. Maglietta e pantaloni larghi, in testa un berretto che lo fa assomigliare a un marinaio appena sbarcato da un mercantile… Ed è più o meno così. In quei giorni Vinicio sta completando la lavorazione del nuovo album, Ovunque proteggi. Oggi, gennaio 2006, berretto e pesante giubba, Capossela fa scalo nei nostri studi assieme alla sua nuova musica, che si scopre essere davvero il frutto di mesi di navigazione.
Se Canzoni a manovella, pubblicato nel 2000, rappresentava un viaggio nel tempo e nello spazio, splendido affresco sonoro dei sogni, delle visioni e delle speranze che un secolo prima avevano accompagnato l’arrivo del Novecento, tra scafandri, dirigibili e marajà, Ovunque proteggi è un diario di bordo in cui ogni canzone è in sè un itinerario diverso.
Diversa la mèta: tra le pieghe della parola fede (quella cieca in Non trattare, quella della disperazione in S.S. dei Naufragati, la purezza di cuore in Ovunque proteggi), viaggi tra sacro e pagano (il crocifisso “portato a mangiare” dopo la resurrezione in L’Uomo vivo, Il rosario della carne), viaggi nel mito (Brucia Troia, con la citazione dell’Edipo Re di Pasolini, Medusa) o nell’album dei ricordi (i compagni dell’ultima fila alle elementari, già condannati a sei anni, in Dalla parte di Spessotto, la continua ribellione a una vita “regolare” in Dove siamo rimasti a terra Nutless
http://www.kwmusica.kataweb.it/kwmusica/pp_scheda.jsp?idContent=125509&idCategory=2028
È uscito il nuovo cd di Vinicio Capossela, Ovunque proteggi. Si tratta di tredici brani «scritti e diretti» da Vinicio Capossela, che mette come il solito in evidenza la sua vena eclettica di artista che non ha frontiere. Già solo l’elenco dei titoli rende l’idea. In Brucia Troia si ricama sull’epopea omerica, in Moskavalza i riferimenti sono ovviamente alle atmosfere russe, Al Colosseo è invece un canto ritmato e ossessivo che, come spiega lui, «sarebbe bello da cantare proprio dentro quel monumento». Registrato in giro per l’Italia persino con l’aiuto dell’orchestra che suonò al matrimonio del padre di Capossela, Ovunque proteggi sarà portato in tour: prima data il 14 febbraio ad Avellino.
Fonte:
ilgiornale.it
Viaggi, mostri, cori angelici e champagne: Capossela presenta ‘Ovunque proteggi’
Un pezzo per violoncello, armonium, coro e theremin. Uno per voce e pianoforte solo. Un altro ancora con un trio dixieland di accompagnamento. E a seguire un mezzo bagno nello champagne, come sul podio di una competizione sportiva. Così Vinicio Capossela celebra l’uscita del nuovo disco “Ovunque proteggi”, nei negozi da ieri venerdì 20 gennaio. Siamo nel cuore di Brera, nella ex chiesa di San Carpoforo. “Io stesso”, spiega al microfono con un po’ di imbarazzo prima di eseguire il suo mini set per giornalisti e addetti ai lavori, “sono un ex profeta, e un ex marito. E qui dentro ci sono tanti ex voto”. “Confido nell’anno del Capricorno in cui siamo appena entrati come migliore auspicio per un’opera pelosa e cornuta come questa”, aggiunge, e sembra già di entrare nel mondo fantastico e visionario delle sue canzoni. Deve amarle tanto, perché a ciascuna dedica una frase, un aneddoto, un ricordo. “ ‘Dalla parte di Spessotto’ nasce più o meno trentacinque anni fa, a Bari, quando io di anni ne avevo cinque. Una notte sentii un tarlo nell’orecchio e pensai che sarei morto di lì a poco, troppo presto per essere in regola con la lista dei peccati da compiere e le successive espiazioni. Il giorno dopo, a scuola, capii la differenza che passava tra i bambini bravi e quelli che non hanno