Ricevo da Nicola e pubblico:
Premetto che non sono bravissimo nel raccontare eventi a cui ho assistito ma tenterò di descrivere una serata che terrò sempre con me. Sono un ragazzo di Brescia e ho scoperto il grande Vinicio non da molto circa 3-4 anni ma dal momento in cui è entrato nella mia vita e dentro la mia persona è cambiata totalmente la mia prospettiva nel vedere le cose, oltre ad aver conosciuto un grande musicista ho imparato ad ammirare la grandissima persona che lui è, questo sicuramente voi lo capite anche perchè avete avuto il piacere di scoprirlo da molto più tempo. Veniamo alla serata di Lunedì 10 Aprile al teatro Smeraldo, questo non era il mio primo concerto, anzi ho già avuto il piacere di assistere a parecchi suo concerti, ma l’emozione che provo nell’attesa di una serata con Vinicio, beh quella c’è sempre, anche perchè era il primo concerto a cui assistivo del nuovo tour. Dopo un mese d’attesa finalmente è giunta l’ora, arrivo davanti al teatro e già l’atmosfera è già calda, in sottofondo si sente il “grande” mentre prova e la voglia di entrare in sala cresce, finchè poco dopo finalmente inizia l’ingresso, pian piano la sala si riempie in ogni ordine di posto, e come al solito rimango estasiato dalla moltitudine di strumenti presenti sul palco, strumenti molto diversi fra loro, come del resto lo è la cultura musicale di Capossela. Finalmente le luci si abbassano e verso le 21.15 fà capolino sul palco lui vestito di una pelliccia e con una maschera di minotaurosul viso scandendo le note di “Non trattare”, si continua con “brucia Troia” , prima che vinicio si intrattenga per la prima volta nella serata con il pubblico, intrattenendolo come suo solito, riprende lo spettacolo con “dalla parte di spessotto”, per continuare con Moskavalza con due ballerine nell’occasione poste ai lati del palco, quasi come delle “cubiste in discoteca, a seguire dopo una piccola spiegazione iniziale sul significato della canzone esegue Medusa cha cha cha, dopo vari cambiamenti d’abito e di scena, inizia un passaggio del concerto molto intimo, con a seguire “nel blu”, “nutless”, “lanterne rosse” e le struggenti note di “pena del alma”, l’atmosfera si scalda ulteriormente e Vinicio esegue in modo a dir poco esaltante un componimento epico perchè chiamarla canzone è secondo me riduttivo, S.S dei Naufragati è il delirio totale in sala.
Dopo un breve batti e ribatti con il suo storico amico Cinasky, il maestro riprende lo spettacolo con pezzi degli album precedenti: maraja, stanco e perduto, che cos’è l’amor, nella pioggia, con una rosa, il ballo di s.vito e al veglione, Vinicio e la band si allontanano per poi tornare sul palco eseguendo il pezzo d’addio “Ovunque Proteggi”. La felicità di essere lì in quel momento inizia a lasciare posto alla malinconia che deriva dall’addio il sipario “cala” ma resterà dentro di me e dentro i presenti l’ennesima emozione che Vinicio ci ha regalato!!
