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Sacro ancestrale, terreno e spirituale: un disco obliquo ed abbracciante

E’ un magnifico disco obliquo e rimbalzante. E’ un disco “abbracciante” come lo ha definito lo stesso Capossela, ma soprattutto “è un disco”, ossia un’opera compiuta con un inizio e una fine, un senso di marcia, delle istruzioni per l’uso che partono dalla copertina e finiscono all’ultima nota dell’ultimo solco un’ora, 11 minuti e 58 secondi dopo. Anzi, partono ancora prima perché Vinicio, facendo parziale violenza a se stesso, ha parlato del disco, lo ha presentato la sera del 19 gennaio a Milano, nella ex chiesa sconsacrata di San Carpoforo e ha fatto percepire l’affetto e le aspettative che nutre per questo lavoro. Diciamolo subito che sennò ci scappa fuori: se non è un capolavoro, poco ci manca.

Caleidoscopio in rosso

E’ comunque un’opera d’arte da ascoltare a lungo, da assaporare, da lasciare magari decantare un attimo, prima di tornare ad aspirarne l’aspro sentore di tannini o il velluto delle note che, a grappoli diseguali, ti si infilano in gola e nelle orecchie, formando una compatta colonna sonora per questi tempi disidratati. Difficile seguire esattamente tutte le circonvoluzioni, i ghirigori, i disegni automatici, le contraddizioni, i giochi di parole, i possibili equivoci di cui Vinicio costella le sue partiture. Restano la suggestione di 13 tracce quanto mai varie eppure unitarie nel loro eclettismo, che svariano da reminiscenze folkloriche (più che nel passato), il senso di un blues eminentemente personale, i ricordi d’infanzia, i topos letterari o cinematografici, le piccole tracce sparse di rebetico, un ché di musica circense che ci riporta immediatamente a Nino Rota e Fellini. I momenti lenti e riflessivi hanno il netto sopravvento su quelli più forti, ma pur nella sua lunghezza, nella sua farcitura degna di un piatto rinascimentale, il disco non annoia mai, perché la tavolozza dei paesaggi si impregna sempre di nuovi colori. Può sempre essere un rosso, ma qua è carminio e là è porpora, un po’ oltre è vermiglio e quindi trascolora in magenta. Ma anche rosso come i paramenti di una chiesa.

La penitenza dell’amaro del mare

A livello dei testi la sensazione dominante è infatti quella di una pervasiva spiritualità, sensazione corroborata dalle musiche che spesso sembrano alludere a temi sacri, ma il sacro di Capossela è più accennato che svelato: è un approccio pasoliniano allo stupore e alla meraviglia dello spirito. Che può essere, anche in senso pagano, quello insito nelle cose o nei luoghi diversi, sparsi per l’Italia, in cui “Ovunque proteggi” è stato concepito e in parte registrato: dalla grotta preistorica di Ispingoli in Sardegna, al paese natale del padre di Vinicio, Calitri in provincia di Avellino, al Teatro delle voci di Treviso, alla chiesa di San Bartolomeo di Scicli (Ragusa). Canzone eponima di questo coté spirituale è “S.S. dei Naufragati”, già presente in quel piccolo capolavoro, schivo e difficile, che è “Matri mia” di Banda ionica. La versione attuale, meno bandistica, più recitata e e dalla durata doppia è eseguita con il coro della Cappella di San Maurizio di Milano, nella chiesa di San Cristoforo sui Navigli e accompagnata dal violoncello/vascello di Mario Brunello, il teremin di Vincenzo Vasi e l’armonio di Stefano Nanni: “Oh madre mia / salvezza prendimi nell’anima / Oh madre mia / le ossa nell’acqua” oppure “E venne dall’acqua / venne dal sale / la penitenza / dell’amaro del mare”. “Questa è la ballata / di chi si è preso il mare / che lapide non abbia / né ossa sulla sabbia / né polvere ritorni / ma bruci sui pennoni / nei fuochi sacri / i fuochi alati / della Santissima dei naufragati”. Ma se questa è la canzone che più richiama la spiritualità “L’uomo vivo” parla di qualcuno che “ha lasciato il Calvario e il Sudario / ha lasciato la croce e la pena / si è levato il sonno di dosso / e adesso per sempre / per sempre è con noi”. Ma è uno strano Cristo questo, da festa popolare, da processione laica, da alzare e fare “saltare fino che arrivi in cima fino al ciel / fino a che veda il mar” che “barcolla e traballa / sul dorso della folla / si butta / si leva / al cielo si solleva”. Un Cristo da abbracciare e portare a mangiare! E “Non trattare”, il brano iniziale, quasi con una giaculatoria sciamanica, ossessiva, ipnotica, invita a “non trattare … la tua fede non trattare / Non trattare / non ti frantumare / o il peccato di renda mortale”. E “Colosseo” finisce con “il rosario della Carne” che riporta dritto alle Sacre Scritture, ma alla loro parte più buia e priva di gioia che un’interpretazione straniante non riesce a sollevare. Ma in fin dei conti lo stesso titolo richiama la preghiera, l’immagine sacra.

