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Capossela: «Io sono come Marilyn»

Capossela: «Io sono come Marilyn»
Il cantautore con i lettori: «La diva abitava i suoi film, io le mie canzoni». Il 27 aprile terza data allo Smeraldo, dopo il «sold out»

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Il primo posto in classifica, per Vinicio Capossela, è come il morbillo: «Succede una volta nella vita, e poi ci si toglie per sempre il pensiero». Al cantante poeta nato ad Hannover da genitori «saldamente pugliesi», piace fare ironia sul successo del nuovo «Ovunque proteggi», un pout pourri di scioglilingua, ballate e bande paesane, che ha scalzato dal podio, in ordine, Vasco Rossi, Madonna e Robbie Williams. Durante il «Faccia a faccia» del ViviMilano moderato dal critico del Corriere Mario Luzzatto Fegiz, Capossela recita la magica filastrocca di musiche e suggestioni, e davanti ai suoi fedelissimi sgrana il rosario del mondo secondo Vinicio. «Ora mi spiegano che con “Ovunque proteggi» sono uscito dalla nicchia. In realtà io continuo ad abitare dentro alle mie canzoni, come Marylin abitava dentro ai suoi film».

Nel suo personalissimo «Ballo di San Vito» che lo ha portato, in 40 anni, a vivere dappertutto, Capossela riconosce odore di casa solo nelle «pareti» della sua musica. La metafora gli piace, è calzante, perché per lui le canzoni sono «porte d’accesso alle emozioni che sono già dentro di noi». «Ma forse se dovessi dire cos’è davvero la musica userei una frase di Tom Waits: secchi di acqua passati di mano in mano da una persona all’altra, per spegnere un fuoco che non si sa bene dove arde». La sua musica, certamente, con questo nuovo album — uscito a 16 anni dall’esordio con «All’una e 35 circa» — infiamma «caposseliani» e non grazie a un magnetico susseguirsi di marcette, orchestre d’archi e visioni bibliche, dove anche le meduse ballano il cha cha cha. Kerouac, Céline, Bukowski ispirano la composizione, che stavolta però approda anche nei territori del mistico.

«Vivo un periodo di grande interesse per la prosa biblica, ma più della religione m’interessa il rito, il mitologico, la dimensione del sacro profanato da ciò che sacro non è», dice Capossela. Da qui nascono brani come «Brucia Troia», dove l’immagine rotonda della puerpera viene spezzata da una visione bifronte, che comprende madre e figlio: «Eccola viene/Ha quattro braccia e due teste/ Quattro gambe e due teste». Oppure canzoni come il «Colosseo», con il rito eterno della sopraffazione, dove non importa stabilire chi ha torto o ragione. «Chissà cosa volevi dire con “La Marcia del Camposanto”, eppure mi piace moltissimo», ammette un «caposseliano». Vinicio pensiero: «Nella vita si può trovare bellissima una cosa di cui non si capisce assolutamente il senso».

di Michela Proietti

Fonte:
Vivimilano.it