con amicizia a tutti gli amici rancorosi, Nicola
Vinicio Capossela va oltre. Oltre il cantautorato jazz alla Paolo Conte, oltre le sperimentazioni alla Tom Waits, e oltre il teatro-canzone di Giorgio Gaber. È ormai un intrattenitore a 360 gradi che in uno spettacolo di 2 ore e mezza, tra il circense e l’orchestrale, rievoca miti e tradizioni, offre momenti di poesia e altri di divertimento, e ci mostra il suo personalissimo modo di fare musica, ormai smarcato da ogni influenza. La mai celata attittudine teatrale di Capossela riceve un notevole impulso dai suoi repentini cambi di abito, dalle sue maschere ed anche dalle immagini scarne, malinconiche, a tratti Burtoniane, priettate dietro di lui. Il resto lo fa il suo istrionismo, la sua simpatia e soprattutto le canzoni. La prima parte del concerto è dedicata a tutte quelle del nuovo album, eccetto la title-track con la quale alla fine dello spettacolo manderà dolcemente a dormire i suoi spettatori; gli altri pezzi di Ovunque proteggi sono caratterizzati da un’incredibile varietà musicale: dagli arrangiamenti orchestrali dell’ottimistica L’uomo vivo (inno alla gioia) a toccanti ballate come Lanterne Rosse, e addirittura la techno di Moskavalza, in cui a farla da padrone sono le 2 ballerine circensi (da brividi la loro esibizione sospese nel vuoto su Nel blu) o S.S dei naufragati, un commovente recitativo in cui si esplicita la profonda vena poetica di Capossela. La seconda parte è un mini-greatest hits del cantautore che, pur dimenticando lo splendido “Modì” del 1991, pesca a piene mani nel repertorio degli altri 5 album: aprono i due pezzi più famosi del cantautore, Marajà, e Che cossè l’amor. Trovano poi posto il quasi inedito Scatà scatà (scatafascio) (reperibile nel “Live in Volvo”) e l’immancabile “Il ballo di San Vito”, con la partecipazione di un percussionista pugliese che aggiunge ulteriore colore al pezzo, grazie all’uso del tipico tamburello da taranta. Come detto, chiude Ovunque proteggi suadente ballata alla quale le luci del palazzetto, inspiegabilmente accese sugli ultimi due pezzi, non hanno dato la possibilità di creare quell’atmosfera magica, romantica, che avrebbe chiuso in bellezza una straordinaria performance.
Scaletta:
Non trattare
Brucia Troia
Dalla parte di Spessotto
Medusa Cha Cha Cha
Moskavalza
Nel blu
Dove siamo restati a terra Nutless
Pena dell’alma
Lanterne rosse
S.S. dei naufragati
L’uomo vivo (inno alla gioia)
Al colosseo-Il rosario della carne
Marajà
Che cossè l’amor
Con una rosa
Stanco e perduto
Morna
La notte se n’è andata
Scatà scatà (scatafascio)
Il ballo di San Vito
Al veglione
Ovunque proteggi
scritto da
Stefano Melchiorre
Fonte:
Flashmusica.it
Capossela, l’illusione
è tutto nella vita
Vinicio è un trionfo di sacro e profano all’Auditorium della Conciliazione. A pochi metri dalla Santa Sede. E da Modì…
Chissà come sarebbe inorridito Lui, il bianco e teutonico Custode del cattolicesimo, se avesse potuto vedere quale pagano baccanale era in corso ieri notte a poche centinaia di metri dalla sua finestra sul mondo. Magari si è svegliato di soprassalto, colto nel sonno dalla spaventosa visione: angeli a convegno coi demoni, in gioco un cuore che pulsa al ritmo della terra, gonfio di passione, da difendere “a mascellate d’asino”, come predica nell’ouverture Non trattare l’arbitro dell’incontro. Creatura inquietante, coperta dal vello scuro di un capro, il volto celato da una spaventosa maschera da minotauro.
L’arbitro è Vinicio Capossela, giunto all’Auditorium di via della Conciliazione con un tour che è come una missione diplomatica: trovare il modo di rendere distinguibile nella sua Babele musicale il sogno e la realtà, il sacro e il profano, la carne e lo spirito, il ballo e la contemplazione, la bellezza e la deformità, il fascino d’Oriente e le miserie dell’Est, la conquista dell’Ovest e la decadenza d’Occidente, la magia del Sud e le avventure del Grande Nord, la poesia, il cinema, la pittura, la letteratura… Un concerto che è un inesauribile serbatoio di suggestioni, il pubblico avulso dalla realtà per quasi tre ore, assorto, sorridente, plaudente, infine scatenato al ritmo della taranta. E riportato di quando in quando coi piedi per terra proprio da Vinicio.
“Benvenuti in questo labirinto - esordisce il mattatore al termine della sulfurea Brucia Troia -. Siamo nel ventre della balena: le rosse poltroncine vuote (se ne scorgono appena due, ndr) sono le sue gengive, voi siete i denti. Ci abbiamo messo 15 anni ad arrivare fin qui, non vanificheremo tutto stasera…”. Capossela è di parola. Il concerto con cui rappresenta in scena le storie di Ovunque proteggi l’album che per la prima volta nella storia del cantautore ha toccato la vetta della classifica in una sola settimana - è una sequenza di umori, ambienti, cambi d’abito e di registro.