Il cavallo di Troia è ciucco

Gli episodi più leggeri sono affidati a “Brucia Troia” (sì, il doppio senso è voluto), a “Moskovalza” e a “Medusa cha cha cha”, che a dire di Capossela riecheggia il twist contenuto in “Ricotta” di Pasolini. Poi c’è “Dalla parte di Spessotto”“A sei anni sei già perduto / e quando ti interrogano rimani muto (ma sul booklet c’è scritto “mupo”, ennesima capriola o sberleffo?)”. Voce in secondo piano e forse filtrata attraverso un megafono, con un potentissimo “shaba dum dum” in primo piano, melodie da anteguerra e ritmiche circensi. Piccolo gioiello di neo-realismo italiano.
che è un po’ il brechtiano “dalla parte del torto” riattualizzato e vissuto nella contrapposizione tra gli Spessotto e i Davide in cui si dividono tutte le scuole del mondo (sarebbe come dire i Franti e i Garrone, l’ultimo e il primo della classe).
Come è gonfia la strada di polvere e vento nel viale del ritorno

Ma se tutto il disco ha le stimmate delle genialità e dell’intensità, è nell’ultimo terzo dell’opera che risiedono le tracce più interessanti: cinque canzoni lunghe, per quasi trenta minuti di musica e parole e una successione di perle che iniziano con “Dove siamo rimasti a terra, Nutless”, proseguono con “Pena de l’alma”, si fanno purezza accecante in “Lanterne rosse”, si buttano nel gorgo della già citata “S.S. dei Naufragati” e sfumano nella dolcezza “abbracciosa” di “Ovunque proteggi”, canzone omonima all’intero lavoro e piccolo seme da cui, in fondo, come informa Vinicio, è nato tutto l’album. “Ovunque proteggi” è nata come sola musica che doveva essere inserita ne “Il ballo di San Vito” del 1996, ma non erano arrivate le parole adatte. “Quella musica aveva qualcosa di sacro - scrive Capossela nelle note di presentazione del disco - se per sacro intendo ciò che mi è caro. Ebbene, quella musica mi faceva rimpiangere tutto ciò che mi era caro. A parte piangerci sopra però non sapevo cosa farmene. Quindi l’ho messa da parte, perché pensavo che si meritasse qualcosa di suo. L’ho protetta a mio modo”. Adesso il momento è arrivato: sono arrivate le parole, la canzone “si è sporta per lasciarsi afferrare dalla scrittura” e ha coagulato attorno a sé le altre composizioni, fino a formare, nel corso di un anno scarso, il nucleo dell’intero disco. Un disco questo, a lungo meditato, ma in fin dei conti, composto e registrato in sei mesi scarsi e rifinito presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani, un nome che, come ormai sappiamo, sta sempre vicino alla musica di qualità superiore. “Ovunque proteggi” è musica di qualità superiore.

