Si parte dal basso, da sotto, dalla Spessotto irpina – quasi una Caporetto – dai piedi.
A piè pari il pubblico fiorentino, accolito dell’aperitivo, ha sfondato le resistenze del bar del teatro Verdi e si è gettato nel Campari soda e Prosecco, come in un travaglio pre-concerto. Bisognava rompere le acque, del resto, e partorire un concerto a modo.
E in piedi si è rimesso il Nostro, dopo gli inciampamenti d’inizio tour. A passi lunghi e ben distesi ha portato avanti un concerto privo di tempi morti, di esitazioni, di cacofonie. La bassa platea pativa un certo riverbero sonoro, ma l’addebito va stavolta alla conformazione del teatro, non al tecnico del suono. Capossela s’impadronisce del palco, lo cammina, lo misura senza esitazioni né timori, e offre una scaletta consolidata nell’esecuzione e nella ritmica degli eventi: musica, luci, teatro delle ombre cinesi, cambi d’abito, abboccamenti con il pubblico, tutto fila via liscio come un frizzantino su un piatto di pesce.
E dai piedi su in testa, senza passare dal via. Ragiona Capossela, non si perde in farfugliamenti inutili: suona bene, alterna correttamente microfoni e strumenti e cappelli. Anzi, considerata la pelata, delle coperture vere e proprie: il mascherone da Minotauro, la coppola, la mezza tuba, la feluca napoleonica e dulcis in fundo un arzigogolato elmo romano, con cui egli introduce le prime strofe di “Al colosseo” e sulle stesse note “annuntia nobis magno cum gaudio” la falange di musicanti.
Il pubblico, invece, è tutto mani e ugole. Da un palchetto sulla sinistra partiva un “Bravo Vinicio!” in media quattro volte a canzone. Se gli avessi sparato mi avrebbero dato la legittima difesa? Per il resto applausi, sbracciamenti e contorcimenti in quantità. C’è sintonia nell’aria, e il Nostro animale da palcoscenico se ne accorge. Come quando, dopo che il pubblico lo ha accompagnato a memoria in “Pena de l’alma”, lui si ferma, riceve un applauso caldo come il sole di Acapulco, e riparte all’improvviso con il ritornello, seguito a guinzaglio da un teatro di devoti. Il mariachi, ancora una volta, si dimostra trascinatore… Nella hit parade dei trascinamenti sono secondi il Cha cha cha della Medusa e quegli assegni circolari di “Che coss’è l’amore” e “Il ballo di San Vito”.
Lo scioglimento, come sempre, è finale, e riguarda gli organi interni; lo stomaco cede ai troppi Campari e il cuore ai ricordi e alle speranze. Capossela regala, quasi con disinvoltura, quella “Modì” dedicata al pittore livornese (e qui gli ultrà labronici, adeguatamente infiltrati in sala, si fanno sentire), “Una giornata senza pretese” e “Camminante”. Boom. Il tonfo del sistema nervoso. Come una terapia d’urgenza, un boccaglio di ossigeno, un massaggio cardiaco il Nostro ci ripiglia dallo smarrimento con “Il ballo di San Vito”.
Ma se il nostro sistema nervoso ancora vacilla, il suo pure perde colpi. A luci già accese, inchini già profferti, una rosa in mano presa dalla prima fila e una gamba già sulla strada delle quinte, Nonno Vinicio si ricorda che gli manca un pezzo, e torna trotterellante al piano. Il pubblico in piedi si affretta a riprendere le posizioni, ma lui lo ferma e dice: “Restate in piedi, così è più facile abbracciarsi”. E si dedica alla benedizione finale: “Ovunque proteggi”. Per un attimo ho pensato di abbracciare l’armadio dotato di auricolare che presidiava le uscite della platea accanto a me. Ma poi sono tornato al bar, che, in eccezione alla norma, quella sera mi ha regalato molti ricordi.