Il pubblico si scalda al tempo binario di Dalla parte di Spessotto, il ricordo dei compagni di scuola di Vinicio, “dalla parte di Golia”, refrattari all’ordine e alla “scrima di Davide”, signori dei banchi dell’ultima fila dal destino già segnato. Li evocano il batterista Zeno De Rossi che mette su un cappello da cowboy, il chitarrista Alessandro Stefana un bel cilindro, il trombettista e sassofonista Michele Vignali e il contrabbassista Glauco Zuppiroli due berretti da perfetti bolscevichi. E anche stasera Vinicio rivolge il suo saluto agli Spessotto stipati nelle ultime file. Scrosciano gli applausi.
Il Teatro delle Ombre governato dall’invisibile Gaia Corallina anima la divinità protagonista di Medusa Cha Cha Cha, il letale richiamo sonorizzato dalle oscillazioni del theremin governato da Vincenzo Vasi. Ed è sempre lo strumento magnetico di invenzione russa che proietta Gagarin in orbita in Moskavalza, ascesa e rovina a tempo di techno della Grande Madre Russia, dalla conquista sovietica dello spazio al “chiavare veramente” degli odierni postriboli. Vinicio toglie il colbacco e indossa frac e cilindro, siede al pianoforte a coda. Note notturne trasportano il pubblico nell’onirico giro di valzer Nel blu, ispirato a un quadro custodito in un museo moscovita, ombre di ballerine da carillon danzano sullo sfondo. “L’illusione è tutto nella vita…”.
“Ora farò un esperimento - annuncia Vinicio - ultilizzando due strumenti. Uno è il Teatro delle Ombre, con cui ovviare all’oppio che non vi hanno distribuito all’entrata e sospendere l’incredulità. E con cui ripensare alla vostra vita, come il protagonista di quel film di Sergio Leone (Robert De Niro in C’era una volta in America ndr). L’altro è il telefono, strumento con cui è possibile parlare con persone inesistenti. Nel cuore della notte vi chiama il vostro amico più ‘grosso’, quello che alla prima delusione d’amore spegneva le sigarette sul bancone del bar. E alle successive beveva…Quello con cui immergevate i piedi nella vasca col campari…La vita è bella…e poi ti sposi…”. Ombre di ussari cavalcano mentre Vinicio dialoga al telefono con il ricordo della gioventù scapigliata e il rimpianto per chi ha ceduto al compromesso dell’età. Dove siamo rimasti a terra Nutless… Basta piangersi addosso, “il nostro paradiso è questo qua…”, Vinicio libera la band per un dixieland e cita il tema di Morricone finché… Tu tu tu, la linea è caduta…
La dolenza melodica latinoamericana di Pena de l’alma alleggerisce l’atmosfera prima di una lunga fase rem. Il rintocco del gamelan di Vincenzo Vasi scandisce il tempo del romantico incontro di Vinicio con una geisha in Lanterne Rosse, un treno strappa il protagonista al dragone, ma poi lo proietta su una scialuppa di salvataggio nel mare in tempesta, sullo sfondo il veliero si inabissa. “E’ una visione: un comandante non si cura di portare alla rovina il suo equipaggio inseguendo un suo odio personale - racconta Vinicio -. Una metafora attualissima…”. Capossela si accomoda all’organo e alla luce di un lumino percorre il sepolcrale reading della SS dei naufragati, rotto solo dalla disperata implorazione di chi ha già affidato l’anima a lei, “Madre mia…”. La morte giunge al suono di una campana marinaresca, che Vinicio tiene alta con il braccio. Ovazione.
“Non posso esimermi dal ricordare la prossimità a…- dice Vinicio quando gli applausi si sono spenti, facendo riferimento alla Santa Sede -. Si è appena concluso il ricordo di un anno fa…Io ricordo solo il senso di colpa che provai per la sbornia della sera prima… Rimasi ammirato, e non sto scherzando, dallo spettacolo. Il vento soffiava solo per spettinare i cardinali…il ciabattare dei pellegrini… le bottigliette di acqua minerale…il silenzio in preghiera davanti…al maxischermo al Circo Massimo…La tv si purificava…tutta tranne il presidente del Consiglio, che volle apparire anche lì…”.
Il sermone sfocia nella citazione dell’Ecclesiaste e quindi nel Rosario della carne, oscura introduzione alla sincretica e bandistica esultanza per il ritorno de L’uomo vivo, altrimenti detto Inno al Gioia, storia di un crocifisso di legno sbattuto a destra e a manca dalla folla che lo porta in trionfo, tipica immagine delle celebrazioni pasquali del Sud Italia. Il pubblico abbandona le poltroncine, balla e lancia fiori all’indirizzo di Vinicio. La catarsi è in atto.
