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Recensione concerto Napoli (Il Mattino)

recensione del concerto di napoli de IL MATTINO del 23 marzo a firma Federico Vacalebre

Gran successo all’Augusteo
Capossela, canzoni dal «Core ’ngrato»

Questa volta non c’erano i «lupi paesani» e i Buena Vista Postal Club, come è successo all’inaugurazione di tour ad Avellino, ma Vinicio Capossela (nella foto) un omaggio alle sue origini campane ha voluto farlo lo stesso, presentandosi nei panni di un «gladiatore irpinico», con tanto di elmo regolamentare o quasi, e intonando una scarna versione di «Core ’ngrato» per pianoforte e voce. Questa volta non c’erano i santi da tirare in ballo - San Valentino, San Modestino, Santo Liborio - e lo show era ormai rodato rispetto a quello un po’ improvvisato applaudito il 14 febbraio scorso. Appena uscito dalla classifica degli album più venduti dopo una lunga permanenza, «Ovunque proteggi» prenota sin d’ora un posto nella hit parade dei concerti più belli dell’anno. L’«incautautore» nato per caso ad Hannover ha messo in piedi uno show denso, complesso, ammaliante, estremo nella partenza quasi rumorista-punk, come nella seconda più teneramente melodica, perennemente in bilico tra visioni sacre e pulsioni profane, amarcord bandistici e techno russa, ironia amara e poesia surreale. Il teatro d’ombre della compagnia Controluce, la compattezza della band, i travestimenti usati con sempre maggiore consapevolezza sono puzzle di uno spettacolo che tocca pancia e cervello, che sa godersi l’illanguidimento mariachi di «Pena del alma» come le feroci canzoni scritte nella carne e nel sangue del nuovo corso o quelle antiche che rinunciano alla forma originale per proporsi come pura essenza melismatica. Al centro, con un canzoniere ormai prezioso che tiene insieme «Il ballo di San Vito» con «Dalla parte di Spessotto», il più prezioso regalatoci finora da un cantautore arrivato dopo le generazioni storiche degli anni Sessanta-Settanta, c’è un disperato senso dell’ironia che amplifica e smussa tutto, permette - ad esempio - di lodare l’importanza di «Core ’ngrato» «degna delle arie di ”Cavalleria rusticana”» e subito dopo demistificarla guardando la vicenda dalla parte del povero confessore, che ascolta tutte le lamentele dell’innamorato deluso fino ad esclamare: «Figlu mio, lassala sta’». «Al Colosseo» diventa «All’Augusteo», omaggio alla sala gremita ed entusiasta, mentre l’inno alla gioia di «Uomo vivo» segna un altro insperato approdo: la chanson diventa teatro, le parole s’incarnano nella voce e la voce rimanda a quella suprema nell’uso e l’abuso di Carmelo Bene, ma filtrata attraverso le passioni per Tom Waits e Nick Cave. Insomma, «Ovunque proteggi», nella versione live come in quella su cd, appare come uno di quei tanto attesi turning point per la canzone d’autore italiana, impegnata per troppo tempo nel rimirare il proprio ombelico e nell’arte della fotocopia e ora costretta - si spera - ad una svolta dall’incalzare del maestro Capossela, capace di ballare il cha cha cha con la Medusa, leggere l’«Ecclesiaste» nella traduzione di Ceronetti, cantare Coleridge e l’elogio della balera.

Fonte:
Il mattino