mai il fiocco e i capelli in ordine. L’hanno scelta come singolo, misteri della discografia. Io avevo proposto ‘Brucia Troia’: credo che avrebbe spopolato nei programmi di dediche radiofoniche”, butta lì tanto per sciogliere quel filo di gelo, anche climatico, che ancora aleggia nella antica navata della chiesa. Ed ecco le altre canzoni: “C’è un salmo dalle Scritture, ‘Non trattare’, e un pezzo techno, ‘Moska valza’ che in sei minuti racconta la preistoria russa e la realtà di una megalopoli moderna. C’è ‘Al Colosseo’, che è quasi come la colonna sonora di Ben Hur e che tratta un argomento sempre di attualità. C’è ‘Nel blu’, che è un pezzo di magia, danza e illusionismo sonoro. E c’è una canzone molto italiana, un po’ alla Rustichelli, sul mito della Medusa. Mi è nata dopo aver visto un quadro di una pittrice svedese mia amica”. E’ uno dei tanti “mostri”, draghi minotauri e ciclopi, che popolano questo disco visionario, ostico, affascinante. “E’ che mostri siamo anche noi umani”, spiega Vinicio, “creature perennemente divise a metà”. Poi continua a dare le sue indicazioni di rotta: “ ‘Pena de l’alma’ l’ho presa dai Los Lobos. Una sera che soffrivo particolarmente per amore la ascoltai quaranta volte di seguito. E intanto mi spegnevo sigarette sul braccio. ‘Lanterne rosse’ invece è una canzone d’attesa e di ombre. L’abbiamo registrata alle quattro di mattina alle Officine Meccaniche, sui Navigli, una sera di fine agosto. Come sul Golgota arrivò un nubifragio e mancò la corrente: e un po’ s’era spenta davvero la luce, quel giorno. Era morto Matteo Salvatore”. Un altro dei pezzi chiave, “La Ss. dei naufragati”, trae invece ispirazione da Melville e dal Capitano Achab, da Coleridge e dalla sua “Ballata del vecchio marinaio”: “L’avevo scritta per la Banda Ionica. Ci sono spettri e fuochi fatui; il violoncello del maestro Mario Brunello, qui, mi fa pensare ad un vascello che galleggia tra le tempeste dei marosi”. Fa parte del breve concertino, insieme con “Nutless” (“Una storia d’amicizia”) e “Ovunque proteggi”, la canzone. “Risale a tanto tempo fa, è una costola de ‘Il ballo di S. Vito’. Mi sembrava una melodia così forte che per tanto tempo non ho saputo metterci delle parole. L’ho intesa come un pezzo di genere abbracciante, di fine viaggio, quando ci si vuole ricongiungere con chi si è lasciato indietro. Perché se il prezzo di vivere è perdere la partita, quello dell’andare è lasciare. E se questo disco ha un tema, è quello del viaggio che ogni uomo intraprende nel corso della vita con tutte le separazioni che questo comporta”. In viaggio, “on the road” il disco stesso ha preso forma: Milano e Roma, gli studi di Rubiera (Reggio Emilia) e il Teatro delle Voci di Treviso. E poi Calitri, paese natale del padre di Capossela, la chiesa di Scicli, in Sicilia, e la grotta preistorica di Ispinigoli, in provincia di Nuoro. “Sì, è un disco nato nel segno della protezione e del pellegrinaggio, questo. Per strada, a tappe, e grazie a tutti quelli che alle mie richieste più assurde hanno risposto: te lo posso fare”. Li cita uno per uno, i pezzi, perché lui crede nel disco “come opera unitaria, anche se andiamo verso la frammentazione digitale. Se rompere l’unità è un peccato per gli ebraici lo è anche per me: il disco è un tutt’uno, dal cartoncino della copertina alla sua anima di ferro. E questo è da mandare giù tutto intero, magari poche volte nella vita”. Legge una poetica lettera aperta e sembra proprio ebbro di gioia, Vinicio, come il Cristo portato in processione di “L’uomo vivo”. Prosit.