Vostro, dissezionato
Fonte:
El Mariachi sul nostro forum
Non tutti adorano il successo, non tutti si prostrano davanti ad esso. Vinicio Capossela, che ha recentemente licenziato l’album di inediti “Ovunque proteggi”, secondo ora in classifica dietro al disco della Nannini, dice: “Il successo? E’ un buon segnale per la musica italiana e un cattivo segnale per me: aumentano le mie possibilità di sbagliare. Ringrazio il pubblico, ma questa grande fiducia mi mette anche un po’ paura. Lo scopo è scrivere, non diventare famosi”. Da dove trae ispirazione? “Le suggestioni di cui mi nutro non vengono mai dalla musica italiana. Credo che in questo disco però ci siano alcune cose di Domenico Modugno. La mia estrazione è popolare, non sono cresciuto con i cantautori”. E alfin confessa: “Tom Waits non è un archetipo, ma un grandissimo filtro di suggestione”.
Fonte:
Rockol.it
Grazie a Tanis per la scansione.
Grazie a Mr. Baba per la scansione:
Ecco l’articolo scansionato da Chiave di Violino:
27 febbraio ore 18.30 p.zza di p.ta ravegnana a Bologna
CAPOSSELA @ FELTRINELLI
VINICIO CAPOSSELA
Gioia, Naufragi, Salmi, Meduse e Minotauri: nel nuovo disco di Vinicio Capossela c’è questo e molto altro. A cinque anni di distanza da Canzoni a manovella, Capossela torna con un album che contiene tredici brani originali, registrati nel corso del 2005 in luoghi e con musicisti diversi, cercando di portare ciascun brano all’estremo delle sue potenzialità, ciascuno in fondo alla sua suggestione.
Prodotto dallo stesso Vinicio Capossela con la collaborazione di Pasquale Minieri, Ovunque proteggi è un lavoro molto diverso dai suoi predecessori per l’attenzione data agli ambienti sonori e alla voce, oltre che per le tematiche sviluppate nelle canzoni: in questo lavoro ho voluto scavare nelle coordinate terrene che ci tengono lontani dal cielo… inchiodati nella parte di sotto. L’album vede la partecipazione di grandi musicisti come Mario Brunello, Roy Paci, Marc Ribot, Gak Sato, Ares Tavolazzi e tanti altri. A presentare Ovunque proteggi sotto la Galleria Acquaderni - con un’incursione che si preannuncia come al solito imprevedibile e imperdibile – c’è Vinicio Capossela.
Fonte:
Sito ufficiale
PREMESSE: 1) E’ UN POST LUNGO 2) I VIDEO E LE FOTO SONO DI QUALITA’ SCADENTE, NON HO MACCHINA FOTOGRAFICA, LE HO FATTE COL CELL 3) IN ALCUNI VIDEO SI SENTE LA MIA VOCE ORRIBILE CHE CANTA, PERDONATE.
Inizia tutto Lunedì 6 Febbraio 2006.
Da “amici degli amici” vengo a sapere che c’è Vinicio a Lanusei (NU), 150KM da dove abito. Mi prende l’enfasi. Martedì 7 Febbraio vado al botteghino, ma niente biglietti. Chiedo in giro… niente da fare. Non demordo, parto. h 15.30 del 12 Febbraio, sono in marcia. Non ho la più pallida idea di dove andare, ho con me solo la cartina. La strada è splendida, non l’immaginavo. Attraverso colline, ponti in pietra, ruscelli e laghi artificiali in valli dove regna solo il cinguettio degli uccelli amplificato dall’acustica, faccio a pugni coi colori, il cielo come l’avrebbe voluto Hesse.
