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Mercoledì 8 Marzo 2006 | Tutte le notizie, Comunicazioni di servizio
Pensavo fosse Bach. Brunello e la partecipazione nei video di Capossela

Pensavo fosse Bach

Al Teatro Binario 7 di Monza il 17 e il 18 marzo 2006 il violoncellista di Mario Brunello, con Vinicio Capossela, cercherà di reinventare Bach, in uno spettacolo con musica, videoproeizioni ed elettronica

In anteprima nazionale al Teatro Binario 7 di Monza venerdì 17 e sabato 18 marzo 2006 andrà in scena lo spettacolo “Pensavo fosse Bach”.
In perfetto equilibrio tra rigore e immaginazione, con la passione interpretativa e divulgativa che lo contraddistingue, Mario Brunello rilegge J.S. Bach, ovvero lo legge tuffandosi nei più segreti meandri di una musica infinitamente geniale ed enigmatica. Videoproeizioni, elettronica ed un ospite d’eccezione Vinicio Capossela, per reinventare Bach e resuscitarlo dalla tomba, per fargli scorrere nella partitura il suo sangue giovane, lo swing tentacolare!

Mario Brunello torna ad affrontare le Suite per violoncello solo, per le quali è giustamente famoso, e rinnova il binomio con Bach in un concerto interamente dedicato al sommo genio.
Il violoncello, che fino ad allora vivacchiava nascosto accanto al cembalo nella pratica del basso continuo, fu lanciato da Bach nell’orbita del più sensazionale virtuosismo. Così, Mario Brunello lancia il suo violoncello Maggini, prezioso strumento del 1605, nell’avventura di tirare fuori dalla partitura bachiana linee nascoste e voci sepolte come preziosi tesori sotto la polvere dei manoscritti.
Cercando di portare a compimento la sfida bachiana che lascia all’esecutore la risoluzione degli enigmi della scrittura, Mario Brunello, scalatore del cuore e dell’anima, si arrampica di nuovo verso l’impossibile.
Un esclusivo progetto musicale, dove le emozioni e la poesia percorrono i segreti della musica, accendendo le voci chiuse dentro l’opera del genio di Eisenach; due tre quattro violoncelli si intrecciano, cantando le voci impossibili nascoste nella fitta scrittura contrappuntistica, che per alcuni attimi divengono reali, affiancando sul palco come ologrammi, il Mario Brunello in carne ed ossa.

Ma chi era Johann Sebastian Bach? Che tipo di uomo doveva essere?
Un uomo quale adesso non si può neppure immaginare, risponde Vinicio Capossela, un uomo con venti figli, un uomo che ha scritto per glorificare Dio! Un mistico adorante che scavava infebbrato nella perfezione della fede, che edificava visioni e le edificava una sull’altra, con rigore incrollabile.
Per decenni una musicologia rudimentale non è riuscita a offrici di lui che delle immagini da cartolina contraffatta. Oggi, però, dai nuovi studi sta uscendo un Bach differente, un uomo inquieto, forse nevrotico, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, nell’arte come nella vita. Forse proprio come Mario Brunello, uno dei più stimati e amati violoncellisti al mondo, musicista fuori dagli schemi per indole, da sempre alla ricerca di inedite esperienze musicali ai confini delle possibilità fisiche, sue e del suo strumento.

Una produzione che nasce per la rassegna Lampi, grazie ad un delicato lavoro di produzione, che porterà sul palco del Teatro Binario 7 una nuova e importante anteprima nazionale, pronta poi a dirigersi nei più importanti teatri e festival nazionali. Pensavo Fosse Bach, segna una nuova collaborazione tra Mario Brunello e Musicamorfosi con il suo direttore artistico Saul Beretta, rafforzando un interazione nata ormai alcuni anni fa, grazie alla partecipazione di Mario Brunello al progetto didattico per l’educazione musicale Musicisti di Scuola, che ha permesso, grazie al prezioso finanziamento di Fondazione Cariplo e Regione Lombardia, di porre in sinergia il mondo della scuola e quello dell’arte.