Si concluderà più tardi con la frenesia di Marajà e Il ballo di San Vito, i più vivaci capitoli di una storia che Capossela affianca nei bis ai languidi ritmi cubani di Che cos’è l’amor e Come una rosa, il richiamo waitsiano del Corvo torvo e infine, le luci del teatro ormai accese, alla delicata invocazione di Ovunque proteggi, habanera spazzolata dalla batteria e accarezzata dalla pedal steel.
Prima dell’ultima “benedizione” e di un inevitabile “votate con prudenza”, Capossela esprime una dedica speciale. “Siamo a pochi metri dalle creature viventi di un uomo che per me è stato più importante di Jim Morrison” annuncia Vinicio. La gente sorride, ma il riferimento non è ironico e non indirizzato al bianco Vicino della notte. “I suoi volti allungati…la pittura è la forma di vicinanza alla mano che l’ha dipinta…”. Capossela ricorda così Modì, sulle note di un valzer notturno e solitario. “Io sto vicino a te…”, il suo messaggio a Modigliani, il pittore dei colli infiniti, che oggi “incontrerà” nella mostra allestita al Vittoriano, prima di riaccendere il fuoco della passione degli angeli e demoni nella seconda serata all’Auditorium.
di Paolo Gallori
Fonte:
Kataweb.it
Vinicio Capossela può essere amato o trovato insopportabile. Senza vie di mezzo. Ma se si accetta di entrare nel suo mondo il risultato è sorprendente e avvincente. L’ultimo album “Ovunque proteggi” è certamente un passo avanti e molto veloce nella sua produzione, alla perenne ricerca di una forma di comunicazione meno banale della solita canzone. E lo spettacolo che il cantautore a manovella sta portando in giro in questo tour aggiunge al disco tutti gli elementi che ci si sarebbe aspettati all’ascolto, drammatizzandone l’interpretazione con luci e penombre, costumi, l’utilizzo del teatro d’ombre cinesi sullo sfondo e circondandosi di una pregevole accolita di musicisti-rumoristi a cui si aggiungono a sorpresa ospiti eccellenti, come il violoncellista Mario Brunello, tra i più apprezzati solisti al mondo, la chitarrista Anna Garano, e il mezzosoprano Romina Basso, invitata di persona da Capossela durante un concerto di musiche barocche in cui lei interpretava il ruolo vocale di Farinelli.
È un vero giocare con la musica con il teatro con i suoni e le parole che produce un concerto di circa tre ore, condito dalle sonorità inquietanti e fantascientifiche del Theremin, bisnonno degli attuali sintetizzatori, oscillatore guidato dall’elettricità delle mani, molto usato nelle colonne sonore dei primi film di fantascienza e nel pop anni ‘60, e che si chiude con due sonetti di Michelangelo Buonarroti recitati e cantati sul suono del violoncello, e un’aria dal “Rinaldo” di Händel, “Lascia che io pianga”.
Vinicio gioca con le immagini, entrando nella penombra con una mantella di pelle di capra e una chitarra DoBro dalla cassa metallica in mano per “Non trattare”, brano duro e visionario sul rapporto con le religioni, per vestire poi una maschera cornuta da minotauro in “Brucia Troia” con i suoi labirinti sonori.
Parla della luna e dell’eclisse, di Venezia, racconta parabole minimaliste e reinterpreta la fiaba della cicala e della formica al termine della quale la seconda dice alla prima: “Hai cantato? E adesso balla!”. Canta della filosofia degli ultimi in “Dalla parte di Spessotto”, indossa la maschera di Medusa per una “Medusa cha cha cha” ispirata da un’amica svedese dal curioso accento, ed elogia la vodka e i suoi effetti prima di vestire il colbacco per “Moskavalza”, mentre sul fondale danzano ombre cinesi di cavalieri colorati. Le melodie ubriache di Capossela si confondono viaggiando per ritmi popolareschi, tanghi e valzer, danze balcaniche, mentre l’idea di canzone si è ormai dissolta nelle nuove composizioni trasformandosi in composizioni vocali strumentali libere da schemi, o dalla struttura ben mascherata. “Nel blu” precede quella specie di inno all’amicizia complice e sperduta che si chiama “Dove siamo rimasti a terra Nutless”, con un telefono che segna linea libera in dissolvenza, e Anna Garano che giunge con la sua chitarra a disegnare “Pena de l’alma”, voce piano e chitarra, quasi un madrigale in 3/4 sulle pene d’amore «perché la vita è bellissima, ma poi ti sposi…».