Fonte:
rockol.it
Capossela ci canta la Bibbia e i kamikaze
di Federico Fiume
Cinque anni dopo Canzoni a manovella Vinicio Capossela torna con un album dai sapori quasi apocalittici, denso di immagini forti, di atmosfere immanenti, in cui la canzone è piegata a una interpretazione mitologica e alla pervasiva presenza del sacro nelle sue forme più arcaiche e possenti. Ovunque proteggi devia dal consueto vocabolario espressivo di Capossela, andando a pescare in fondo all’ampio cilindro del suo immaginario, giù giù fino agli archetipi che infondono il tempo, la cultura, l’umanità sin dall’alba della civiltà. Il Minotauro, la Medusa, i riti sacri del sud Italia, l’enorme bacino dell’immaginario biblico emergono fra i solchi di un album che fa della dimensione atemporale l’arma migliore per rappresentare la contemporaneità. Espressioni come «scontro di civiltà» o «guerra di religione», che sembravano sepolte sul fondo della Storia, sono tornate di drammatica attualità e l’incombere della tragedia, della distruzione, si distende nuovamente sul mondo. Per questo Ovunque proteggi, nella sua rappresentazione drammaturgica neo-barocca, è un attuale e inquietante messaggio di realtà.
«Queste suggestioni - spiega Capossela - mi parlavano già da diverso tempo. C’è un momento in cui le cose ti parlano; cinque anni fa era successo per tutto un altro genere di mondo, quello di Canzoni a manovella che rappresentava una certa storia del Novecento. In questo caso tutto parte dai segni e dalla loro interpretazione; gli dei non si sono mai mostrati agli uomini, bisogna interpretarne i segni. Nell’antica Grecia gli ospiti erano sacri perché sotto le loro spoglie poteva celarsi un dio che bussava alla tua porta. Come un viandante, mi sono messo a disposizione della strada e dell’incontro, ho attraversato il deserto, che è una cosa che bisogna sempre fare per avere visioni. Poi devi digiunare o nutrirti solo di certe cose e soprattutto non prendere nessun tipo di impegni. Dopo il deserto si possono trovare anche luoghi molto prossimi alla tua esistenza, però devi metterti nella condizione giusta d’ascolto». Creato il necessario spazio, giunge la visita dell’ispirazione, che stavolta si presenta nella forma degli archètipi: «Gli archétipi sono le pietre di base su cui tutto è costruito, cose che poi si riproducono e si ampliano». Ma essi non si mostrano se non a chi sa interpretare i segni della loro presenza, segni che Capossela ha percepito in una varia quantità di cose diverse: dall’Ecclesiaste biblico tradotto da Ceronetti, «magnifica fonte di visioni», all’Iliade; dalla cronaca sanguinolenta di islamici martìri esplosivi e relativi video-proclami, alle processioni siciliane della settimana santa, passando per il Colosseo, per Pasolini e il suo Edipo Re o per un vecchio pezzo dei Los Lobos come Prenda del alma, da lui tramutata in Pena del alma. Poi ci sono le gallerie della metropolitana di Mosca che si mostrano come «le nuove catacombe», fino ai funerali di Papa Wojtyla: «Mi hanno molto impressionato - ricorda il cantante - Mi ero ubriacato la sera prima, avevo fatto pasticci e mentre ero lì che mi rigiravo nel letto, dalla televisione accesa mi arriva questo rito solenne. Era il periodo dopo Pasqua, ero già stato a qualche festa della settimana santa in Sicilia. A parte il folclore e il costume c’è proprio l’uomo in quei riti: la carne, la morte della carne, la dissoluzione della carne, il verbo iniziale, perché anche la parola cristianesimo ha già nel suono della sua sillaba iniziale, quel “cr” che la evoca. Guardavo questi funerali sferzati dal vento e alcuni amici di Roma mi hanno detto che c’era solo lì, nel resto della città no. Il vento è stata una presenza che ha accompagnato molti momenti significativi del suo papato, ci sono diverse foto di lui con la mantellina che svolazza. Mi ha molto colpito questa presenza anche al suo funerale».