Venerdi 17 e Sabato 18 Marzo
Teatro Binario 7- Monza Via Turati 8

MARIO BRUNELLO
PENSAVO FOSSE BACH
musica J.S. Bach (Suite IV e V); A. Kneifel (estratti da Lux Aeterna)
parole di Vinicio Capossela

idea e progetto Mario Brunello e Saul Beretta
regia teatrale e video Francesco Frongia
progetto scenografico Andrea Taddei
riprese video Marco Franchini e Fabrizio De Giuseppe
fotografia Alessandro Colombo e Naida Tarakcija
produzione Associazione Musicamorfosi e Mario Brunello

MARIO BRUNELLO violoncello solo live e multitracks in elettronica
con la partecipazione nei video di VINICIO CAPOSSELA
Massimo Mariani elettronica e voce cantante

MARIO BRUNELLO “… egli è, com’è noto, un concertista internazionale, che suona il violoncello con una fantasia, uno struggimento di canto, un pudore espressivo ed una capacità di intensità riconoscibilissimi e completamente suoi. Ma è anche una persona che ha il piacere di suonare con gli altri e la voglia di portarli dentro alle ragioni dell’interpretazione, accendendo costantemente idee e fantasia …” , dice di lui Lorenzo Arruga
Mario Brunello si è diplomato al Conservatorio di Venezia nel 1982 sotto la guida di Adriano Vendramelli, proseguendo gli studi ed il perfezionamento con il grande maestro Antonio Janigro.
Fino al 1986 percorre le tappe della carriera in orchestra, dapprima con La Fenice di Venezia e più tardi, come primo violoncello, con l’Orchestra della Scala di Milano. Nel frattempo, si appassiona alla musica da camera e vince numerosi concorsi in duo e in trio. L’anno di svolta è il 1986 quando partecipa al Concorso Internazionale Èajkovskij e lo vince, primo italiano nella storia del concorso, ritirando il primo premio assoluto.
Da allora Mario Brunello suona il suo Maggini del XVII secolo (appartenuto al grande Franco Rossi) con tutte le più grandi. Prosegue con uguale passione la sua attività di musica da camera collaborando con solisti come Frank Peter Zimmermann, Andrea Lucchesini, Gidon Kremer, Salvatore Accardo. Il 1994 lo vede fondatore dell’Orchestra d’Archi Italiana. La sua grande curiosità sul potere eccezionale di comunicazione della musica lo ha portato a collaborare con gli attori Maddalena Crippa e Marco Paolini, con il quale ha realizzato numerosi spettacoli di successo, e ultimamente ha partecipato ad importanti festival di musica jazz, insieme a Vinicio Capossela, Uri Caine e Gian Maria Testa.

MUSICAMORFOSI è un’associazione musicale. Non un gruppo, ma un sistema relazionale aperto
capace di tenere assieme teste pensanti e mani generose, idee sull’orlo e attrici, musicisti, jazz, pop, cantautori, videoartisti e creativi, emergenti e sommersi.
Saul Beretta, inventore musicale, promotore e agitatore di insolite iniziative musicali, è il suo inventore e direttore artistico. Musicamorfosi ha ideato e organizzato numerose e insolite iniziative musicali. Tra cui la stagione VIAGGI VERSO inserita nel progetto NOTE DI VIAGGIO promosso dalla Società del Quartetto di Milano, l’Orchestra dei rumori inserita nel progetto CIRCUS S itinerante in Italia, Olanda e Germania e finanziato dalla Comunità Europea (Kultur 2000). Per il Comune di Monza Musicamorfosi ha ideato e realizzato: NOTTURNI AL ROSETO e la stagione LAMPI oggi alla terza edizione nel nuovo Teatro Binario 7.
Come ensemble ha al suo attivo numerose prime esecuzioni assolute e prime italiane, ha realizzato per Fabbri Editori la 1° incisione del Concertino di F. Donatoni (10.000 copie vendute); per Auditorium: LAMPI, e per Velut Luna il Cd Luz; ha suonato dal vivo a RADIORAI3 e a Radio Popolare. Musicamorfosi ha collaborato e collabora nell’ambito della musica classica/contemporanea con: Mario Brunello, Sandro Gorli e Divertimento ensemble, Conservatorio G. Verdi di Milano, Orchestra d’Archi Italiana, Michele Tadini e AGON, Renato Rivolta, MM&T. Nell’ambito della musica da film: Giovanni Venosta, Maurizio Marsico; nell’ambito del jazz e della canzone d’autore: Giovanni Falzone, Gianmaria Testa, i La CRUS, Sandro Cerino, Daniele Di Gregorio. Nell’ambito teatrale con Corrado Accordino, Filippo Timi.

