Ancora una volta Vinicio Capossela è riuscito a stupire e a conquistare il pubblico con il suo eccentrico modo di essere in controtendenza. Così sì è presentato sul palco come un minotauro, armato di maschera, pelliccia e campanacci. Un mostro con quattro braccia e due teste adatto a disegnare l’identità di un’Italia in cui in questo momento convivono addirittura “due maggioranze”.
In controtendenza anche rispetto alla scelta di incentrare il concerto del primo maggio sui successi dei grandi cantautori, come Modugno, Battiato, Bertoli, Battisti…
Per essere un grande cantautore non bisogna aver venduto tanti dischi. Ci sono voci importanti che con la loro opera hanno trasmesso messaggi pregnanti, carichi di significato. In particolare Capossela si riferisce al maestro Matteo Salvatore, “l’ultimo e il più straordinario cantore della civiltà contadina, dello sfruttamento, della disuguaglianza”. Artista al quale Capossela si sente molto vicino anche per le sue origini, per il suo essere figlio di genitori che hanno lavorato con fatica, a loro volta discendenti di generazioni per cui il lavoro è stato abbrutimento e anche miseria. “Nessuno ha mai scritto delle canzoni così disarmanti sulla fatica del lavoro, sullo sfruttamento del lavoro come Padrone mio ti voglio arricchire, come un cane voglio faticare.”
Matteo Salvatore è scomparso lo scorso anno, ma ancora molte cose avrebbe potuto dire, cantare… insegnare. Ed è proprio a lui che Vinicio Capossela ha dedicato il suo ultimo lavoro, un modo per dare “un ultimo abbraccio al maestro che ha lasciato la sua pietra di cava nuda come una chiesa senza la croce”.
a cura di
Chiave di Violino