Fonte:
Bielle.it

Dal 20 gennaio il nuovo attesissimo album “Ovunque Proteggi”

Dal 20 gennaio il nuovo attesissimo album “Ovunque Proteggi”
Il nuovo lavoro di Vinicio Capossela si presenta come un affresco di pezzi solenni, i cui singoli elementi discendono dalla notte dei tempi e per ciò contengono il seme del tutto, compresa la loro parte di attualità. E’ sufficiente evocarli e metterli in scena, per agitare con inaudita violenza ed efficacia lo spettro del presente. Del resto, sempre c’è stato da proteggersi e da proteggere, e sempre il sole è sorto su distese di terre tali da doversi indicare come “Ovunque”. «Quando si sono presi certi respiri, non ci si può più ridurre a parlare di contemporaneità. Non c’è più bisogno di nominare i potenti, i superbi di oggi, i furbi di oggi, di un E’ che è già Fu. Niente, sono polvere anche loro… Presa questa misura, allora si può scrivere, cantare dell’uomo, della terra, nell’attualità degli ottomila anni che l’abitiamo».
Al centro dei cerchi concentrici, della spirale, quindi, la pietra, l’archetipo. Di questo sono fatte, ciascuna a suo modo, le composizioni dell’album: “Non trattare”, con il suo vagare abbacinato nel niente sotto il sole e il ripetersi ossessivo di parole che rimandano a quelle scolpite nell’Ecclesiaste e nei Salmi. Il grotto preistorico da cui proviene il suono dannato e sanguinolento di “Brucia Troia”, con i suoi riferimenti all’Edipo Re di Pasolini e alla solitudine del Minotauro. Il mito della “Medusa” rivisitato a suon di cha cha cha. Archetipo di spettacolo è il “Colosseo” della Roma imperiale, e di grandezza i grattacieli illuminati della terza Roma, Mosca, la megapolisis cantata in “Moskavalza”. Cosa c’è se non questo, nell’infanzia già perduta di “Spessotto”, nell’epopea gloriosa e romantica della gioventù e dell’amicizia celebrate in “Dove siamo rimasti a terra Nutless”, nella primordiale pena di un amore finito come “Pena de l’alma”? E così nella preghiera disperata e misericordiosa alla “Santissima dei Naufragati”, nella nostalgia di una stagione e nel rimpianto di “Lanterne rosse”, nell’illusione che è tutto nella vita di “Nel blu”. E soprattutto nell’uomo che è da sempre carne e spirito: la carne che brucia e imputridisce del “Rosario della Carne”, che risorge gioiosa di vita ne “L’uomo vivo”, lo spirito invocato come grazia nel brano conclusivo che dà titolo all’album.
Ma appunto “Ovunque proteggi” è anche un disco che parla di grazia. La grazia che vive, a volte nascosta, dentro di noi e quella - fuori di noi - che non ci è dato di saper causare ma solo di riconoscere e, possibilmente, di proteggere. E’ un disco sulla grazia a partire da quella che appartiene ai posti, alle persone, ai musicisti, ai mille riferimenti che di questo lavoro sono via via entrati a far parte. “Ovunque proteggi” è infatti costruito su un labirinto di luoghi che “sono” nei brani, ne definiscono, ne fissano una volta per tutte nel suono la forma, portando “ogni brano in fondo alla sua suggestione”. Scrivere e registrare questa volta non sono stati due processi separati, ma piuttosto due momenti, a volte diversi, a volte perfino simultanei, dello stesso processo: si è cioè scritto e registrato nei luoghi e per i luoghi. Luoghi attraverso i quali Vinicio Capossela si è lasciato guidare o dai quali si è fatto sviare, andando avanti come condotto da un leggero soffio che sposta la polvere e lascia intravedere, più avanti, la strada.