Fonte Musicamorfosi

Aggiunto il video di Vinicio a Parla con me

Aggiornato il baule con il video di Vinicio ospite dalla Dandini a Parla con me del 05.03.2006.
Buon download!

I sogni di un circense gitano

Racconta di guitti e vicoli chiassosi, pagliacci e marajà. Suona con la balcanica Kocani Orkestar. E con le sue “Canzoni a manovella” ha conquistato la critica. Oggi, dopo sei anni di silenzio, è tornato con “Ovunque proteggi”, nel segno di una debordante follia creativa. Ritratto di Vinicio Capossela, istrionico protagonista della musica d’autore italiana.

Bizzarro, ironico, sentimentale, Vinicio Capossela è il più dotato tra i cantautori italiani della sua generazione. I suoi modelli più evidenti sono i blues aspri e deliranti di Tom Waits e le “chanson” jazzy di Paolo Conte. Ma nel suo repertorio convivono anche il teatro di Brecht e il surrealismo, melodie mediterranee e sonorità fragorose di chiara matrice balcanica, pantomime circensi e atmosfere malinconiche degne del miglior Luigi Tenco. Artista errante, che - come Waits - ha fatto del randagismo quasi una filosofia di vita, Capossela ha percorso tutte le tappe di una gavetta dura, da “emigrante”. Nato infatti il 14 dicembre 1965 a Hannover (Germania), approda poco piu’ che ventenne in Italia, dove si divide tra il lavoro di parcheggiatore e gli studi al conservatorio. Ben presto lascia gli studi e si trasferisce a New York dove suona nei pub e nei night-club.

E’ grazie all’incontro con Francesco Guccini e Renzo Fantini (poi suo produttore) che riesce a pubblicare il suo primo lavoro, All’una e trentacinque circa, un album che mette gia’ in luce la peculiarita’ del suo sound e che gli vale il premio Tenco come migliore opera prima.

Nonostante cio’, il successo tarda ad arrivare.

Nel 1991 esce Modi’ uno fra i migliori album della sua carriera, come la title track, “Ultimo amore”, “Cadillac” e “Notti Newyorkesi”, oltre alla piu’ orecchiabile “…e allora mambo!”. Canzoni che sembrano uscite da qualche fumoso piano-bar di provincia, intrise di sentimenti, poesia e humour.

Affascinato dal mondo del cinema, Capossela nel 1992 si cimenta in una piccola parte nel film “Non chiamatemi Oscar”, di Staino e Altan, la cui colonna sonora e’ tratta dallo stesso “Modi’”. Nel 1993 firma le musiche dello spettacolo teatrale di Paolo Rossi, “Pop e Rebelot”. Nello stesso anno partecipa al disco tributo, organizzato dal Club Tenco, e dedicato al grande chansonnier russo Vladimir Visotski, intitolato “Il volo di Volodja”, con il brano “Il pugile sentimentale”, destinato a diventare uno dei capisaldi del suo repertorio, in forza di una irresistibile combinazione tra struggente melodismo russo e ritmi contagiosi da brass-band.

L’anno della prima consacrazione e’ il 1994 quando Capossela pubblica Camera a sud, trascinato dalla struggente ballata della title track e dal singolo “Che coss’e’ l’amor”, una metafora amara e dissacrante sull’amore e su tutti i suoi risvolti. La sua musica vive d’euforiche contaminazioni, tra swing e mambo, tango e twist, marce e ballate. Ma i ritmi originali sono sempre stravolti e rielaborati, nel segno delle contaminazioni piu’ trascersali e dell’ironia piu’ dissacrante. Spiccano nel disco anche brani intensi e malinconici come “Non è l’amore che va via” e “Camminante”.

