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Recensione concerto di Mestre 29.03.06

Vinicio Capossela può essere amato o trovato insopportabile. Senza vie di mezzo. Ma se si accetta di entrare nel suo mondo il risultato è sorprendente e avvincente. L’ultimo album “Ovunque proteggi” è certamente un passo avanti e molto veloce nella sua produzione, alla perenne ricerca di una forma di comunicazione meno banale della solita canzone. E lo spettacolo che il cantautore a manovella sta portando in giro in questo tour aggiunge al disco tutti gli elementi che ci si sarebbe aspettati all’ascolto, drammatizzandone l’interpretazione con luci e penombre, costumi, l’utilizzo del teatro d’ombre cinesi sullo sfondo e circondandosi di una pregevole accolita di musicisti-rumoristi a cui si aggiungono a sorpresa ospiti eccellenti, come il violoncellista Mario Brunello, tra i più apprezzati solisti al mondo, la chitarrista Anna Garano, e il mezzosoprano Romina Basso, invitata di persona da Capossela durante un concerto di musiche barocche in cui lei interpretava il ruolo vocale di Farinelli.

È un vero giocare con la musica con il teatro con i suoni e le parole che produce un concerto di circa tre ore, condito dalle sonorità inquietanti e fantascientifiche del Theremin, bisnonno degli attuali sintetizzatori, oscillatore guidato dall’elettricità delle mani, molto usato nelle colonne sonore dei primi film di fantascienza e nel pop anni ‘60, e che si chiude con due sonetti di Michelangelo Buonarroti recitati e cantati sul suono del violoncello, e un’aria dal “Rinaldo” di Händel, “Lascia che io pianga”.

Vinicio gioca con le immagini, entrando nella penombra con una mantella di pelle di capra e una chitarra DoBro dalla cassa metallica in mano per “Non trattare”, brano duro e visionario sul rapporto con le religioni, per vestire poi una maschera cornuta da minotauro in “Brucia Troia” con i suoi labirinti sonori.

Parla della luna e dell’eclisse, di Venezia, racconta parabole minimaliste e reinterpreta la fiaba della cicala e della formica al termine della quale la seconda dice alla prima: “Hai cantato? E adesso balla!”. Canta della filosofia degli ultimi in “Dalla parte di Spessotto”, indossa la maschera di Medusa per una “Medusa cha cha cha” ispirata da un’amica svedese dal curioso accento, ed elogia la vodka e i suoi effetti prima di vestire il colbacco per “Moskavalza”, mentre sul fondale danzano ombre cinesi di cavalieri colorati. Le melodie ubriache di Capossela si confondono viaggiando per ritmi popolareschi, tanghi e valzer, danze balcaniche, mentre l’idea di canzone si è ormai dissolta nelle nuove composizioni trasformandosi in composizioni vocali strumentali libere da schemi, o dalla struttura ben mascherata. “Nel blu” precede quella specie di inno all’amicizia complice e sperduta che si chiama “Dove siamo rimasti a terra Nutless”, con un telefono che segna linea libera in dissolvenza, e Anna Garano che giunge con la sua chitarra a disegnare “Pena de l’alma”, voce piano e chitarra, quasi un madrigale in 3/4 sulle pene d’amore «perché la vita è bellissima, ma poi ti sposi…».

Calano rosse lanterne cinesi per “Lanterne rosse”, e la platea (teatro esaurito da tempo) riesce a farsi trascinare in cori e canti applaudendo con calore l’ingresso di Mario Brunello e il suo violoncello per una “Santissima dei Naufragati” a lume di candela, dedicata a «un comandante che non si cura di portare alla rovina il suo vascello e l’equipaggio a causa di un odio personale, metafora che pare sempre attuale». Versione intensa e condita da suoni appropriati, la canzone naufraga verso una citazione dall’Ecclesiaste tradotto da Guido Ceronetti, che diventa un reiterato elogio della carne, a precedere una festante “L’uomo vivo”. La prima parte dello show si chiude con “Al Colosseo”, cimiero romano in testa, suoni di timpani tambureggianti, metafora del mondo che tutto distrugge e sacrifica come in un’arena romana. «Votate con prudenza», ammonisce.

Il gladiatore Capossela si trasforma presto in una festosa “Maraja”, in una seconda parte dedicata al passato e a sorprese estemporanee: «La prima parte - dice - era dedicata alle anime dure e marinaresche, la seconda a quel che resta di questa decadente città di grande bellezza che annega tra acqua e pietra. “Con una rosa”, delicata, “Accolita”, “Canzoni a manovella”, portano al ritorno di Brunello per l’omaggio a Michelangelo, poi a Händel («è la mia nuova passione») e il finale “Ovunque proteggi” a luci accese ricostituendo il legame mai in realtà interrotto fra palco e platea.

Giò Alajmo