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Recensione Avellino 14/02/2006 (Il Mattino)

AVELLINO, IL DEBUTTO
Capossela, trionfo nella Terra dei Coppoloni
Prima nazionale della tournée dell’album «Ovunque proteggi» I genitori in platea, da Calitri i «Buena Vista Postal Club»

DALL’INVIATO FEDERICO VACALEBRE Avellino. «Se proprio doveva essere un in bocca al lupo, tanto valeva che fossero lupi paesani». Lupi doc, irpini veraci e tifo da stadio al Carlo Gesualdo di Avellino per la prima nazionale di Vinicio Capossela alle prese con le canzoni da trovarobato di «Ovunque proteggi», già finito primo in classifica. Dietro le quinte si scaldano i Buena Vista Postal Club, concertino from Calitri, patria di papà Capossela, in prima fila con la moglie, from Andretta. Francesco Di Benedetto, anzi Ciccillo Bennett, padrino di battesimo di Vinicio, non vede l’ora di arringare il popolo e intonare «’O sole mio». Una bandiera verde, striscioni della tribù dei Kuta Kuta, il sindaco poi sommerso dai fischi al momento di consegnare al cantautore la classica targa. È il giorno di San Valentino e di San Modestino, protettore di Avellino, ma l’uomo vestito da mammutones (pelle di capra, campanacci al collo e maschera dionisiaca dei Merdules) tifa per «Santo Liborio, protettore dei cornuti volontari». Il concerto parte sparato, quasi punk, con le chitarre spietate e convulse di «Non trattare» e «Brucia Troia» che cominciano a sviscerare le ossessioni profonde e gli aromi fortissimi di un disco più che bello, complesso, animato da visioni spettrali e salvifiche, minacce bibliche, corna di Minotauro, chincaglierie sonore, nostalgie sudiste, echi di theremin e poesia scolpita tra la carne e la pietra. Le parole dei «Salmi» e dell’«Ecclesiaste» hanno il profumo di zolfo che solleticherebbe Nick Cave, lo svuotamento melodico della forma canzone riporta alla svolta rumorista del Tom Waits con «Swordfishtrombones», subito però smentita dalla madaleine proustiana di «Dalla parte di Spessotto», impreziosita dall’arrivo di Tuttacreta alla fisa, Matalena al violino e Rocco Briolo al mandolino, «musicisti che hanno suonato al matrimonio dei miei genitori» che poi, con «’o Cinese» alla voce, rileggono «Duje paravisi». Lo chansonnier nato (per caso) ad Hannover è sempre più attratto dai miti, dai suoni e dagli afrori della Terra dei Coppoloni, quella degli avi, come John Fante è alla ricerca di un’identità perduta. Identità snocciolata in questo debutto di rodaggio, che è anche e soprattutto una serata eccezionale, tra l’ironico ritmo da balera lounge di «Medusa cha cha», i notturni di «Nel blu» e «Dove siamo rimasti a terra Nutless», la traduzione del traditional mariachi «Pena del alma», la nostalgia di «Lanterne rosse», la citazione coleridgiana di «S.S dei naufragati», la speranza inattesa di «Uomo vivo» e «Ovunque proteggi». Il teatro d’ombre della compagnia Controluce e una band agguerrita (con la chitarra dell’ex Massimo Volume Alessandro Stefana a reggere il confronto con quella di Marc Ribot) accompagnano uno spettacolo denso, stratificato, ad alto tasso etilico, che pone Vinicio al centro di un universo artistico che ha in Waits, Cave, Luigi Tenco e Matteo Salvatore (di cui riprende «Lu bene mio») dei punti di riferimento più o meno coscienti. Gli approdi in lande jannacciane e contiane sono casuali, altri sono i punti salienti di un’arte confusa e felice, come i vecchi successi accompagnati spesso solo con una chitarra o l’amato pianoforte: «Marajà», «Che cossè l’amor» che nella coda trova spazio per «Besame mucho», «Non è l’amore che va via», «Una giornata senza pretese», «Ultimo amore», «Al veglione» e il catartico rito di «Il ballo di San Vito». L’ultimo santo di una serata profana da ricordare a lungo, fatta di emozioni e risate, parole e musica, luci e ombre. Si replica il 21 marzo all’Augusteo di Napoli. Ma sarà un’altra cosa, nel bene (il rodaggio) e nel male (i supernonni irpini del Buena Vista Postal Club non seguono il tour).

Fonte:
Il mattino

Giovedì 16 Febbraio 2006 | Tutte le notizie, Recensioni concerti Capossela