Dizionario di cantautori e canzoni, repertori importanti per capire la nostra migliore tradizione musicale. E Vinicio Capossela esce con un dvd che lo consacra definitivamente
L’anno santo di Vinicio volge al termine. Un tour di “benedizioni” finali – a partire dall’8 dicembre a Firenze – per ringraziare gli aventi diritto ma anche gli adepti dell’ultimo istante e tanti auguri di botti e stelle filanti, come da qualche anno in qua, al «Fuori Orario» di Taneto di Gattatico il giorno di Natale. Irripetibile, si usa dire in questi casi. E come negarlo, del resto? Ovunque proteggi (con Canzoni a manovella il punto più alto raggiunto dal cantautore irpin-tedesc-emiliano-milanese e tra le vette della musica italiana degli ultimi anni) uscito a gennaio, lo ha fatto balzare al primo posto in classifica. Nemmeno fosse Eros o Vasco. Poi: un tour trionfale a dir poco, che ha toccato anche la Spagna. La targa Tenco per il miglior disco dell’anno – rivedremo la performance sanremese sua e degli altri protagonisti al miglior premio musicale italiano su Raidue in tre speciali che andranno in onda nell’ambito di «Palcoscenico» per tre sabati consecutivi, il 2, il 9 e il 16 dicembre, alle ore 0.40. un volume con paroliere completo, filmati rari e d’occasione, con uno scritto illuminante di Goffredo Fofi (Parole e canzoni, con dvd a.c. di Vincenzo Mollica, Einaudi, pagg. 248, E 23). E adesso, infine, nei negozi da domani un documento filmico e musicale strepitoso: ce e dvd di Nel niente sotto il sole.
Fatevi un giro nei negozi di dischi – quelli di che ancora li frequentano e non scaricano da Internet, legalmente, beninteso, la musica preferita. Traboccano di antologie di ogni tipo di canzoni e cantanti (minimo tre cd, ovviamente a prezzo speciale). A volte – ma non è nemmeno detto – c’è un inedito. Quando la casa discografica lo obbligò al «best off», con L’indispensabile, Capossela obbedì, ma senza convinzione. E la dispensa, lui sì che se la sarebbe data volentieri. Anche in questo è ostinatamente fuori dalle logiche correnti (e simile anche così il suo maestro Tom Waits: un triplo cd appena sfornato). Lo si potrà non amare (Capossela è il tipico artista che suscita grandi amori e altrettanto forti disprezzi) ma, anche, a dare una rapida scorsa all’ottimo Dizionario completo della canzone italiana (a. c. di E. Deregibus, Giunti, pagg 480 E 18), le due paginette conquistate da Vinicio vanno nella direzione giusta. Tanto che si staglia netto nel panorama nazionale, tra i vicini e lontani di pagina. Ha inaugurato una specie di “trasformismo” della canzone: non è più il solo cantante che porge la canzone al proprio pubblico ma la interpreta e si reinterpreta a seconda del testo e della musica che sta eseguendo. Ali da corvotorvo, faccia da medusa, cappelli da prestigiatore, frac consunti da cabarettista, stelle e palline colorate, pistole giocattolo e teatrini delle ombre, cineserie, technorock alla russa, suoni inconsueti e bizzarri antichissimi e recenti: theremin, fax, telefoni, launeddas. Più di tutto: quella maschera arcaica, solenne mostruosa, primordiale del dio bue che, moderno ed eterno Minotauro, travolge con un ingresso trionfale la platea. Capossela è sciamano che impone le mani al popolo che guarda e ascolta: lo guida, lo trascina, lo blandisce, lo punisce, lo assolve. Lo ringrazia.
E lo si vede bene, in senso letterale diciamolo, in questi film-concerto, cosa succede nei suoi spettacoli. Ha scoperto una dimensione quasi religiosa cui si attacca a sensazione più che per coscienza della posta in palio. Un dvd come Nel niente sotto il sole che inizia con Ceronetti (solo in voce, ci mancherebbe) che declama i terribili versi dell’Ecclesiaste è tacciabile di presunzione, se non di incoscienza o, peggio, di insopportabile (fu)mesticheria. Ebbene: anche questo è coerente con la produzione del nostro. È credibile. «Grazia, espiazione e protezione vengono invocate dalla voce commossa di Capossela, inserita nell’aura sacrale della musica»: così recita la voce Ovunque proteggi di un’altra pregevole opera in uscita in questi giorni: Il grande dizionario della canzone italiana (a. c. di D. Dario Salvatori, Rizzoli, pagg. 980, E 29.50). è teatro e spettacolo, certe, e costui è un animale da palcoscenico come altri, e come poche altri capisce ritmi battute e tempi d’intrattenimento col pubblico. È visione e narrazione, risibile cialtronata e sofferta preghiera: eppure che sia nella tombe dei giganti di Dorgali, nelle rovine di Ostia antica, nel clima funereo di un naufragio personale e collettivo ispirato da «Santissima dei naufragati», alla Festa del Gioia di Scicli,le immagini del film trasmettono e restituiscono l’essenza di un detto dello Pseudo-Qoelet caposseliano che viene buona da far metafora nella vita più che nel concerto stesso: «nei giorni buoni vivi, in quelli tristi soffri».
C’è un momento preciso in cui, puntualmente, gli spettacoli di questo tour – qualunque sia stato l’andamento precedente – prendono fuoco e incendiano gli spettatori anche i più restii: l’inno alla gioia dell’«Uomo vivo», una ripresa pari pari della Pasqua siciliana e il tarantolato «Ballo di san Vito», «una taumaturgica danza – recita il Dizionario di Salvatori – per scacciare il satanasso, quell’inquietudine, “quel male che mi / da trent’anni addosso / fermo non so stare in nessun posto”». Uno sfogo collocato in una «terra di confine / terra di dove finisce la terra», arcaica e profonda. Un ballo nel quale il Minotauro intravede, forse, l’uscita dal labirinto. O prova a concedersi una pausa dalla intima sofferenza che gli tocca vivere. «Sono io il mio minotauro» enuncia Capossela a inizio spettacolo. La chiusura, poi, è la più solenne pensabile: il Qoelet della Vulgata, capitolo 3, versetti 1-8: «tutto sotto il cielo ha una sua ora…C’è il tempo delle lacrime e quello delle risa, dei gemiti e dei balli, delle pietre scagliate e delle pietre raccolte, delle braccia abbracciare e delle braccia lontane, di lacerare e di ricucire di amare e di odiare». Dopo questo ci si può solo far benedire e proteggere. Ciascuno i propri santi protettori.
Di Stefano Salis



