Capossela, l’illusione
è tutto nella vita
Vinicio è un trionfo di sacro e profano all’Auditorium della Conciliazione. A pochi metri dalla Santa Sede. E da Modì…
Chissà come sarebbe inorridito Lui, il bianco e teutonico Custode del cattolicesimo, se avesse potuto vedere quale pagano baccanale era in corso ieri notte a poche centinaia di metri dalla sua finestra sul mondo. Magari si è svegliato di soprassalto, colto nel sonno dalla spaventosa visione: angeli a convegno coi demoni, in gioco un cuore che pulsa al ritmo della terra, gonfio di passione, da difendere “a mascellate d’asino”, come predica nell’ouverture Non trattare l’arbitro dell’incontro. Creatura inquietante, coperta dal vello scuro di un capro, il volto celato da una spaventosa maschera da minotauro.
L’arbitro è Vinicio Capossela, giunto all’Auditorium di via della Conciliazione con un tour che è come una missione diplomatica: trovare il modo di rendere distinguibile nella sua Babele musicale il sogno e la realtà, il sacro e il profano, la carne e lo spirito, il ballo e la contemplazione, la bellezza e la deformità, il fascino d’Oriente e le miserie dell’Est, la conquista dell’Ovest e la decadenza d’Occidente, la magia del Sud e le avventure del Grande Nord, la poesia, il cinema, la pittura, la letteratura… Un concerto che è un inesauribile serbatoio di suggestioni, il pubblico avulso dalla realtà per quasi tre ore, assorto, sorridente, plaudente, infine scatenato al ritmo della taranta. E riportato di quando in quando coi piedi per terra proprio da Vinicio.
“Benvenuti in questo labirinto - esordisce il mattatore al termine della sulfurea Brucia Troia -. Siamo nel ventre della balena: le rosse poltroncine vuote (se ne scorgono appena due, ndr) sono le sue gengive, voi siete i denti. Ci abbiamo messo 15 anni ad arrivare fin qui, non vanificheremo tutto stasera…”. Capossela è di parola. Il concerto con cui rappresenta in scena le storie di Ovunque proteggi l’album che per la prima volta nella storia del cantautore ha toccato la vetta della classifica in una sola settimana - è una sequenza di umori, ambienti, cambi d’abito e di registro.
Il pubblico si scalda al tempo binario di Dalla parte di Spessotto, il ricordo dei compagni di scuola di Vinicio, “dalla parte di Golia”, refrattari all’ordine e alla “scrima di Davide”, signori dei banchi dell’ultima fila dal destino già segnato. Li evocano il batterista Zeno De Rossi che mette su un cappello da cowboy, il chitarrista Alessandro Stefana un bel cilindro, il trombettista e sassofonista Michele Vignali e il contrabbassista Glauco Zuppiroli due berretti da perfetti bolscevichi. E anche stasera Vinicio rivolge il suo saluto agli Spessotto stipati nelle ultime file. Scrosciano gli applausi.
Il Teatro delle Ombre governato dall’invisibile Gaia Corallina anima la divinità protagonista di Medusa Cha Cha Cha, il letale richiamo sonorizzato dalle oscillazioni del theremin governato da Vincenzo Vasi. Ed è sempre lo strumento magnetico di invenzione russa che proietta Gagarin in orbita in Moskavalza, ascesa e rovina a tempo di techno della Grande Madre Russia, dalla conquista sovietica dello spazio al “chiavare veramente” degli odierni postriboli. Vinicio toglie il colbacco e indossa frac e cilindro, siede al pianoforte a coda. Note notturne trasportano il pubblico nell’onirico giro di valzer Nel blu, ispirato a un quadro custodito in un museo moscovita, ombre di ballerine da carillon danzano sullo sfondo. “L’illusione è tutto nella vita…”.