IL VIAGGIO:
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Alla fine sono arrivato. Durante il viaggio nessun intoppo, ma molte emozioni. D’improvviso mi trovo in un tratto di strada modernissimo che contrasta con il budello a due corsie che ho seguito fino ad ora… mi son perso !! Chiedo ad una macchina (l’unica) che passava in una strada sterrata parallela. Gesticolo “un’informazione” al guidatore; si ferma, mette il freno a mano (prenderà il fucile, pensavo; piede pronto sull’acceleratore e 1a ingranata), scende, viene verso me ed a momenti mi portava in braccio a destinazione !!! Una gentilezza estrema. Comunque non avevo sbagliato, la strada è giusta. Arrivo a destinazione alle 18.22. Mi accoglie un presepe arroccato su di un monte. Un presepe, si, è l’immagine esatta. Il teatro comunale che è gestito dai salesiani è all’ingresso del paese. Una piccola rotonda, una salita. Parcheggio. Mi accoglie un cancello con la faccia in metallo di don Bosco. Chiedo info sui biglietti; poche speranze. Mi spiegano che hanno venduto più biglietti di quanti posti aveva il teatro (400 a sedere più un centinaio in piedi) e che se fosse rimasto posto dopo l’ingresso di tutti quelli muniti di biglietto, avrebbero fatto entrare qualcuno senza biglietto, ma la faccia del tipo era abbastanza a forma di no. Resto appeso alla speranza.
L’ARRIVO:
Poca gente di fronte al teatro, è ancora presto. Apriranno le porte alle 20.30, devo aspettare. C’è freddo, caspita. Per fortuna non lo soffro, ma mi cola il naso. Mentre aspetto seduto su di un muretto vedo qualcosa… una figura. Di fronte a me una specie di depandance del teatro, al 1° piano 4 finestre in linea orizzontale, le due esterne illuminate di un bianco neon, le due centrali di una luce color miele, fioca. Si vede una silouette… un codino accennato, parla al telefono; è Vinicio. Passa e spassa tra le 2 finestre. Dopo mezz’ora entra qualcuno, parlano, scompare. Nel frattempo incontro un gruppo di amici che doveva venire con i biglietti pronti. Uno di loro forse non viene. C’è un biglietto in più. Spero. In tasca ho un feticcio di una vecchia zia di mia madre, un portafortuna ciociaro. Sembra funzionare. Tra l’altro la macchina, una twingo di 3a mano di 10 anni non mi ha dato nessun problema, è stata impeccabile. Arriva l’ora dell’ingresso. E’ confermata la disdetta del 5° amico. il biglietto e mio. Entriamo. Riusciamo a collocarci in 3a fila (le prime due erano riservate alle autorità), in linea d’aria saremo stati a 4 metri dal Palco.
IL PALCO:
h20.35, inizia finalmente lo spettacolo. Inizia parlando. Trasandato come al solito, giacca grigia, maglia verde e pantalone d’un rosso mattone sbiadito. Codino accennato, calvizie incipiente, pancetta ormai più che visibile che gonfia la maglia. Non sembra molto ubriaco, giusto il necessario per parlare liberamente, per parlare morbido. Fa delle premesse sul fatto che questa è più una prova generale, un prototipo che può andar bene o male, che è tutto da rifinire. Ci definisce, noi pubblico da fuori Lanusei, un’apparizione perché il posto è molto difficile da raggiungere e dobbiamo averlo proprio voluto, d’essere lì in quell’eremo. E’ vero, in effetti. Ci ringrazia, si dice emozionato e scompare per tornare ed iniziare. Durante lo spettacolo si fermerà per chiederci opinioni sull’efficacia o meno di alcune scenette o della scaletta che ci sta proponendo; vuole sapere se non sia un po’ eccessivo cantare marajà vestito da cinese facendo un balletto per tutto il palco o se nella scaletta debbano esserci più canzoni del vecchio repertorio o meno. Lo spettacolo si è svolto tranquillamente a parte qualche parte di testo dimenticata in alcune canzoni e le luci che questa sera sembrano non volere funzionare come devono. Durante il concerto il pubblico comincia a schernire i tecnici della luminaria, ma lui c’invita a non permetterci e li difende dicendo che si è data maggiore importanza alla parte sonora e non alle luci. Durante tutto lo spettacolo, nel telo dietro il palco, si susseguono giochi di luce ed ombre cinesi con sagome che mettono in scena delle storielle congruenti con la canzone che suona.
