Si parte dal basso, da sotto, dalla Spessotto irpina – quasi una Caporetto – dai piedi.
A piè pari il pubblico fiorentino, accolito dell’aperitivo, ha sfondato le resistenze del bar del teatro Verdi e si è gettato nel Campari soda e Prosecco, come in un travaglio pre-concerto. Bisognava rompere le acque, del resto, e partorire un concerto a modo.
E in piedi si è rimesso il Nostro, dopo gli inciampamenti d’inizio tour. A passi lunghi e ben distesi ha portato avanti un concerto privo di tempi morti, di esitazioni, di cacofonie. La bassa platea pativa un certo riverbero sonoro, ma l’addebito va stavolta alla conformazione del teatro, non al tecnico del suono. Capossela s’impadronisce del palco, lo cammina, lo misura senza esitazioni né timori, e offre una scaletta consolidata nell’esecuzione e nella ritmica degli eventi: musica, luci, teatro delle ombre cinesi, cambi d’abito, abboccamenti con il pubblico, tutto fila via liscio come un frizzantino su un piatto di pesce.
E dai piedi su in testa, senza passare dal via. Ragiona Capossela, non si perde in farfugliamenti inutili: suona bene, alterna correttamente microfoni e strumenti e cappelli. Anzi, considerata la pelata, delle coperture vere e proprie: il mascherone da Minotauro, la coppola, la mezza tuba, la feluca napoleonica e dulcis in fundo un arzigogolato elmo romano, con cui egli introduce le prime strofe di “Al colosseo” e sulle stesse note “annuntia nobis magno cum gaudio” la falange di musicanti.
Il pubblico, invece, è tutto mani e ugole. Da un palchetto sulla sinistra partiva un “Bravo Vinicio!” in media quattro volte a canzone. Se gli avessi sparato mi avrebbero dato la legittima difesa? Per il resto applausi, sbracciamenti e contorcimenti in quantità. C’è sintonia nell’aria, e il Nostro animale da palcoscenico se ne accorge. Come quando, dopo che il pubblico lo ha accompagnato a memoria in “Pena de l’alma”, lui si ferma, riceve un applauso caldo come il sole di Acapulco, e riparte all’improvviso con il ritornello, seguito a guinzaglio da un teatro di devoti. Il mariachi, ancora una volta, si dimostra trascinatore… Nella hit parade dei trascinamenti sono secondi il Cha cha cha della Medusa e quegli assegni circolari di “Che coss’è l’amore” e “Il ballo di San Vito”.
Lo scioglimento, come sempre, è finale, e riguarda gli organi interni; lo stomaco cede ai troppi Campari e il cuore ai ricordi e alle speranze. Capossela regala, quasi con disinvoltura, quella “Modì” dedicata al pittore livornese (e qui gli ultrà labronici, adeguatamente infiltrati in sala, si fanno sentire), “Una giornata senza pretese” e “Camminante”. Boom. Il tonfo del sistema nervoso. Come una terapia d’urgenza, un boccaglio di ossigeno, un massaggio cardiaco il Nostro ci ripiglia dallo smarrimento con “Il ballo di San Vito”.
Ma se il nostro sistema nervoso ancora vacilla, il suo pure perde colpi. A luci già accese, inchini già profferti, una rosa in mano presa dalla prima fila e una gamba già sulla strada delle quinte, Nonno Vinicio si ricorda che gli manca un pezzo, e torna trotterellante al piano. Il pubblico in piedi si affretta a riprendere le posizioni, ma lui lo ferma e dice: “Restate in piedi, così è più facile abbracciarsi”. E si dedica alla benedizione finale: “Ovunque proteggi”. Per un attimo ho pensato di abbracciare l’armadio dotato di auricolare che presidiava le uscite della platea accanto a me. Ma poi sono tornato al bar, che, in eccezione alla norma, quella sera mi ha regalato molti ricordi.
Vostro, dissezionato
Fonte:
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