Sul palco con il leggendario Marc Ribot, chitarrista di Tom Waits
Di LUIGI DE BIASE
Se pensi alle botteghe di St. Clair, ai caffé di College Street e alla musica italiana, ti chiedi come mai Vinicio Capossela abbia aspettato così tanto tempo per suonare a Toronto. Il suo esordio canadese - venerdì sera, all’ora di cena, in un locale su Dundas dal nome Lula Lounge - ha attirato circa trecento persone. Si tratta della prima tappa di una piccola tournée messa a punto con i tipi di Arezzo Wave. Tre date in tutto, Toronto, poi Montreal e New York. Forse i concerti potevano essere di più: chi dovrebbe promuovere la cultura italiana in Nordamerica, però, è rimasto a guardare. Peccato. Le occasioni di rifarsi ci saranno, dato che Capossela dovrebbe tornare in Canada nel 2008.
Lui sembra una specie di Tom Waits di provincia. Ha le mosse garbate e misteriose dei domatori di leoni, i suoi blues pulsano come le insegne luminose dei motel dell’Arizona. E profumano di Balcani, i Balcani di Kusturica e Battiato, hanno il passo spiritato della taranta e dei riti pagani.
Quando sale sul palco sembra che il Lula si svuoti in un secondo. Dura solo un attimo, pare che la gente aspetti un cenno e quando il cenno arriva esplode un applauso fragoroso. Lui sorride, saluta, guarda la chitarra di Marc Ribot e intona Non trattare, episodio di Ovunque proteggi, il lavoro dato alle stampe lo scorso anno grazie al quale ha vinto il terzo Premio Tenco della sua giovane carriera.
Suona per un’ora e mezza, tiene in testa un cilindro nero e cambia costume al termine di ogni brano. Con lui e con il leggendario Ribot, sul palco, ci sono i jazzisti Glauco Zuppiroli (contrabbasso) e Zeno De Rossi (batteria).
Lo stregone scherza con il pubblico, poi si passa a Brucia Troia e Dalla parte di Spessotto, altri due episodi tratti dalla sua ultima fatica discografica.
Swing, jazz, blues. Rock ‘n roll. Da quel cilindro esce il fascino dei film in bianco e nero e la passione per la letteratura americana: l’irrequieta ironia di Bukowski, poi di colpo i versi dell’Antico Testamento. Medusa Cha Cha Cha è una danza maliziosa che spezza per un attimo l’incanto epico. Poi un passo indietro per trovare Corvo Torvo, uno dei suoi cavalli di battaglia (il brano è del 1996). C’è tempo per due passeggiate deliziose come Scivola via e Signora Luna, a cui segue una suggestiva Che Cos’è l’Amor (Che cos’è l’amor / è quello che rimane da spartirsi e litigarsi / nel setaccio della penultima ora). Capossela si ferma per leggere un brano del suo libro dedicato a Glenn Gould, pianista canadese scomparso negli anni Ottanta, poi riprende con il passo futurista di Maraja. Chiudono Il Ballo di San Vito e Ovunque Proteggi. Poi cala il sipario e le luci si alzano in sala, lentamente, come la grazia.
Fonte:
Corriere.it