Inizia con Non trattare, vestito ibrido, cappello da mormone e pelliccia da “Boe”. I boes (buoi) e Merdules (pastori) sono delle maschere tipiche del nuorese che riproducono, teatralizzate, ancestrali scene di partenza al pascolo. Luci fortissime ondeggiano con lampi che accecano. Finisce la canzone e parla un po’ del brano.
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Continua con brucia Troia vestito interamente da Boe. Fa molto effetto, la pelliccia, la maschera in legno, i campanacci… è veramente ipressionante. Sul palco giochi di luce ed ombra.
Ed ecco spessotto, col basco in testa ed inginocchiato con un pianoforte di quello per i bambini, a mò di monello:
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Moskavalza; ci spiega il “pajekalin”, un brindisi conosciuto a Mosca che nasce dall’espressione di Gagarin quando arrivò sulla Luna:
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Medusa cha cha, che canta realizzando delle scenette con una maschera di Medusa in cartapesta attaccata ad un’asta che usa a mo’ di maschera veneziana:
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E poi via con “nel blu”:
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Ed ecco Nutless:
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E le lanterne:
Ed il nostromo (le due luci a destra e sinistra del banchetto sono 2 candele accese al momento):
Ed il uovo album si conclude con ovunque proteggi, per poi passare al resto. Poi parliamo del vecchio repertorio, silenzio religioso durante alcuni brani:
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E di tutto e di più nel frattempo, ma i brani son stati questi. Finisce tutto a mezzanotte. Unico appunto, durante l’affondamento del cinastic parla un certo “Carlo”, un suo amico, lo presenta così, basso, grasso, con capelli ispidi ed una folta barba crespa che ci dice che i ricordi portano sempre al bar e che il bicchiere vicino al cuore è un’arma pericolosissima. Finisce tutto, ce ne andiamo, la notte con una luna splendida, d’un argento vivo, con un gran anello intorno, le colline che si delineano nette nell’argento. Arrivo a casa alle h2.20 di notte. Sono soddisfatto. Ringrazio la mia buona stella per il biglietto.
Spero di non essermi scordato niente…
Capossela non ha le proverbiali sette o nove vite attribuite ai gatti, ma ne ha tante quanti sono i personaggi a cui dà vita e che si “impossessano” di lui: è questa la sensazione che lascia l’esibizione del cantautore di Hannover al TeatroTeam di Bari, in una delle prime tappe del nuovo “Ovunque proteggi Tour 2006″.
Sarà il fantomatico e presunto sacro fuoco dell’arte, ma è notevole l’energia che Vinicio sfodera per reggere il peso di interpretazioni intense in cui mette in gioco tutto sè stesso e quasi la sua stessa identità. Il Capossela impellicciato che apre il concerto tra veri lampi di luce nel buio sembra infatti un’apparizione spettrale, usa una voce roca e profonda per dare enfasi alle ripetizioni imperative di “Non trattare” (che ben esprime quella che il suo autore ha definito “fisicità della religione”) e all’impeto dionisiaco e animalesco di “Brucia Troia”.
L’avvio del live ha un impatto sonoro violento, grazie alle robuste chitarre elettriche del cantante e di Alessandro “Asso” Stefana; lo stregone Vinicio che ansima e ringhia nei panni del Minotauro è poi non poco impressionante. Ad alleggerire l’atmosfera di brani così tesi, ecco il Capossela istrionico ed ironico: dopo aver annunciato scherzosamente agli spettatori che non usciranno vivi dal labirinto della creatura mitologica, l’artista recita infatti la favola della cicala e della formica per indicare la cinica arroganza di chi si sente baciato dalla fortuna e dalla virtù.