Le 13 canzoni dell’album sono state registrate in studi, ma anche in una grotta preistorica in Sardegna (Brucia Troia), in una chiesa di Scicli in Sicilia, in una Milano d’agosto che Capossela descrive come «una Babilonia deserta, attraversata da una visione: il sommergibile Toti in lento cammino per le strade della città. Insomma questo è il disco: l’uomo. Partendo dal niente sotto il sole, con intorno un deserto di pietre e una pietra in mano, come nell’Odissea di Kubrick, fino allo spazio».
Fonte:
L’Unità
Ovunque proteggi
A digiuno da cinque anni (se si trascura l’uscita del 2003 della raccolta “L’indispensabile”), ovvero dall’eccellente “Canzoni a Manovella”, ci troviamo emozionati e compressi dalla ressa allo showcase di Ovunque Proteggi, nuovo disco di Vinicio Capossela, organizzato al feltrinellone di piazza Piemonte a Milano. La ressa è tale che a un certo punto gli ingressi vengono chiusi, i Vinicio cloni si sprecano, con la barba incolta, il cappello sulla nuca e un bicchiere di rosso in mano. La situazione - come sempre quando c’è di mezzo il più geniale e visionario cantautore italiano vivente - è surreale. Vinicio sale sullo stage emozionato e pencolante, farfuglia due parole, beve un bicchiere di vino rosso, ricomincia. Lo showcase è bislacco, lui racconta storie visionarie e di tanto in tanto fa ascoltare un pezzetto del brano. Peccato non aver potuto ascoltare prima il CD, si sarebbe potuto capire molto di più di quello che Vinicio ha raccontato tra un sorso di vino e l’altro.
Non s’è capito granché, ma la percezione - dai frammenti proposti - è stata subito eccellente. La corsa a casa e un doppio ascolto hanno confermato la prima impressione. Il disco è un capolavoro. Assoluto, folle, visionario. Come un quadro di Van Gogh, come un libro di John Fante. Si ascolta sapendo che lo si riascolterà. Non si consuma come tanta altra musica, ma dice con chiarezza che regalerà emozioni nuove a ogni ascolto per tanto tempo a venire. Magico, inimitabile Vinicio.
Qualche commento sui singoli brani.
Non trattare. Testo gotico-cabbalistico, musica di atmosfera ashkenazita, “se non chiedi non ti sarà; dato, se non cerchi non sarai trovato” arricchito dallo shofar di Elia Galante. Zeno De Rossi suona teste di morto e mascella d’asino. Sei minuti di suggestione mediorientale.
Brucia troia. “Il cavallo di troia è ciucco come il mio ciuffo. Fai scialo amante mia delle tue cosce”. Testo da sarabanda caposseliana, dal doppio senso del titolo, un ossessionante edizione di Maraja.
Dalla parte di Spessotto. La filastrocca che Vinicio non manca mai di regalare, tornano le atmosfere di Canzone a manovella (anche qui c’entra il mare, c’è la pancia della balena), ma con un arrangiamento più complesso, a volte quasi ridondante, che aggiunge ironia e fa di “Spessotto” un capolavoro. Il finale felliniano, dove la musica si trasforma e sorprende anche al secondo ascolto, è la pura genialità di Vinicio che sborda e sbrodola, lasciando annichilito l’ascoltatore.