La fama del cantautore di Hannover comincia a superare i confini italiani. A Parigi, nel 1995, tiene un memorabile concerto allo Zenit. Il quarto album, Il ballo di San Vito (1996), consolida il suo repertorio, accentuando l’attenzione per le tradizioni della canzone popolare italiana e mediterranee in genere. La melodia lascia spazio a toni aspri e dissonanti, ma soprattutto al ritmo, vero protagonista dell’album. In un clima di sagra paesana, tra balli e canti di antiche contrade, si ambienta anche la title track: una pulsazione ossessiva che si trasmette a tutto il corpo, in un magistrale connubio di musica, modulazione della voce e testi, che si fondono e trasmettono la vibrazione della tarantola: e’ il “Ballo di San Vito”, nome volgare (non scientifico) attribuito a una malattia dagli effetti contagiosi. Capossela si conferma cantore delle storie di vita comune, di giornate “senza pretese” (per dirla con il titolo di un brano del suo primo album), di giovani di periferia, di racconti in bilico tra dramma e ironia. “Al Veglione” e’ un delizioso quadretto di una festa di capodanno in un piccolo paese del sud Italia, rimasto nella memoria di un bambino e rappresentato come fosse un’istantanea da un film di Fellini; l’inesorabile “Pioggia di Novembre” distilla umori mesti e malinconici, mentre “Contrada Chiavicone” e’ un’altra pantomima paesana, sorretta da un ritmo sempre piu’ nervoso e incalzante. L’album, che vanta un super-ospite come Marc Ribot alla chitarra, e’ il piu’ vicino alla “world-music” dell’intero repertorio di Capossela. “I suoni fanno da sfondo al mio mondo immaginario - racconta il cantautore -. Un mondo pieno di guai, affollato di guitti stralunati, strade chiassose e vecchie macchine”. Con le quattro ruote, Capossela ha un rapporto intimo, nato negli anni in cui vagabondava lasciando come indirizzo il numero di targa e rifugiandosi in officine, pompe di benzina e, soprattutto, nella sua auto. “La macchina e’ il nostro transatlantico/ confortevole e familiare…/ e’ la nostra protesi”, canta in “Liveinvolvo”, title-track del suo primo disco dal vivo.

Liveinvolvo nasce da una notte di musica e follie. “E’ stata una serata memorabile - racconta Capossela - tanto che il giorno dopo nessuno riusciva piu’ a ricordarla. E’ durata cinque ore: alla fine i netturbini avranno pensato di sognare vedendo uscire, nel cuore della notte, un corteo strombazzante con alla testa un cantante in colbacco”. Ma l’album segna anche un’ulteriore crescita di questo “guitto al pianoforte” che si fa chiamare Vic Damone e che sembra quasi la caricatura di un cantante di piano-bar. La sua musica si fa piu’ febbrile e complessa, tra ballate liquide al piano (la cover di “Estate” di Bruno Martino), blues sporchi e pieni di clangori nello stile di Tom Waits e cupe progressioni sonore (”L’accolita dei rancorosi”). La sua voce e’ sempre carica, ruvida come una grattugia. Ma la vera sorpresa e’ la fanfara di ottoni della macedone Kocani Orkestar, che anima cinque brani. “Amo lo spirito balcanico, chiassoso e sognatore”, sostiene Capossela. La presenza della gypsy brass-band balcanica aggiunge un ulteriore tocco di fragore e demenzialita’ ai suoi brani. Una formula riproposta in un nuovo ubriacante tour, che frutta al cantautore nuovi consensi di pubblico e critica.