Trova il suo spazio nel concerto anche il Vinicio scrittore autobiografico del surreale “Non si muore tutte le mattine”, che rievoca i ricordi d’infanzia dell’impettito e fortunato Davide e di quel maldestro mascalzone di Spessotto per introdurre il singolo “Dalla parte di Spessotto”, che sfoggia la bellissima linea di contrabbasso affidata a Glauco Zuppiroli. Lodevole e realistico anche il racconto che anticipa e amplifica il pathos della delicata e malinconica “Dove siamo a terra Nutless”, impreziosita dal clarinetto, dalla tromba e dal susafon di Michele Vignali: è la storia dell’amico che ha confinato e spento gli entusiasmi di una gioventù goliardica in una piatta vita matrimoniale, ravvivata solo dalla passione che lo rende “il Michelangelo dei soldatini”, e che per dieci anni è andato a letto presto, parafrasando il DeNiro di “C’era una volta in America”, per poi restare comunque da solo.
Le fantastiche epopee militari immaginate da “Nutless” e la voglia di rimettere in piedi il battaglione in carne ed ossa degli amici sono illustrate anche dalle ombre di giocattoli in schiera proiettate dal teatro d’ombre Controluce, che con sapienza ed efficacia poetica commenta i brani in scaletta e le interpretazioni di Capossela. In un cha cha cha costruito dalle percussioni di Zeno De Rossi, il cantante, con tanto di maschera dorata al fianco, dà vita anche alla “nerviosa” Medusa, stanca di ritrovarsi ad abbracciare sassi inerti al posto di focosi amanti.
Tra le ombre dei palazzi della megalopoli eurasiatica ecco poi il Vinicio moscovita, che, indossato il colbacco, ben si destreggia con gli scioglilingua di una rumorosa e scatenata “Moskavalza”, probabilmente grazie anche alla collaborazione dello studioso di russo e cinese Marco Cervetti. Come commenta l’artista, in effetti questo brano non poteva mancare nella città di San Nicola, uno dei santi più venerati del mondo ortodosso.
Densa di emozione è l’atmosfera di “S.S. dei naufragati”, in cui invece, al suono dell’harmonium e delle suggestive note del theremin di Vincenzo Vasi, un Vinicio comandante di vascello alterna versi recitati a solenni versi cantati con una voce quasi tenorile, sullo sfondo delle ombre dell’equipaggio in attesa della morte. Durante “Al Colosseo” un Capossela “barbaricino”, nuovamente vestito infatti come i “mamuthones” sardi, gioca in seguito a presentare in latino vero e maccheronico i suoi musicisti, diventati gladiatori in elmetto, per poi lasciare il posto “a uno più importante di me e persino di Antonio Cassano”, ovvero un applaudito “Marajà”, che sfoggia un costume colorato e appariscente.
Il Vinicio sudamericano scalda la platea del teatro: molto apprezzata è la struggente serenata messicana “Pena del alma”, che canta “la pena di dover continuare a ballare il ballo della vita con la morte nel cuore”, accompagnata dalla danza di ombre di coppie scheletrite e dal suono del gong a nove toni. Il pubblico poi si diverte a cantare il trascinante mambo “Che coss’è l’amor” e l’evocativo tango d’altri tempi “Con una rosa”, mentre il silenzio è d’obbligo (”Se proprio vi viene di cantare, al massimo imitate il verso delle cicale!”) per accogliere il lirismo passionale dell’avvolgente “Camera a sud”.
Di grande effetto è infine il Capossela in salsa pugliese: il cantautore fa un sentito omaggio musicale al grande cantore del Sud Matteo Salvatore (”quando ho appreso la notizia della sua scomparsa, ero in studio e c’è stato un violento nubifragio, un blackout, come quello che si abbatté sul Golgota”), reinterpretando la malinconica “La notte è bella”, la romantica e nostalgica “Curre a mamma tua (Lu bene mio)” e la sagace “I proverbi paesani”, in linea d’altronde con gli indovinelli popolareschi e arguti pure somministrati agli spettatori.