Moskavalza. Il maraja torna in versione turbotechno, condito con la rima cervella-caravella che solo Capossela poteva inventare. “La zigulì è finita, kurkskaja in rimonta”, rime ossessive e allucinate, esagerate. parole in libertà, che perdono il significato originale (quando ce l’hanno) e diventano strumenti musicali.
Al colosseo. Vinicio gioca con corni, timpani e gladiatori, che devono essere sbranati, spellati, squartati al Colosseo e poi serviti in fricassea dopo aver “ricevuto il ferro” con l’antico grido habet hoc. Un’altro incubo grandguignolesco di suoni e parole, che non si riesce a smettere di ascoltare.
L’uomo vivo. “Va il cristo di legno, non crede ai suoi occhi, non crede alle sue orecchie, nemmeno il tempo di resuscitare e già l’anno portato a mangiare”. La banda “A. Busacca” di Sicli, provincia di Ragusa, il 18 agosto accompagna in processione la statua di Cristo. Vinicio lo racconta e riesce, con la sua musica da circo e la sua improbabile e geniale filastrocca, a far percepire a chi ascolta l’ondeggiare di una statua di legno portata a braccia dalla folla.
Medusa cha cha. “Mi ha messo un aspide per capello e adesso in testa mi sento uno zoo”. La mitologica Medusa si trasforma in una signorina ammiccante, che balla il cha-cha-cha, preoccupata di avvisare ogni partner di non guardarla negli occhi, per non diventare un baccalà. Ma non c’è verso, povera Medusa, ci cascano tutti. Ma lei non rinuncia ad aspettare un uomo vero che la prenda per i “capelli” e le facia “perdere la testa”. Atmosfera anni ‘50 e sonorità volutamente obsolete aggiungono a un testo esilarante.
Nel blù. Dolcissimo nonsense a ritmo di valzer, in cui Vinicio rivela tutta la sua follia di artista che galleggia tra i fumi dell’alcol e la sua fantasia senza confini. Follia contagiosa, perché la strofa “L’illusione è tutto nella vita, tenere in vita il domatore, fasciare i fianchi alla zuava, in martingala”, che sposta il valzer su magiche atmosfere viennesi, è contagiosa.
Nutless. “Buttarci a piedi pari nella vasca del Campari”. Una suggestione creata su un personaggio del suo libro, Nutless, che aveva grandi progetti ma finisce a dipingere soldatini in miniatura.
Pena de alma. “Come levare via il profumo al fiore? Come togliere al vento l’armonia?” Atmosfere da America del sud per questa versione riveduta e corretta di una dolorosa canzone tradizionale messicana, a cui Vinici aggiunge una punta della sua magia. Pregevole guitaron di Glauco Zuppiroli.
Lanterne rosse. “Le ombre fanno e disfanno giganti nel cielo color di pioggia”. Un’atmosfera sottile, intimista, che ricorda i primi dischi, impreziosita dal profumo cinese e dal piano Duysen che Vinicio sa far cantare come nessuno.
S.S. dei naufragati. “E il comandante avanza e niente si può fare. Vuole una morte la vuole affrontare”. Un recitativo ermetico e visionario, sottolineato da un violoncello in primo piano.
Ovunque proteggi. “Ancora proteggi la grazia del mio cuore. Adesso e per quando tornerà l’incanto. L’incanto di te, di te vicino a me”. Canzone dell’amore assopito, a tempo di beguine, dolcissima e ispirata. Commovente ed emozionante al contempo, è con Spessotto il pezzo migliore di un CD “migliore” in tutto e per tutto.
