Cristianesimo e paganesimo, inno al(la) Gioia e rivisitazione dei miti greci, Edipo Re e C’era Una Volta In America, Melville e Coleridge, gran valzer impressionanti e cha cha cha sudamericani. C’è tanto, forse troppo, in questo nuovo e intenso lavoro sospeso tra cielo e terra, da proteggere senza trattare, da (ri)ascoltare senza parlare, per godere appieno della sua primitiva bellezza.
Sei anni. Tanto è durato il peccato, la separazione, la distanza dal genio creativo e musicale di Vinicio Capossela. Sei anni in cui una raccolta non proprio indispensabile (nonostante al suo interno fosse contenuta una splendida e inedita versione di Si E’ Spento Il Sole di celentana memoria), la pubblicazione di un libro ed una più o meno intensa attività live, non potevano certo affrancarci dalla nostra rumorosa solitudine.
In cuor nostro, però, lo sapevamo che un giorno, proprio come quegli amori che non finiscono mai, lo avremmo visto comparire “
sul viale del ritorno ”, portandoci in dono “ un disco di pezzi solenni ”, ponendo così fine alla nostra dura espiazione.Diciamolo subito: per quanti si aspettavano una sorta di riproposta delle stesse suggestioni mittleuropee di inizio ‘900 presenti in Canzoni A Manovella, Ovunque Proteggi, questo il titolo del suo nuovo, splendido album, non potrebbe essere più traumatico perché, come dice lo stesso Capossela, “
spesso il male è nella difficoltà ad accettare che le cose cambino ”. E qui, purtroppo o per fortuna, rispetto ai suoi precedenti lavori, di cose ne sono cambiate parecchie, a cominciare da una particolare attenzione ai testi, più che cantati, narrati con voce aspra e profonda, rispetto ad un abituale contesto melodico, che contraddistingue gran parte dell’album.L’avvio è di devastante cupezza. Al mantra iniziatico di Non Trattare, nel quale si rimanda a tutte quelle forme di assolutismo, più o meno velate di democrazia, che considerano l’altro da sé un empio da distruggere “
a mascellate d’asino ”, si sovrappongono le suggestioni omeriche di Brucia Troia, registrata nella Grotta di Ispinigoli in Sardegna, col suono dei campanacci di Tonara e i cori dei tenores di Mamoiada a fare da primitivo tappeto sonoro. Un uno-due ipnotico e tribale che arriva direttamente in pancia senza passare per il cuore.Proseguendo nell’ascolto, ad allentare la tensione emotiva provvedono Medusa Cha Cha Cha, rivisitazione in chiave ironica dei miti greci (”
non sono monstra, non sono velenosa, soltanto un po’ nerviosa ”), Pena Del Alma, una tradizionale e struggente serenata messicana e soprattutto Dalla Parte Di Spessotto, un classico divertissement caposseliano, un posto dell’anima per gli ultimi della fila, per tutti quelli che a “ sei anni e sei già perduto e quando t’interrogano rimani mupo! Mupo! ”, registrato a Calitri, in provincia di Avellino, il paese natale di papà Vito, con la partecipazione della Banda della Posta, ovvero degli stessi musicisti che suonarono al suo matrimonio di quarant’anni prima.Carne e spirito, sacro e profano, gioia e dolore si condensano nella pirotecnica L’uomo Vivo, l’inno al(la) Gioia (è il nome che il paese di Scicli dà al suo Cristo risorto), la quintessenza della festa, la processione che “
di spalla in spalla, di botta in botta ” si fa strada per le vie del paese per celebrare il Cristo che si fa uomo… “ se il Padreterno l’aveva abbandonato, ora i paesani se l’hanno accompagnato, che grande festa poterselo abbracciare, che grande festa portarselo a mangiare ”, con la banda “A. Busacca” guidata dal maestro concertatore Roy Paci che ne accompagna i passi festanti.E quando gli echi del dì di festa sono ormai assopiti, (im)preparati ci imbattiamo in quella che probabilmente rappresenta (insieme a Dove Siamo Rimasti A Terra Nutless, sottilmente venata di malinconia morriconiana) la tappa più suggestiva e significativa di questo straordinario viaggio al centro del cuore che è Ovunque Proteggi. Stiamo parlando di S.S. Dei Naufragati, già incisa nel 2002 con la Banda Ionica ma qui splendidamente riarrangiata per violoncello, armonio e teremin, in grado di restituire tutto il campionario di spettri, fuochi sacri, apparizioni, folgorazioni, scricchiolii e brividi presenti nell’opera visionaria “Il lamento del vecchio marinaio” di Coleridge, nonché l’epicità e la perdizione del classico “Moby Dick” di Melville, ai quali si ispira.
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Ovunque Proteggi non ha niente a che vedere con i santi o con la religione ” ha affermato lo stesso Vinicio in una intervista. Non si tratta di invocare (o evocare) nessuna figura più o meno spirituale né, soprattutto, nessuna guerra santa. E’ piuttosto una esortazione a mettersi in gioco in prima persona per proteggere le persone che amiamo o che abbiamo amato. Senza nessuna chiamata alle armi e senza alzare barricate di alcun tipo. Semplicemente proteggendo la grazia del nostro cuore dalle amarezze della vita, dal cinismo, dall’egoismo, dall’indifferenza, dalla violenza. Una straordinaria preghiera laica di infinita dolcezza che chiude l’album lasciando gli occhi gonfi di pianto e il cuore, sen non altro, ebbro di buoni propositi, scandita da una melodia “ che ha già tanto in sé ”, per molti anni brano esclusivamente strumentale e in cerca di parole, ora magicamente rivelate.Un album in cui di certo non tutto scorre alla perfezione, eccessivamente lungo (ben 72 minuti!), un po’ barocco e con troppa carne al fuoco, che probabilmente, con tre-quattro brani in meno (penso a Moskavalza, pogo elettrico in stile Kusturica buono al limite per scatenarsi durante i concerti, a Al Colosseo, semplicemente noiosa, a Nel Blu, stesse atmosfere di Bardamù ma decisamente meno incisiva, a Lanterne Rosse, compitino ben svolto ma tutto sommato inutile), sarebbe stato un autentico capolavoro. Un disco comunque coraggioso, che durante l’ascolto tocca vette altissime di lirismo. Un disco da proteggere, senza trattare, come gioia rara, gran botto di inizio anno e approdo sicuro per anime alla deriva.
Fonte:
rockshock.it