Poi la festa esplode con l’attesa taranta “Il ballo di San Vito”, che, scandita dal caratteristico tamburello, precede l’ “abbraccio” finale delle note eleganti di “Ovunque proteggi”, con cui Capossela si congeda dal suo pubblico, che egli sa disarmare con la schietta semplicità della sua personalità eclettica.
Scaletta:
- Non trattare
- Brucia Troia
- Dalla parte di Spessotto
- Medusa cha cha cha
- Moskavalza
- Nel blu
- Dove siamo rimasti a terra Nutless
- Pena del alma
- Lanterne rosse
- S. S. dei naufragati
- Il rosario de la Carne
- L’uomo vivo (Inno al Gioia)
- Al Colosseo
- Marajà
- Che coss’è l’amor
- Con una rosa
1° encore:
- Camera a Sud
Tributo a Matteo Salvatore:
- La notte è bella
- Curre a mamma tua (Lu bene mio)
- I proverbi paesani
2° encore:
- Il ballo di San Vito
3° encore:
- Ovunque proteggi
Fonte:
Mescalina.it
AVELLINO, IL DEBUTTO
Capossela, trionfo nella Terra dei Coppoloni
Prima nazionale della tournée dell’album «Ovunque proteggi» I genitori in platea, da Calitri i «Buena Vista Postal Club»
DALL’INVIATO FEDERICO VACALEBRE Avellino. «Se proprio doveva essere un in bocca al lupo, tanto valeva che fossero lupi paesani». Lupi doc, irpini veraci e tifo da stadio al Carlo Gesualdo di Avellino per la prima nazionale di Vinicio Capossela alle prese con le canzoni da trovarobato di «Ovunque proteggi», già finito primo in classifica. Dietro le quinte si scaldano i Buena Vista Postal Club, concertino from Calitri, patria di papà Capossela, in prima fila con la moglie, from Andretta. Francesco Di Benedetto, anzi Ciccillo Bennett, padrino di battesimo di Vinicio, non vede l’ora di arringare il popolo e intonare «’O sole mio». Una bandiera verde, striscioni della tribù dei Kuta Kuta, il sindaco poi sommerso dai fischi al momento di consegnare al cantautore la classica targa. È il giorno di San Valentino e di San Modestino, protettore di Avellino, ma l’uomo vestito da mammutones (pelle di capra, campanacci al collo e maschera dionisiaca dei Merdules) tifa per «Santo Liborio, protettore dei cornuti volontari». Il concerto parte sparato, quasi punk, con le chitarre spietate e convulse di «Non trattare» e «Brucia Troia» che cominciano a sviscerare le ossessioni profonde e gli aromi fortissimi di un disco più che bello, complesso, animato da visioni spettrali e salvifiche, minacce bibliche, corna di Minotauro, chincaglierie sonore, nostalgie sudiste, echi di theremin e poesia scolpita tra la carne e la pietra. Le parole dei «Salmi» e dell’«Ecclesiaste» hanno il profumo di zolfo che solleticherebbe Nick Cave, lo svuotamento melodico della forma canzone riporta alla svolta rumorista del Tom Waits con «Swordfishtrombones», subito però smentita dalla madaleine proustiana di «Dalla parte di Spessotto», impreziosita dall’arrivo di Tuttacreta alla fisa, Matalena al violino e Rocco Briolo al mandolino, «musicisti che hanno suonato al matrimonio dei miei genitori» che poi, con «’o Cinese» alla voce, rileggono «Duje paravisi». Lo chansonnier nato (per caso) ad Hannover è sempre più attratto dai miti, dai suoni e dagli afrori della Terra dei Coppoloni, quella degli avi, come John Fante è alla ricerca di un’identità perduta. Identità snocciolata in questo debutto di rodaggio, che è anche e soprattutto una serata eccezionale, tra l’ironico ritmo da balera lounge di «Medusa cha cha», i notturni di «Nel blu» e «Dove siamo rimasti a terra Nutless», la traduzione del traditional mariachi «Pena del alma», la nostalgia di «Lanterne rosse», la citazione coleridgiana di «S.S dei naufragati», la speranza inattesa di «Uomo vivo» e «Ovunque proteggi». Il teatro d’ombre della compagnia Controluce e una band agguerrita (con la chitarra dell’ex Massimo Volume Alessandro Stefana a reggere il confronto con quella di Marc Ribot) accompagnano uno spettacolo denso, stratificato, ad alto tasso etilico, che pone Vinicio al centro di un universo artistico che ha in Waits, Cave, Luigi Tenco e Matteo Salvatore (di cui riprende «Lu bene mio») dei punti di riferimento più o meno coscienti. Gli approdi in lande jannacciane e contiane sono casuali, altri sono i punti salienti di un’arte confusa e felice, come i vecchi successi accompagnati spesso solo con una chitarra o l’amato pianoforte: «Marajà», «Che cossè l’amor» che nella coda trova spazio per «Besame mucho», «Non è l’amore che va via», «Una giornata senza pretese», «Ultimo amore», «Al veglione» e il catartico rito di «Il ballo di San Vito». L’ultimo santo di una serata profana da ricordare a lungo, fatta di emozioni e risate, parole e musica, luci e ombre. Si replica il 21 marzo all’Augusteo di Napoli. Ma sarà un’altra cosa, nel bene (il rodaggio) e nel male (i supernonni irpini del Buena Vista Postal Club non seguono il tour).
Fonte:
Il mattino
Cristianesimo e paganesimo, inno al(la) Gioia e rivisitazione dei miti greci, Edipo Re e C’era Una Volta In America, Melville e Coleridge, gran valzer impressionanti e cha cha cha sudamericani. C’è tanto, forse troppo, in questo nuovo e intenso lavoro sospeso tra cielo e terra, da proteggere senza trattare, da (ri)ascoltare senza parlare, per godere appieno della sua primitiva bellezza.
Sei anni. Tanto è durato il peccato, la separazione, la distanza dal genio creativo e musicale di Vinicio Capossela. Sei anni in cui una raccolta non proprio indispensabile (nonostante al suo interno fosse contenuta una splendida e inedita versione di Si E’ Spento Il Sole di celentana memoria), la pubblicazione di un libro ed una più o meno intensa attività live, non potevano certo affrancarci dalla nostra rumorosa solitudine.
In cuor nostro, però, lo sapevamo che un giorno, proprio come quegli amori che non finiscono mai, lo avremmo visto comparire “
sul viale del ritorno ”, portandoci in dono “ un disco di pezzi solenni ”, ponendo così fine alla nostra dura espiazione.Diciamolo subito: per quanti si aspettavano una sorta di riproposta delle stesse suggestioni mittleuropee di inizio ‘900 presenti in Canzoni A Manovella, Ovunque Proteggi, questo il titolo del suo nuovo, splendido album, non potrebbe essere più traumatico perché, come dice lo stesso Capossela, “
spesso il male è nella difficoltà ad accettare che le cose cambino ”. E qui, purtroppo o per fortuna, rispetto ai suoi precedenti lavori, di cose ne sono cambiate parecchie, a cominciare da una particolare attenzione ai testi, più che cantati, narrati con voce aspra e profonda, rispetto ad un abituale contesto melodico, che contraddistingue gran parte dell’album.L’avvio è di devastante cupezza. Al mantra iniziatico di Non Trattare, nel quale si rimanda a tutte quelle forme di assolutismo, più o meno velate di democrazia, che considerano l’altro da sé un empio da distruggere “
a mascellate d’asino ”, si sovrappongono le suggestioni omeriche di Brucia Troia, registrata nella Grotta di Ispinigoli in Sardegna, col suono dei campanacci di Tonara e i cori dei tenores di Mamoiada a fare da primitivo tappeto sonoro. Un uno-due ipnotico e tribale che arriva direttamente in pancia senza passare per il cuore.Proseguendo nell’ascolto, ad allentare la tensione emotiva provvedono Medusa Cha Cha Cha, rivisitazione in chiave ironica dei miti greci (”