Calano rosse lanterne cinesi per “Lanterne rosse”, e la platea (teatro esaurito da tempo) riesce a farsi trascinare in cori e canti applaudendo con calore l’ingresso di Mario Brunello e il suo violoncello per una “Santissima dei Naufragati” a lume di candela, dedicata a «un comandante che non si cura di portare alla rovina il suo vascello e l’equipaggio a causa di un odio personale, metafora che pare sempre attuale». Versione intensa e condita da suoni appropriati, la canzone naufraga verso una citazione dall’Ecclesiaste tradotto da Guido Ceronetti, che diventa un reiterato elogio della carne, a precedere una festante “L’uomo vivo”. La prima parte dello show si chiude con “Al Colosseo”, cimiero romano in testa, suoni di timpani tambureggianti, metafora del mondo che tutto distrugge e sacrifica come in un’arena romana. «Votate con prudenza», ammonisce.
Il gladiatore Capossela si trasforma presto in una festosa “Maraja”, in una seconda parte dedicata al passato e a sorprese estemporanee: «La prima parte - dice - era dedicata alle anime dure e marinaresche, la seconda a quel che resta di questa decadente città di grande bellezza che annega tra acqua e pietra. “Con una rosa”, delicata, “Accolita”, “Canzoni a manovella”, portano al ritorno di Brunello per l’omaggio a Michelangelo, poi a Händel («è la mia nuova passione») e il finale “Ovunque proteggi” a luci accese ricostituendo il legame mai in realtà interrotto fra palco e platea.
Giò Alajmo
recensione del concerto di napoli de IL MATTINO del 23 marzo a firma Federico Vacalebre
Gran successo all’Augusteo
Capossela, canzoni dal «Core ’ngrato»
Questa volta non c’erano i «lupi paesani» e i Buena Vista Postal Club, come è successo all’inaugurazione di tour ad Avellino, ma Vinicio Capossela (nella foto) un omaggio alle sue origini campane ha voluto farlo lo stesso, presentandosi nei panni di un «gladiatore irpinico», con tanto di elmo regolamentare o quasi, e intonando una scarna versione di «Core ’ngrato» per pianoforte e voce. Questa volta non c’erano i santi da tirare in ballo - San Valentino, San Modestino, Santo Liborio - e lo show era ormai rodato rispetto a quello un po’ improvvisato applaudito il 14 febbraio scorso. Appena uscito dalla classifica degli album più venduti dopo una lunga permanenza, «Ovunque proteggi» prenota sin d’ora un posto nella hit parade dei concerti più belli dell’anno. L’«incautautore» nato per caso ad Hannover ha messo in piedi uno show denso, complesso, ammaliante, estremo nella partenza quasi rumorista-punk, come nella seconda più teneramente melodica, perennemente in bilico tra visioni sacre e pulsioni profane, amarcord bandistici e techno russa, ironia amara e poesia surreale. Il teatro d’ombre della compagnia Controluce, la compattezza della band, i travestimenti usati con sempre maggiore consapevolezza sono puzzle di uno spettacolo che tocca pancia e cervello, che sa godersi l’illanguidimento mariachi di «Pena del alma» come le feroci canzoni scritte nella carne e nel sangue del nuovo corso o quelle antiche che rinunciano alla forma originale per proporsi come pura essenza melismatica. Al centro, con un canzoniere ormai prezioso che tiene insieme «Il ballo di San Vito» con «Dalla parte di Spessotto», il più prezioso regalatoci finora da un cantautore arrivato dopo le generazioni storiche degli anni Sessanta-Settanta, c’è un disperato senso dell’ironia che amplifica e smussa tutto, permette - ad esempio - di lodare l’importanza di «Core ’ngrato» «degna delle arie di ”Cavalleria rusticana”» e subito dopo demistificarla guardando la vicenda dalla parte del povero confessore, che ascolta tutte le lamentele dell’innamorato deluso fino ad esclamare: «Figlu mio, lassala sta’». «Al Colosseo» diventa «All’Augusteo», omaggio alla sala gremita ed entusiasta, mentre l’inno alla gioia di «Uomo vivo» segna un altro insperato approdo: la chanson diventa teatro, le parole s’incarnano nella voce e la voce rimanda a quella suprema nell’uso e l’abuso di Carmelo Bene, ma filtrata attraverso le passioni per Tom Waits e Nick Cave. Insomma, «Ovunque proteggi», nella versione live come in quella su cd, appare come uno di quei tanto attesi turning point per la canzone d’autore italiana, impegnata per troppo tempo nel rimirare il proprio ombelico e nell’arte della fotocopia e ora costretta - si spera - ad una svolta dall’incalzare del maestro Capossela, capace di ballare il cha cha cha con la Medusa, leggere l’«Ecclesiaste» nella traduzione di Ceronetti, cantare Coleridge e l’elogio della balera.