“Ora farò un esperimento - annuncia Vinicio - ultilizzando due strumenti. Uno è il Teatro delle Ombre, con cui ovviare all’oppio che non vi hanno distribuito all’entrata e sospendere l’incredulità. E con cui ripensare alla vostra vita, come il protagonista di quel film di Sergio Leone (Robert De Niro in C’era una volta in America ndr). L’altro è il telefono, strumento con cui è possibile parlare con persone inesistenti. Nel cuore della notte vi chiama il vostro amico più ‘grosso’, quello che alla prima delusione d’amore spegneva le sigarette sul bancone del bar. E alle successive beveva…Quello con cui immergevate i piedi nella vasca col campari…La vita è bella…e poi ti sposi…”. Ombre di ussari cavalcano mentre Vinicio dialoga al telefono con il ricordo della gioventù scapigliata e il rimpianto per chi ha ceduto al compromesso dell’età. Dove siamo rimasti a terra Nutless… Basta piangersi addosso, “il nostro paradiso è questo qua…”, Vinicio libera la band per un dixieland e cita il tema di Morricone finché… Tu tu tu, la linea è caduta…
La dolenza melodica latinoamericana di Pena de l’alma alleggerisce l’atmosfera prima di una lunga fase rem. Il rintocco del gamelan di Vincenzo Vasi scandisce il tempo del romantico incontro di Vinicio con una geisha in Lanterne Rosse, un treno strappa il protagonista al dragone, ma poi lo proietta su una scialuppa di salvataggio nel mare in tempesta, sullo sfondo il veliero si inabissa. “E’ una visione: un comandante non si cura di portare alla rovina il suo equipaggio inseguendo un suo odio personale - racconta Vinicio -. Una metafora attualissima…”. Capossela si accomoda all’organo e alla luce di un lumino percorre il sepolcrale reading della SS dei naufragati, rotto solo dalla disperata implorazione di chi ha già affidato l’anima a lei, “Madre mia…”. La morte giunge al suono di una campana marinaresca, che Vinicio tiene alta con il braccio. Ovazione.
“Non posso esimermi dal ricordare la prossimità a…- dice Vinicio quando gli applausi si sono spenti, facendo riferimento alla Santa Sede -. Si è appena concluso il ricordo di un anno fa…Io ricordo solo il senso di colpa che provai per la sbornia della sera prima… Rimasi ammirato, e non sto scherzando, dallo spettacolo. Il vento soffiava solo per spettinare i cardinali…il ciabattare dei pellegrini… le bottigliette di acqua minerale…il silenzio in preghiera davanti…al maxischermo al Circo Massimo…La tv si purificava…tutta tranne il presidente del Consiglio, che volle apparire anche lì…”.
Il sermone sfocia nella citazione dell’Ecclesiaste e quindi nel Rosario della carne, oscura introduzione alla sincretica e bandistica esultanza per il ritorno de L’uomo vivo, altrimenti detto Inno al Gioia, storia di un crocifisso di legno sbattuto a destra e a manca dalla folla che lo porta in trionfo, tipica immagine delle celebrazioni pasquali del Sud Italia. Il pubblico abbandona le poltroncine, balla e lancia fiori all’indirizzo di Vinicio. La catarsi è in atto.
Si concluderà più tardi con la frenesia di Marajà e Il ballo di San Vito, i più vivaci capitoli di una storia che Capossela affianca nei bis ai languidi ritmi cubani di Che cos’è l’amor e Come una rosa, il richiamo waitsiano del Corvo torvo e infine, le luci del teatro ormai accese, alla delicata invocazione di Ovunque proteggi, habanera spazzolata dalla batteria e accarezzata dalla pedal steel.
Prima dell’ultima “benedizione” e di un inevitabile “votate con prudenza”, Capossela esprime una dedica speciale. “Siamo a pochi metri dalle creature viventi di un uomo che per me è stato più importante di Jim Morrison” annuncia Vinicio. La gente sorride, ma il riferimento non è ironico e non indirizzato al bianco Vicino della notte. “I suoi volti allungati…la pittura è la forma di vicinanza alla mano che l’ha dipinta…”. Capossela ricorda così Modì, sulle note di un valzer notturno e solitario. “Io sto vicino a te…”, il suo messaggio a Modigliani, il pittore dei colli infiniti, che oggi “incontrerà” nella mostra allestita al Vittoriano, prima di riaccendere il fuoco della passione degli angeli e demoni nella seconda serata all’Auditorium.
di Paolo Gallori
Fonte:
Kataweb.it