Dalla pietra…
«C’è un momento in cui il romanzo, l’argomento o il semplice spunto contemporaneo non bastano… bisogna attingere direttamente, abbeverarsi alla fonte. Da una parte ci sono le epoche, il barocco, il neoclassico, il moderno…e poi c’è la pietra. Ecco, c’è un momento in cui vieni ad amare la pietra. La pietra, le chiese di pietra e le parole scagliate come pietre». “Ovunque proteggi” inizia da qui, dalla pietra. Dall’unica cosa che trascende - e per ciò stesso sconfigge - il trascorrere del tempo. «Le religioni, e in generale le Scritture, sono piene di visioni, di profeti e di allucinazioni. Esse sono la madre di tutte le allucinazioni. Basti pensare alla scrittura biblica; in ciò che è biblico sono comprese la Creazione, L’Apocalisse.. sono visioni enormi, il crogiuolo da cui nascono uomini e dei».
“Ovunque proteggi” gesticola e parla da quello scoglio isolato in un Mediterraneo di rovesci e frammenti, su cui, nella centrifuga dei punti fermi e delle domande, i ricordi e i tormenti si fanno cianfrusaglie. Siamo sul cornicione dei tempi, dove le fedi scivolano dalle dita e cadono su selciati pagani, l’espressione s’indurisce come la lingua di una serpe, gli occhi e i comportamenti recuperano sfumature ed abitudini sprofondate nei secoli, mescolando epoche e riferimenti, fondendo mercanteggiare, conoscenze, ipotesi e sincerità. Ciascuno a tratti sconvolto e piagnucolante, a tratti imbevuto di serenate grondanti; e tutti insieme, tantissimi, abbracciati nell’assedio, spaventati, colti un momento da entusiasmo ed il secondo dopo da orrore.
Nella tempesta che infesta, a ritmo dispari, sull’elastico che fa ballare geografie e storie, l’uomo implora di poter pagare il dazio e ritrovare la bellezza, chiede appello senza far più distinzione di preferenza, fra gli dei e le scritture, i simboli e le maledizioni, che al contempo rimbombano nelle cupole. E nella ricerca di assoluzione, direzione, protezione, si travasano preghiere, incubi e visioni, che si susseguono come palline di un rosario, senza che le mani che lo sgranano si pongano più il problema di assomigliare a quelle di un vescovo, di un aruspice, di un demone, o di un semplice marinaio naufragato, fra l’uno e l’altro, nella buriana.
Non possono che uscirne incisioni ricolme di maschere impressionanti e immaginifiche, racconti dai contorni netti, scolpiti nel suono, da pronunciarsi con voci diverse, accendendo e spegnendo luci diverse, inoltrandosi in ambientazioni e situazioni diverse, pestando mani, piedi, fili elettrici e sonagli.