Capossela trascorre i successivi due anni tra vicoli e bar di provincia, tra le storie semplici della vita comune e le grandi avventure musicali, come l’incontro con la musica di Jimmy Scott. Una maturazione artistica che giunge a compimento nel 2000, con Canzoni a manovella. Polke, marcette, palombari e maraja’ si inseguono in una sorta di teatro della strada, dove, tra un giro di valzer e un sogno, si viaggia tra Lubecca, Varsavia e Salonicco. “E’ un disco di canzoni immaginarie - spiega Capossela - di cose che vengono dal profondo, che affiorano in scafandro e cilindro, un lavoro fabbricato con mezzi espressivi come le tecniche aerostatiche di cui vado molto fiero. In sostanza abbiamo usato una strumentazione composta di grancasse, orchestra sinfonica, piani chiodati, rullo, trombe, turbanti, sollevatori bulgari. Ma tutto cio’ che veramente conta e’ che ci siamo ingozzati di emozioni, di suggestioni e di musiche, una specie di abbuffata secolare, questo e’ in definitiva il risultato”.

Ed ecco allora filastrocche, marcette, tanghi, ninnananne e ritmi popolari dal sapore antico, che ricordano le cadenze dei vecchi organetti a manovella, rincorrersi in un disco senza tempo, pieno di istantanee in bianco e nero, come quella in copertina. L’epoca della manovella comporta rumore e sperimentazioni sui binari di una ferrovia senza fissa dimora. E Capossela affronta gli abissi delle proprie abitudini, camuffando suoni, rovistando ritmi balcanici, ricordando le allegorie marziali di Kurt Weill. In principio era la manovella, l’innescamotore, ma anche la necessaria carica di aggeggi ambulanti che bruciano l’aria di melodie familiari. Le partiture si riempiono cosi’ di bottigliofoni, fisarmoniche giocattolo, cineserie, coperchi, rotoplani, rulli di Edison, intrusioni della porta accanto, sberleffi timbrici tra il circo e l’osteria.

Quello di Capossela e’ un randagismo musicale, che si nutre di visioni surreali e di personaggi balzani. Il divertissement esotico di “Maraja” (”si scompiscia, si sganascia, si oscureggia il Maraja”) trasforma le “Mille e una notte” in un film di Kusturica; il viatico dei “Pagliacci”, improbabili domatori di pulci, coglie i riflessi chapliniani delle luci della ribalta (non a caso lo scorso anno Capossela si e’ cimentato proprio nell’accompagnamento per pianoforte di “Tempi moderni”); “Contratto per Karelias”, adattamento di una canzone del greco Markos Vamvakarias, riconduce ad atmosfere tzigane e circensi; mentre “Suona Rosamunda” rievoca visioni felliniane. Ma c’e’ spazio anche per il Capossela piu’ romantico e intimista, quello che intona la dichiarazione d’amore a ritmo di tango di “Come una rosa”, il lamento struggente di “Solo mia”, o il requiem sommesso di “Marcia del camposanto”. Vinicio l’acrobata gioca a fare il saltimbanco, il clown, il guitto, ma si diverte a piazzare qua e là le sue citazioni letterarie preferite: l’iniziale “Bardamu’” e’ ispirata a Céline, “Suona Rosamunda” a “Se questo e’ un uomo” di Primo Levi, “Decervellamento” all’”Ubu Re” di Alfred Jarry, mentre lo spirito irridente di John Fante aleggia sull’intera opera. La musica delle “canzoni a manovella” riesce a fondere la malinconia di Luigi Tenco con l’ironia jazzy di Paolo Conte, le sonorita’ roboanti dei Balcani con il randagismo alcolico di Tom Waits. Il tutto grazie anche a testi decisamente superiori alla media. Una nuova conferma, insomma, del talento istrionico del cantautore italiano, attorniato nell’occasione da una pattuglia di musicisti in vena: ritroviamo Mark Ribot, ma ci sono anche Ares Tavolazzi, Pascal Comelade, Roy Paci dei Mau Mau e il soprano giapponese Mayumi Torikoshi.