Fonte:
One More Blog
LA PROVINCIA DI COMO sabato 21 gennaio
anteprime Vinicio Capossela: «Il mio disco dalle molte anime»
milanoDopo un lungo silenzio, risale a sei anni fa il suo ultimo disco di nuove canzoni, Vinicio Capossela ritorna con Ovunque proteggi, presentato giovedì in anteprima alla stampa nella suggestiva cornice della basilica sconsacrata di San Carpoforo, nel cuore di Brera a Milano, e ieri pomeriggio anche al pubblico di un’affollatissima Feltrinelli. «Sono lieto che questo album nasca sotto il segno del Capricorno», ha esordito l’artista prima di raccontare, a modo suo, la genesi di un disco di lunga gestazione, registrato a tappe, «Come in un pellegrinaggio», dalle molte anime. Curato nei minimi dettagli perché, proclama orgogliosamente, «Io credo ancora nel disco, come oggetto, dal suo cartone alle immagini al libretto. Lo so: è un oggetto in via d’estinzione. Oggi non si ascoltano neppure più per intero, ognuno sceglie che brano prendere. Ma questo, vi consiglio, è da prendere tutto, a piccole dosi, non più di tre o quattro volte l’anno». Dopo una simile dichiarazione d’amore, ha rimarcato anche sulle scelte della sua etichetta commentando una canzone dal titolo indubbiamente evocativo: Brucia Troia: «Pensavo sarebbe stata perfetta come singolo da passare in radio. Anzi, immaginavo già le richieste con dedica, invece è stata scelta Dalla parte di Spessotto. Misteri». Tre brani eseguiti in anteprima: S.S. dei naufragati dove convivono un harmonium a pedali, il violoncello di Mario Brunello, il theremin di Vincenzo Vasi e il Coro della Cappella di San Maurizio. Capossela da solo al pianoforte per Ovunque proteggi e, sul finire, Dove siamo rimasti a terra Nutless. Alla pubblicazione di Ovunque proteggi, da ieri in tutti i negozi, seguirà, ovviamente il tour che partirà da Avellino il 14 febbraio, che toccherà Milano il 14 aprile (Teatro Smeraldo) e che arriverà anche al Cinema Teatro di Chiasso, il 20 maggio. Al. Br.
IL MATTINO sabato 21 gennaio 2006
CAPOSSELA, ECCO IL CD
«Canzoni-film tra Pasolini e minotauri»
Enzo Gentile Milano. «È un disco a tinte forti, il tentativo di fare un film attraverso una serie di canzoni influenzate dai film che ho visto mentre ci lavoravo: ”La ricotta” e ”Medea” di Pasolini, ”Il settimo sigillo” di Bergman, ”Andrej Roublev” di Tarkovsky. Fellini? No, ho attinto più dalle musiche di Carlo Rustichelli che da quelle di Nino Rota». La serata di presentazione del nuovo album di Vinicio Capossela, «Ovunque proteggi», si svolge in una chiesa sconsacrata nel cuore della Milano modaiola, crocevia di artisti e intellettuali un po’ decaduti. Un disco complesso, articolato, sofferto, destinato a restare tra i migliori dell’annata: «La gestazione è cominciata nel gennaio 2005», spiega lo chansonnier neoquarantenne, «abbiamo registrato in giro per studi, e non solo, anche in una grotta in Sardegna, in una chiesa in Sicilia. A Calitri, il paese irpino dov’è nato mio padre, ho ritrovato i musicisti che suonarono al matrimonio dei miei genitori». Per Marc Ribot, la Banda della Posta di Calitri in «Dalla parte di Spessotto» «suona come la risposta italiana a Buena Vista Social Club». Assieme al chitarrista incontriamo Mario Brunello, Ares Tavolazzi, Roy Paci, Stefano Nanni, Gak Sato, il coproduttore Pasquale Minieri. Musicisti di estrazioni diverse per canzoni dai suoni diversi, cupi o saltellanti, intellettuali o spudoratamente romantici: «C’è tanta varietà, per qualcuno troppa. Più che un catalogo assomiglia alla biblioteca di