non sono monstra, non sono velenosa, soltanto un po’ nerviosa ”), Pena Del Alma, una tradizionale e struggente serenata messicana e soprattutto Dalla Parte Di Spessotto, un classico divertissement caposseliano, un posto dell’anima per gli ultimi della fila, per tutti quelli che a “ sei anni e sei già perduto e quando t’interrogano rimani mupo! Mupo! ”, registrato a Calitri, in provincia di Avellino, il paese natale di papà Vito, con la partecipazione della Banda della Posta, ovvero degli stessi musicisti che suonarono al suo matrimonio di quarant’anni prima.Carne e spirito, sacro e profano, gioia e dolore si condensano nella pirotecnica L’uomo Vivo, l’inno al(la) Gioia (è il nome che il paese di Scicli dà al suo Cristo risorto), la quintessenza della festa, la processione che “
di spalla in spalla, di botta in botta ” si fa strada per le vie del paese per celebrare il Cristo che si fa uomo… “ se il Padreterno l’aveva abbandonato, ora i paesani se l’hanno accompagnato, che grande festa poterselo abbracciare, che grande festa portarselo a mangiare ”, con la banda “A. Busacca” guidata dal maestro concertatore Roy Paci che ne accompagna i passi festanti.E quando gli echi del dì di festa sono ormai assopiti, (im)preparati ci imbattiamo in quella che probabilmente rappresenta (insieme a Dove Siamo Rimasti A Terra Nutless, sottilmente venata di malinconia morriconiana) la tappa più suggestiva e significativa di questo straordinario viaggio al centro del cuore che è Ovunque Proteggi. Stiamo parlando di S.S. Dei Naufragati, già incisa nel 2002 con la Banda Ionica ma qui splendidamente riarrangiata per violoncello, armonio e teremin, in grado di restituire tutto il campionario di spettri, fuochi sacri, apparizioni, folgorazioni, scricchiolii e brividi presenti nell’opera visionaria “Il lamento del vecchio marinaio” di Coleridge, nonché l’epicità e la perdizione del classico “Moby Dick” di Melville, ai quali si ispira.
“
Ovunque Proteggi non ha niente a che vedere con i santi o con la religione ” ha affermato lo stesso Vinicio in una intervista. Non si tratta di invocare (o evocare) nessuna figura più o meno spirituale né, soprattutto, nessuna guerra santa. E’ piuttosto una esortazione a mettersi in gioco in prima persona per proteggere le persone che amiamo o che abbiamo amato. Senza nessuna chiamata alle armi e senza alzare barricate di alcun tipo. Semplicemente proteggendo la grazia del nostro cuore dalle amarezze della vita, dal cinismo, dall’egoismo, dall’indifferenza, dalla violenza. Una straordinaria preghiera laica di infinita dolcezza che chiude l’album lasciando gli occhi gonfi di pianto e il cuore, sen non altro, ebbro di buoni propositi, scandita da una melodia “ che ha già tanto in sé ”, per molti anni brano esclusivamente strumentale e in cerca di parole, ora magicamente rivelate.Un album in cui di certo non tutto scorre alla perfezione, eccessivamente lungo (ben 72 minuti!), un po’ barocco e con troppa carne al fuoco, che probabilmente, con tre-quattro brani in meno (penso a Moskavalza, pogo elettrico in stile Kusturica buono al limite per scatenarsi durante i concerti, a Al Colosseo, semplicemente noiosa, a Nel Blu, stesse atmosfere di Bardamù ma decisamente meno incisiva, a Lanterne Rosse, compitino ben svolto ma tutto sommato inutile), sarebbe stato un autentico capolavoro. Un disco comunque coraggioso, che durante l’ascolto tocca vette altissime di lirismo. Un disco da proteggere, senza trattare, come gioia rara, gran botto di inizio anno e approdo sicuro per anime alla deriva.
Fonte:
rockshock.it