Un disco dedicato “ai pionieri aerostatici, ai temerari, ai marinai in bottiglia, a Céline, al revolver di Jarry e in generale a tutti quelli che hanno avuto il coraggio di buttarsi”. Ma non solo. “E’ un album dedicato a tutti gli oggetti in via d’estinzione, - continua l’autore - come i Pianoforti di Lubecca, a molti di quei saloni che patiscono il silenzio di milioni di canzoni. E c’e’ posto per tutti, anche per quelli che se ne sono andati, per i luoghi che hanno gia’ chiuso”. Capossela ha varcato i confini, andando a cercare le musiche rebetiche, le polke di Varsavia, immergendosi in un mondo molto lontano da noi, per tradizione e per cultura. Ed e’ in questo mondo che prendono a vivere i suoi personaggi. “Nel ‘Ballo di San Vito’ avevo voluto e cercato suoni piu’ sporchi - aggiunge - nel caso di ‘Canzoni a manovella’, invece, abbiamo ripulito il tutto, ci sono le marcette, rebetici, tempi binari, quelli che hanno bisogno di due stampelle per avanzare, quelli ternari da giro di valzer, il vecchio west, le retrovie d’oriente, i canti tzigani, serenate, tramvai, rose e ombrelli. Ma tutto e’ perfettamente ballabile. Venite!, Venite! affittate il salone per le feste, vestitevi eleganti, mettete i vostri abiti da sera, lucidate i bottoni e le mostrine, perché l’orchestra ce l’abbiamo messa noi, ed e’ a vostra disposizione. Per questa festa, insomma non abbiamo badato a spese”.

Nel 2003 esce la prima raccolta di Vinicio Capossela, intitolata L’Indispensabile. Un’iniziativa che il cantautore di Hannover ha mal digerito: “Motivi oscuri governano le costellazioni discografiche - ha dichiarato - io ho detto alla mia che avevo tre cd pronti, ma loro mi hanno risposto che era meglio far prima un riassunto del passato… Quando in seno alla casa discografica è nata l’esigenza di questa pubblicazione, non l’ho presa per niente bene, ho iniziato a toccarmi e fare scongiuri, insomma, la sentivo un po’ prematura, ma alla fine me ne sono fatto una ragione, e, se proprio un’antologia deve uscire, mi sono detto, meglio che sia da vivi…». Tra le 18 tracce, classici come “Il ballo di San Vito”, “Marajà”, “Che cossè l’amor”, “E alllora mambo”, “All’una e trentacinque circa”, “Con una rosa”, “Modì”, “Scivola vai via”, più l’inedito “Si è spento il sole”, cover Calexico-style di un pezzo inciso nel 1958 da un giovanissimo Adriano Celentano.

Nel 2006 esce Ovunque proteggi, primo album di inediti in sei anni. Per celebrare l’evento, il quarantenne italiano di Hannover ha voluto passare anche in cabina di produzione e si è circondato di un supercast, con musicisti come Mario Brunello (violoncello), Roy Paci (tromba), Marc Ribot (chitarre), Stefano Nanni (piano), Ares Tavolazzi (ex-Area) al contrabbasso e Gak Sato all’elettronica.

Il circo di mastro Vinicio, dunque, riapre i battenti, e lo fa “Dalla parte di Spessotto” (niente a che vedere con terzini della Juve, bensì un inno all’infanzia vissuta da “loser”). Titolo bizzarro per un singolo che rinnova il motteggiare farsesco di “Canzoni a manovella”, con un testo - tanto per cambiare - esilarante. Capossela gigioneggia da par suo tra ritmi saltellanti e divertissement vari. Sembra quasi un’altra “canzone a manovella”, ma affiorano anche i primi foschi presagi (”L’oscurità/ come un gendarme già/mi afferra l’anima”) di ciò che seguirà. All’euforico affresco futurista di inizio Novecento delle “Canzoni a manovella”, succede infatti un viaggio oscuro e minaccioso, tra incubi e intemperie. Fin dalla terminologia usata è evidente il contrasto tra la dimensione fisica, corporea (sangue, carne, teste, mascellate, ossa, cosce, budella, cervella…), e uno slancio mistico (anime, benedizioni, crocefissi, sudari, rosari…) inedito nel canzoniere caposseliano. Le tredici tracce sono a loro volta un pellegrinaggio nello spazio-tempo, tra luoghi mitici (Troia, il Colosseo degli antichi romani) e reali (la Mosca post-socialista, l’Asia di “Lanterne Rosse”). Un percorso affannoso in cerca di requie e protezione, come traspare dal titolo stesso dell’album.