Alessandria». Canzoni ricche di «riferimenti, creature mitologiche, preghiere, personaggi veri e immaginari». Canzoni sacre eppur profane: «Ho portato ciascun brano all’estremo delle sue potenzialità, in fondo alla sua suggestione. Parlo della gente, della natura dell’uomo. Uso segni e simboli senza essere religioso. Credo che il cd sia decisamente politico, perché vivo, parla dei potenti e delle cose di tutti i giorni». «Non trattare» rimanda all’«Ecclesiaste» e ai «Salmi», «Brucia Troia» a Pasolini e alla solitudine del Minotauro. Poi c’è il cha-cha-cha della Medusa, la ferocia degli «spettacoli» al Colosseo, Mosca come terza Roma tra Lenin e Majakowsky, un valzer, un tema morriconiano, la dedica a Matteo Salvatore, i cori a tenores e l’elettronica, la canzone mariachi dell’amor perduto («Pena del alma» è «l’adattamento-traduzione di una canzone dei Los Lobos che in una situazione speciale ho ascoltato cinquanta volte di seguito: ha la solennità di un salmo, ideale per accompagnare un profondo dolore»). Vinicio canta l’infanzia, la gioventù, l’amicizia, il rosario della carne «che brucia e imputridisce» e risorge gioiosa di vita in «L’uomo vivo», invoca lo spirito come grazia. Il suo tour partirà dal Carlo Gesualdo di Avellino il 14 febbraio, San Valentino, ma anche San Modestino, protettore del capoluogo irpino. E il 21 marzo arriverà all’Augusteo di Napoli.
Il cd di Capossela: Ovunque proteggi
È uscito il nuovo cd di Vinicio Capossela, Ovunque proteggi. Si tratta di tredici brani «scritti e diretti» da Vinicio Capossela, che mette come il solito in evidenza la sua vena eclettica di artista che non ha frontiere. Già solo l’elenco dei titoli rende l’idea. In Brucia Troia si ricama sull’epopea omerica, in Moskavalza i riferimenti sono ovviamente alle atmosfere russe, Al Colosseo è invece un canto ritmato e ossessivo che, come spiega lui, «sarebbe bello da cantare proprio dentro quel monumento». Registrato in giro per l’Italia persino con l’aiuto dell’orchestra che suonò al matrimonio del padre di Capossela, Ovunque proteggi sarà portato in tour: prima data il 14 febbraio ad Avellino.
Fonte:
Viaggi, mostri, cori angelici e champagne: Capossela presenta ‘Ovunque proteggi’
Un pezzo per violoncello, armonium, coro e theremin. Uno per voce e pianoforte solo. Un altro ancora con un trio dixieland di accompagnamento. E a seguire un mezzo bagno nello champagne, come sul podio di una competizione sportiva. Così Vinicio Capossela celebra l’uscita del nuovo disco “Ovunque proteggi”, nei negozi da ieri venerdì 20 gennaio. Siamo nel cuore di Brera, nella ex chiesa di San Carpoforo. “Io stesso”, spiega al microfono con un po’ di imbarazzo prima di eseguire il suo mini set per giornalisti e addetti ai lavori, “sono un ex profeta, e un ex marito. E qui dentro ci sono tanti ex voto”. “Confido nell’anno del Capricorno in cui siamo appena entrati come migliore auspicio per un’opera pelosa e cornuta come questa”, aggiunge, e sembra già di entrare nel mondo fantastico e visionario delle sue canzoni. Deve amarle tanto, perché a ciascuna dedica una frase, un aneddoto, un ricordo. “ ‘Dalla parte di Spessotto’ nasce più o meno trentacinque anni fa, a Bari, quando io di anni ne avevo cinque. Una notte sentii un tarlo nell’orecchio e pensai che sarei morto di lì a poco, troppo presto per essere in regola con la lista dei peccati da compiere e le successive espiazioni. Il giorno dopo, a scuola, capii la differenza che passava tra i bambini bravi e quelli che non hanno mai il fiocco e i capelli in ordine. L’hanno