… all’album “Ovunque Proteggi”
Come il Vene?ka protagonista del racconto di Venedikt Vasil’evi? Erofeev “Mosca-Petu?ki” - un viaggio a tappe costruito come una via crucis, in compagnia di angeli e visioni, bevendo a ogni fermata: “Idì, Vene?ka, idì” … Vai, Vinicio, vai… -, così Capossela ha lavorato ad “Ovunque proteggi” di getto, affidandosi alla “benedizione dell’incontro e sotto l’alta protezione del Gigante e del Mago”, inseguendo le singole canzoni in lungo e in largo per l’Italia per stanarle dai luoghi che le tenevano rinchiuse: Roma, Ispinigoli, Calitri, Rubiera, Scicli, Treviso, Milano. Un lavoro iniziato nella primavera dello scorso anno, condotto e cavalcato a ritmi sempre più frenetici, facendo un passo in una direzione e due in un’altra, se del caso sbagliando per poi ricominciare, avanzando spesso nel dubbio, mettendo ogni volta a rischio tutto, fino ad arrivare alla consegna del master alla fine dell’autunno. In mezzo, sei mesi di lavoro continuo, senza orari, avendo come unico metodo la “colica di immaginazione” che ancora una volta, per Vinicio Capossela, è dietro la narrazione della nuova vicenda: «Niente si è potuto davvero programmare, e nella tensione di portare a compimento le cose ci si è mossi come rabdomanti sul filo dell’intuizione».
Un’intera epopea di incontri, di registrazioni, di magie, si è consumata così nel volgere di una stagione, combusta nella successione degli eventi che ha portato in dono le nuove canzoni. La porta sulle registrazioni si è chiusa definitivamente alla fine dell’anno, dopo un ultimo ascolto appassionato in presenza dell’amico Nutless, riapparso d’improvviso per salutare la partenza del disco per la stamperia germanica: «A fine disco invitai Nutless, preparai lo champagne, chiesi due ore lo studio e ce lo portai dentro. Mi ubriacai dirigendo tutta quella musica che in quei mesi era stata la mia ossessione, dirigevo l’opera finita, e infine la congedai. Fu l’ultima volta che ascoltai il disco».
L’album, finito e stampato, adesso è qui. L’affresco s’apre sulla tempesta, ma merita un’ultima notazione a proposito del pezzo che dà il titolo all’album. La prima stesura di “Ovunque proteggi” è in una versione strumentale che appartiene alle sessions de “Il ballo di San Vito”, album del quale avrebbe dovuto rappresentare la chiusura, una volta ultimato. Ma le parole non arrivarono e “Il ballo di San Sito” si concluse senza quel brano. Pur tuttavia rimase la musica, una musica che, come ricorda oggi lo stesso Capossela, «aveva qualcosa di sacro, se per sacro intendo ciò che mi è caro. Ebbene quella musica mi faceva rimpiangere tutto ciò che mi era caro. A parte piangerci sopra, però, non sapevo cosa farmene. Quindi l’ho messa da parte, perché pensavo si meritasse qualcosa di suo. L’ho protetta, a mio modo». Ed è stato così che la canzone che per prima si era sporta per lasciarsi afferrare dalla scrittura, sia in realtà stata quella a cui tutte le altre composizioni si sono ricongiunte nel corso dell’anno passato, per arrivare a formare il nucleo di un intero disco. OVUNQUE PROTEGGI.

“Ovunque Proteggi” - I Luoghi
Roma: al “Forum Music Village”, incastonato sotto una basilica sono stati registrati i corni e i timpani del pezzo imperiale per eccellenza: “Al Colosseo”. Per molti versi questa registrazione ha coinciso con la posa della prima pietra del nuovo disco.