Si parte con “Non trattare”, nenia arabeggiante che lambisce certo misticismo delirante alla Ferretti (la fonte è un salmo dalle Scritture), prima di sprofondare subito nel baratro di quella “Brucia Troia” che Vinicio voleva come singolo perché “avrebbe spopolato nei programmi di dediche radiofoniche” (!) e che è invece un deliquio orrorifico sul mito omerico, registrato nella Grotta Carsica di Ispinigoli in Sardegna, insieme a Ribot e a tre tenori sardi. Altrettanto truce è la rievocazione dei riti circensi romani di “Al Colosseo” (un omaggio all’ “In The Colosseum” del maestro Waits?), con il solito declamare farneticante di Capossela su un tappeto di trombette e rulli di tamburi alla “Ben Hur”.

Tra le novità del disco, un uso più marcato dell’elettronica portato in dote dal guru Gak Sato, tangibile soprattutto in “Moskavalza”, techno-souvenir della metropoli russa, affogato in fiumi di vodka e giocato su un divertente pastiche di assonanze testuali. Non mancano, comunque, tuffi nel passato più “godereccio” di Capossela, quello che vive di cazzeggi cha-cha-cha come quello della “Medusa”, delle baldorie da festa paesana di “L’uomo vivo” e di fastosi music-hall alla Broadway (”Nel blu”). E resta - oltre alla stella polare-Waits - il baffo del Conte più jazzy a far capolino con la sua orchestrina dixieland tra le note della nostalgica (e deliziosa) “Dove siamo rimasti a terra Nutless”.

Melodicamente più povero di Canzoni a manovella, il disco paga dazio soprattutto nelle ballate (il traditional messicano di “Pena da l’alma”, la pianistica “Lanterne rosse” e la stessa title track finale), calando un po’ alla distanza dopo l’avvio pirotecnico. Ma Capossela si è tenuto l’asso nella manica e se lo gioca alla penultima traccia, con “S.S. dei naufragati: climax drammatico dell’album, ispirato al “Moby Dick” di Melville e alla “Ballata del vecchio marinaio”di Coleridge (e già inciso in un disco della Banda Ionica). Una litania per violoncello, armonium, coro e theremin, che si leva in cielo dalla stiva di un vascello sommerso dai flutti, tra legni fradici e spiriti di morte.

Folle, disordinato, perfino sovraccarico di idee e di suoni, Ovunque proteggi è l’abum più coraggioso che Vinicio Capossela potesse fare dopo il botto di Canzoni a manovella. I passaggi a vuoto (che pure non mancano) si possono perdonare al cospetto di tanta creatività e intraprendenza.

Fonte:

Ondarock.it

A “Parla con me” il 05.03.2006

Spettacolo, 04 marzo ore 12:54
Tv, raitre: domenica ”parla con me ” in prima serata

Roma, 4 mar.-(Adnkronos) - Puntata speciale di Parla con me: il talk show condotto da Serena Dandini debutta in prima serata domani alle ore 21.30 su Raitre.

In questo appuntamento straordinario torna in primo piano la satira. Tra gli interventi sono gia’ previsti: Corrado Guzzanti, nei panni del gerarca Barbagli di ”Fascisti su Marte” e Neri Marcore’, nella duplice veste di Piero Fassino e Maurizio Gasparri alle prese con un’intervista doppia.

Una puntata all’insegna dei grandi ospiti, con le interviste di Serena Dandini a Silvio Muccino e Massimiliano Fuksas, e con musicisti d’eccezione come il jazzista Stefano Bollani e Vinicio Capossela, in testa alle classifiche con il nuovo album ”Ovunque proteggi”. Verra’ proposta inoltre in esclusiva, grazie alla collaborazione con Viva Radio2, la canzone esclusa da Sanremo dei Tiro al piattello, vincitrice morale del festival.

Accanto a Serena Dandini, come sempre, Dario Vergassola con le sue interviste irriverenti, i consueti intermezzi musicali della Banda Osiris, le inchieste al citofono di Andrea Rivera e la partecipazione straordinaria di Valerio Mastandrea che leggera’ la nuova ‘recinzione’ del critico Johnny Palomba.