scelta come singolo, misteri della discografia. Io avevo proposto ‘Brucia Troia’: credo che avrebbe spopolato nei programmi di dediche radiofoniche”, butta lì tanto per sciogliere quel filo di gelo, anche climatico, che ancora aleggia nella antica navata della chiesa. Ed ecco le altre canzoni: “C’è un salmo dalle Scritture, ‘Non trattare’, e un pezzo techno, ‘Moska valza’ che in sei minuti racconta la preistoria russa e la realtà di una megalopoli moderna. C’è ‘Al Colosseo’, che è quasi come la colonna sonora di Ben Hur e che tratta un argomento sempre di attualità. C’è ‘Nel blu’, che è un pezzo di magia, danza e illusionismo sonoro. E c’è una canzone molto italiana, un po’ alla Rustichelli, sul mito della Medusa. Mi è nata dopo aver visto un quadro di una pittrice svedese mia amica”. E’ uno dei tanti “mostri”, draghi minotauri e ciclopi, che popolano questo disco visionario, ostico, affascinante. “E’ che mostri siamo anche noi umani”, spiega Vinicio, “creature perennemente divise a metà”. Poi continua a dare le sue indicazioni di rotta: “ ‘Pena de l’alma’ l’ho presa dai Los Lobos. Una sera che soffrivo particolarmente per amore la ascoltai quaranta volte di seguito. E intanto mi spegnevo sigarette sul braccio. ‘Lanterne rosse’ invece è una canzone d’attesa e di ombre. L’abbiamo registrata alle quattro di mattina alle Officine Meccaniche, sui Navigli, una sera di fine agosto. Come sul Golgota arrivò un nubifragio e mancò la corrente: e un po’ s’era spenta davvero la luce, quel giorno. Era morto Matteo Salvatore”. Un altro dei pezzi chiave, “La Ss. dei naufragati”, trae invece ispirazione da Melville e dal Capitano Achab, da Coleridge e dalla sua “Ballata del vecchio marinaio”: “L’avevo scritta per la Banda Ionica. Ci sono spettri e fuochi fatui; il violoncello del maestro Mario Brunello, qui, mi fa pensare ad un vascello che galleggia tra le tempeste dei marosi”. Fa parte del breve concertino, insieme con “Nutless” (“Una storia d’amicizia”) e “Ovunque proteggi”, la canzone. “Risale a tanto tempo fa, è una costola de ‘Il ballo di S. Vito’. Mi sembrava una melodia così forte che per tanto tempo non ho saputo metterci delle parole. L’ho intesa come un pezzo di genere abbracciante, di fine viaggio, quando ci si vuole ricongiungere con chi si è lasciato indietro. Perché se il prezzo di vivere è perdere la partita, quello dell’andare è lasciare. E se questo disco ha un tema, è quello del viaggio che ogni uomo intraprende nel corso della vita con tutte le separazioni che questo comporta”. In viaggio, “on the road” il disco stesso ha preso forma: Milano e Roma, gli studi di Rubiera (Reggio Emilia) e il Teatro delle Voci di Treviso. E poi Calitri, paese natale del padre di Capossela, la chiesa di Scicli, in Sicilia, e la grotta preistorica di Ispinigoli, in provincia di Nuoro. “Sì, è un disco nato nel segno della protezione e del pellegrinaggio, questo. Per strada, a tappe, e grazie a tutti quelli che alle mie richieste più assurde hanno risposto: te lo posso fare”. Li cita uno per uno, i pezzi, perché lui crede nel disco “come opera unitaria, anche se andiamo verso la frammentazione digitale. Se rompere l’unità è un peccato per gli ebraici lo è anche per me: il disco è un tutt’uno, dal cartoncino della copertina alla sua anima di ferro. E questo è da mandare giù tutto intero, magari poche volte nella vita”. Legge una poetica lettera aperta e sembra proprio ebbro di gioia, Vinicio, come il Cristo portato in processione di “L’uomo vivo”. Prosit.
Fonte:
Rockol 21 gen 2006