Rubiera (RE): il quartier generale della prima parte della lavorazione del disco. Nella pianura padana resa arroventata dall’estate e dal riverbero dell’asfalto e delle lamiere di eternit, lo studio ricavato da vecchie celle frigorifere denominate FRIGORALP è stato teatro di registrazioni epiche e di molte prime stesure dei brani: qui si sono condensati il suono soviet-techno di “Moskavalza” e quello della struggente serenata “Pena del alma”; qui hanno trovato forma gli altri suoni di “Brucia Troia” prima dell’incursione in terra di Sardegna.
Ispinigoli (NU): la grotta preistorica è stata cava di pietra, labirinto e città in fiamme per la registrazione di “Brucia Troia”. Una cattedrale aperta nella terra, con una stalagmite di una trentina di metri - la più alta d’Europa - e migliaia di gradini che conducono dalla luce esterna alle sue profondità. L’aria primordiale ha dato vita a una delle visioni più profonde del disco, evocata con addosso una pelliccia di montone nero venduta dal conciatore di pelli di Orroli, la maschera da boves di Ottana e i campanacci di Tonara.
Calitri (AV): nel paese natale del padre di Vinicio, Vito Capossela, per registrare “Dalla parte di Spessotto” con i musicisti che suonarono 40 anni fa al suo matrimonio con Antonietta. Ancora oggi Rocco Briuolo, “Tuttacreta” e “Matalena” sono soliti incontrarsi e passare il tempo seduti fuori dall’ufficio postale, tanto che ormai tutti li chiamano la “Banda della Posta”.
Treviso: presso il Teatro delle Voci si sono svolte le registrazioni di due brani dell’album. L’Orchestra d’archi Italiana proveniente da Castelfranco Veneto diretta da Mario Brunello ha inciso qui il gran vals impressionante “Nel blu”, mentre lo stesso Mario Brunello ha dato al suo violoncello la forma da primo vascello che regge l’intero impianto armonico di “S.S. dei naufragati”.
Scicli (RG): nella Chiesa di San Bartolomeo il corpo bandistico “A. Busacca” diretto da Roy Paci ha dato voce alla gioia de “L’uomo vivo”, brano ispirato alla festa della Resurrezione che si svolge proprio a Scicli nella domenica di Pasqua.
Milano: sono stati diversi i luoghi a Milano che si sono resi “ambiente” per le registrazioni del disco. Scarlatti Grad con il suo pianoforte da camera, ad esempio, registrato per “Lanterne rosse” con sottofondo di tram sferraglianti in lontananza. Oppure il Cicco Simonetta, perfetta ambientazione per il pianoforte da saloon catturato quasi furtivamente per “Pena del alma”. Ma anche la Chiesa di San Cristoforo sul Naviglio, dove il Coro della Cappella di San Maurizio ha registrato gli splendidi cori di “S.S. dei naufragati”, nel corso di una session di grande intensità emotiva. E infine le Officine Meccaniche Next, quartier generale dell’ultima parte della lavorazione del disco. Qui si sono registrati pezzi dalle suggestioni più diverse, come “Non trattare”, “Medusa cha cha cha”, “Dove siamo rimasti a terra Nutless” e “Ovunque proteggi”, oltre a completare e chiudere, nella molteplicità tentacolare del mixaggio, gran parte degli altri brani del disco: “Brucia Troia”, “Dalla parte di Spessotto”, “Moskavalza”, “Pena del alma”, “Lanterne rosse”.