Vinicio Capossela dalla Dandini a “Parla con me”

Stasera, domenica 5 marzo 2006, Vinicio Capossela sarà ospite di Serena Dandini a “Parla con me”, eccezionalmente in prima serata (ore 21.30).

(La puntata verrà registrata e messa a disposizione per il download nel nostro Baule) 

Io primo in classifica? Pazzesco (da TV Sorrisi&Canzoni)

Grazie a Serbilla per la scansione.

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Domenica 5 Marzo 2006 | Tutte le notizie, Ritagli di giornale
Metti una cena gallipolina assieme a Capossela

Incontro con l’artista innamorato del Salento, protagonista di molti suoi brani

Metti una cena gallipolina assieme a Capossela

Si firma «Il Minotauro del Salento». Vinicio Capossela non ha mai nascosto il suo rapporto con il Tacco d’Italia. Un rapporto che si rinnova ogni volta che vi torna a suonare, perché esibirsi nella terra dei due mari è per lui un ritorno alle origini, un tuffo nel passato. «C’è un gruppo di persone che mi segue ovunque, e dappertutto mi chiede quando tornerò a San Gregorio», il suo commento durante il concerto da «tutto esaurito» tenuto qualche sera fa al Teatro Italia di Gallipoli. Concluso lo spettacolo, incontriamo Capossela fra le penne in barcaccia, il vino ed i crostini ai ricci per lui tenuti da parte dal personale del ristorante Mediterraneo. Una cena in totale relax, fra pochi amici intimi. Così gli piace tornare sull’argomento. «A San Gregorio sono legati tredici anni della mia vita - ricorda -. D’estate vi suonavo in un locale che oggi è chiuso. Ora ci vado qualche volta, ospitato dai miei tanti amici. Se ho un rapporto stretto con questa terra? Sì, direi proprio che ho un legame consolidato». Scorrendo i suoi testi, i riferimenti alle atmosfere ed alle tradizioni del Salento si sprecano. Ne «Il ballo di San Vito», pizzica rivisitata nel 1996, canta la danza delle spade introducendola con un elogio del Finibus terrae: «Vino bancarelle/terra arsa e rossa/terra di sud, terra di sud/terra di confine/terra di dove finisce la terra». «Camera a Sud» (1994) è un inno ai ritmi lenti della calura estiva, con riferimenti precisi ad elementi tipici del Salento: «Rubami il pensiero di dovermi alzare/e ruba anche l’ombra di fico che copre/il cicalar delle comare/che vedo bianco di calce e pale/pigramente virare/ (…) Mescimi il vino più forte più nero/talamo d’affanno/occhio del mistero/olio di giara, grilli, torre saracena/nell’incendio della sera/e uscire di lampare/lentamente nel mare/bussare alle persiane di visioni/e di passi di anziani». Tutti segnali lanciati nella sala ribollente del Teatro Italia. Dopo una prima parte completamente dedicata al nuovo album «Ovunque proteggi», con riferimenti alle calette di San Gregorio ed al mare che a pochi metri sciabordava, nel finale Vinicio ha ripercorso i suoi successi, soprattutto quelli legati al «suo» Salento. A cena è un «compagnone», simpatico, sereno tra gli amici ed i musicisti: non è più l’animale da palcoscenico che un’ora prima aveva in pugno duemila persone. Parla dell’esibizione, del costume da Maraja, delle corna da Minotauro, del sincronismo delle luci ancora da trovare, di alcune parole sbagliate. Poi chiede: «V’è piaciuto il concerto?», quasi come avesse bisogno di conferme. E aggiunge: «l’ultimo album com’era? Allora ho fatto bene a suonarlo tutto». Sul concerto alcuni puristi storcono il naso. Ma l’essenza di Vinicio è altra: lui è un artista slegato ai cliché, sempre aperto alla sperimentazione ed al rinnovamento, che registra ovunque il tutto esaurito.

Fonte:
La gazzetta del mezzogiorno