Fonte:
capossela.warnermusic.it

Venerdì 20 Gennaio 2006 | Tutte le notizie, Recensioni dischi Capossela
Ovunque proteggi sul Venerdì di Repubblica

Grazie ad Ale per la scansione!

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Venerdì 20 Gennaio 2006 | Tutte le notizie, Ritagli di giornale
Ovunque Proteggi su musica.excite.it

Vinicio Capossela - Ovunque proteggi

Esce il nuovo disco di Vinicio Capossela. E’ il suo primo disco di inediti da cinque anni. Se si esclude, infatti, “L’indispensabile” raccolta del 2003 con l’unico inedito rappresentato dalla cover di “Si è spento il sole”, questo “Ovunque Proteggi” arriva dopo “Canzoni a manovella” del 2000 (più di 70.000 copie vendute).

Settimo album per il cantautore di origine tedesca (E’ nato ad Hannover) che nel corso degli anni s’è costruito una fama di chansonnier maledetto e diretto raggiunta attraverso la scuola, inutile negarlo (lui stesso non lo nega) di Tom Waits.
Di Waits, dei suoi dischi e della sua musica, Capossela ripercorre un suono fatto di melodie disturbate e “sporcizia” ritmica, facendo sua quell’attitudine musicale piena di riferimenti teatrali e sapori di provincia.
Non solo: in più di un’occasione, Vinicio s’è avvalso della collaborazione di musicisti provenienti da quell’area newyorkese cara proprio al suo maestro ed anche in questo nuovo disco l’apparizione devota e precisa di Marc Ribot, il chitarrista più amato da Waits (e dai suoi seguaci), è discreta ma inconfondibile.
Molte altre le collaborazioni illustri (tra esse Mario Brunello, Stefano Nanni, il DJ nipponico naturalizzato italiano Gak Sato, il re del Jive-Rock siciliano Roy Paci e l’ex Area Ares Tavolazzi) fanno di questo album un lavoro complesso e difficile da catalogare.
Non è rock all’americana ma non è nemmeno canzone d’autore italiana. Non è nemmeno un misto di queste due cose.
E’ qualcos’altro.
Una bagarre di sonorità etniche, confuse da ritmi hip-hop e tamburi tibetani con richiami tzigani e ballate rumorose che restituisce un ingente frastuono metropolitano contrapposto alle amare bande di paese (“L’uomo vivo”).
Il mondo di “Ovunque Proteggi” è quello del solito Vinicio: pieno di clown e di disadattati, di romantici saltimbanchi e tristi personaggi della commedia dell’arte.
Un universo etilico e denso strabordante di fameliche donne ed imbranati corteggiatori al servizio di un’atmosfera stralunata e decadente.
La malinconia di “Nutless” e di “Nel Blu” sembrano una crasi dell’opera di Luigi Tenco con quella di Fred Buscaglione che, mi piace pensare, se se fossero ancora vivi avrebbero certamente accettato di collaborare alla stesura di questo disco.
Il singolo in rotazione radofonica da una settimana (“Dalla parte di Spessotto”) è drammatico e roboante con quell’atmosfera retrò che ne connota una natura straniante e maleducata. C’è anche una palpabile voglia di recuperare (più di quanto l’autore riesca ad ammettere) certe atmosfere da commedia all’italiana anni 60 e basta selezionare la traccia 7 (“Medusa Cha Cha Cha”) per venire catapultati in un vecchio film in bianco e nero con Walter Chiari e Mario Carotenuto che tentano imbarazzanti approcci con bellezze in bikini danzanti al rimo del Juke-Box sulla spiaggia.
La lunga “S.S. dei naufragati”, con un’incedere teatrale fatto di recitato e quartetto d’archi, possiede la capacità di farci senire parte di un’opera malinconica e sorprendente dove i contrappunti di theremin mettono in risalto le intenzioni altisonanti di un brano intenso e toccante che ha lo strano compito di anticipare la title track, posta in coda all’album, che si presenta come una canzone d’amore sofferta e dolcissima nascosta tra la partitura di una rhumba decadente.
Bravo Capossela che ha il coraggio (e la possibilità) di svecchiare la nostra canzone.
Se solo riuscisse a liberarsi dell’ombra di Tom Waits, sono sicuro che potrebbe diventare un numero uno in tutto il mondo.
Così, ahimè, fuori dall’Italia non potrà che essere visto come un allievo devoto.
Ed appare lampante che ci sia molto di più.

Fonte:
musica.excite.it

Martedì 17 Gennaio 2006 | Tutte le notizie, Recensioni dischi Capossela
Presentazione di “Ovunque Proteggi”

Piccola premessa: non fatevi trarre in inganno dai cinque anni di silenzio discografico intercorsi tra “Canzoni a manovella”, il suo precedente lavoro, e questo nuovo album. Perché nonostante sia apparentemente sparito dalle scene, in realtà Vinicio Capossela non se ne è mai andato. Concerti, anzitutto. E tanti. Concerti per il disco e “Concerti per le Feste”, Concerti per San Valentino e Concerti per il Primo Maggio, concerti estivi all’aperto e invernali in teatro, concerti con 11 fisarmoniche (a Castelfidardo) e con l’Orchestra d’Archi Italiana (a Siena). Quei concerti che hanno portato “Canzoni a manovella”, nel corso di un anno e mezzo, a diventare il suo disco più venduto di sempre (con 70mila copie), facendogli acquistare ancora nuovo pubblico. I due anni di esibizioni dal vivo sono stati seguiti dalla pubblicazione - a gennaio del 2003 - di una raccolta, “L’indispensabile”, con un’ulteriore serie di date dal vivo. E poi da quella di un libro, “Non si muore tutte le mattine”, il primo romanzo di Vinicio Capossela, uscito nel 2004 e pubblicato da Feltrinelli: alla prima presentazione alla stampa, avvenuta alla Terrazza Martini di Milano, Capossela improvvisò un reading leggendo alcune pagine e accompagnandosi con il piano. Quella lettura abbozzata si trasformò prima in un tour nelle librerie, e poi in un vero e proprio spettacolo teatrale, costruito come un reading musicale fatto di “voci, echi, rumori e visioni”, con interpolazioni sonore, videoproiezioni e teatro d’ombre. Le repliche di quel tour si sono concluse nell’autunno del 2004, giusto in tempo per celebrare il Natale con qualche concerto e aspettare il nuovo anno pensando già a un nuovo disco.
L’idea di “Ovunque proteggi”, o quanto meno del titolo, viene da lontano: “Ovunque proteggi” era scritto su un magnete in bella mostra sul cruscotto dell’auto di Capossela già al tempo di “Il ballo di San Vito”. Ma se il titolo c’era già, e da tanto, è anche vero che le canzoni sono arrivate molto dopo, quasi in dirittura d’arrivo. Di fatto, si può dire che questo è un disco nato di getto, inseguendo le singole canzoni in lungo e in largo per l’Italia – e a volte anche fuori confine – per stanarle da dove erano nascoste. Un lavoro iniziato nella primavera del 2005, e condotto a ritmi sempre più frenetici fino ad arrivare alla consegna del master alla fine dell’autunno. In mezzo, sei mesi di lavoro continuo, senza orari, avendo come unico metodo la “colica di immaginazione” che ancora una volta, per Vinicio Capossela, è dietro la narrazione della nuova vicenda: «Niente si è potuto davvero programmare, e nella tensione di portare a compimento le cose ci si è mossi come rabdomanti sul filo dell’intuizione». Roma, Scicli, Treviso, Scordia, Rubiera, Ispinigoli, Montebello, Calitri, Scandiano, ma anche Milano. In un locale, in una Chiesa, in una casa o in uno studio, per ritrovare nel silenzio le suggestioni che affioravano da molto lontano: «Ho deciso di intendere i brani come ognuno a se stante, a ognuno un luogo, a ognuno i suoi musicisti. Il risultato è stato portare ciascun brano all’estremo delle sue potenzialità…ciascuno in fondo alla sua suggestione». I luoghi di questo album fanno veramente parte del disco, ne sono e ne raccontano l’essenza. I luoghi dell’ispirazione, i luoghi della scrittura, i luoghi dell’emozione, i luoghi della musica. “Ovunque proteggi” è costruito su un labirinto di luoghi che “sono” nei brani, così come questi affiorano da quelli, brani che scorrono come immaginarie scene da film, in cui i campi possono appartenere ad un luogo (e a determinati musicisti) e i controcampi ad un altro luogo (e ad altri musicisti), in una tradizione che già apparteneva a Pier Paolo Pasolini, il cui lavoro cinematografico è uno dei punti di riferimento di questo album. Luoghi significa anche “ambienti”, e da questo punto di vista “Ovunque proteggi” è, nel concepimento e nella realizzazione, frutto delle precedenti sperimentazioni teatrali, di reading fatti di “voci, echi, rumori e visioni”. Un lavoro rivoluzionario, rispetto ai suoi predecessori, per l’attenzione data agli ambienti sonori e alla voce di Vinicio Capossela. Ma che disco è, “Ovunque proteggi”? Un disco solenne, visionario, fatto di “Gioia, Salmi, Naufragi, Meduse e Minotauri”, come lo descriveva qualche tempo fa un’intestazione sul suo sito ufficiale, affiancata dalla dicitura, neanche troppo ironica, “liriche esplicite”. E’ un disco minaccioso, incombente, che - come una nave all’orizzonte - appare da un luogo nel quale non avremmo mai pensato di trovare Vinicio Capossela: un lavoro che supera la forma canzone, nei modi prima ancora che nei tempi, va oltre la dimensione “personale” propria dell’autore e si confronta con tematiche universali e profonde, che vedono nel rapporto tra il sacro e la caducità di ciò che è organico, mortale, il proprio nucleo portante: «in questo lavoro ho voluto scavare nelle coordinate terrene che ci tengono lontani dal cielo… inchiodati nella parte di sotto». Un album di euforica Gioia e di Salmi dalle parole terribili, un disco di visioni, solenne nella scelta degli argomenti e profondamente terragno nella sua realizzazione. Un disco che si snoda come un rosario attraverso le sue tante vicende per arrivare, in fondo, alla benedizione finale. Perché grande è la mano del Signore, per dirla con un vecchio adagio popolare che sottintende un’invocazione, una preghiera: OVUNQUE PROTEGGI.