Fonte:
Il mattino
Con una rosa:

Al Colosseo:

Brucia Troia:

Siena, 9/3/06
Basta un primo sguardo al posto per capire che l’Auditorium Essenza di Siena non ha niente dell’Auditorium, e poco a che fare anche con Siena città. Le indicazioni, del resto, erano state chiare: provenendo da Firenze, superare Siena e prendere la strada per Arezzo-Perugia, poi fermarsi a Casetta. Lì ci aspetta l’Essenza, una discoteca costruita in modo tale da assomigliare, di profilo, alla Sala Nervi del Vaticano – sarà per la lunga finestra a oblò – e con sul tetto parcheggiato una sorta di dirigibile/sommergibile luminoso. All’interno lampadari a goccia, ringhiere di vetro e caveau che contengono svariati bar non riescono a cancellare l’idea che si stia per suonare all’interno di un locale solitamente avvezzo a ben altro.
Tuttavia, quando si inizia, e sono ormai le 22.30 (anche l’orario, spostato di un’ora rispetto alla consueta apertura del concerto in teatro, contribuisce a farci sentire in discoteca…) ci vuole poco a dimenticare tutto questo per calarsi nel concerto, e che concerto. Il pubblico, all’incirca mille persone, è una rappresentanza decisamente agguerrita dell’Università di Siena (con la quale è organizzata questa data), una platea abbastanza diversa da quella che normalmente affolla i concerti di questo tour, fatta di gente di tutte le età. Qui sono tutti giovani, desiderosi di divertirsi e di ascoltare Vinicio, con lo stato d’animo di chi, più che aver pagato un biglietto, lo ha vinto alla lotteria.
Vinicio nei camerini decide di fare lo show come se fosse in teatro, riservandosi di cambiare qualcosa nella parte finale in concerto. Ha ancora in mente un grande concerto tenuto a Siena qualche anno fa, e vuole onorarne la memoria facendo, se possibile, meglio. L’attacco è affidato come sempre a “Non trattare” e bastano le prime note per inaugurare a dovere la serata: il boato del pubblico è impressionante, il “catino” della discoteca si fa sentire, Vinicio prende subito in mano la situazione e trasforma il tutto in una progressione incandescente di pezzi: “Brucia Troia”, “Dalla parte di Spessotto”, “Medusa cha cha cha” e una straordinaria versione di “Moska Valza” si abbattono sulla platea che, in piedi (non ci sono posti a sedere), balla scatenata su ogni brano. “Nel blu” segna l’inizio della parte “impressionista” del concerto, quella caratterizzata da brani più morbidi e suggestivi e dal grande lavoro del Teatro D’Ombre Controluce. “Nutless”, preceduta da una splendida presentazione, viene seguita da “Pena de l’Alma” e da “Lanterne rosse”.
Poi “S.S. dei Naufragati”, presentata da Vinicio con una battuta (“vi prego di ascoltare questo pezzo con attenzione, perché è proprio approfittando del vostro chiacchiericcio che qualcuno decide per voi nel
modo peggiore”), riscuote un applauso a scena aperta non appena iniziata. La lettura di alcuni versi dell’Ecclesiaste fa da passaggio al momento dell’Uomo Vivo, il Cristo di legno sceso dalla croce e tornato cristiano. La versione è straordinaria, potente e veloce e sorretta dai “Gio-gio-ia” scanditi dal pubblico scatenato nel ballo. Poi “Al Colosseo”, presentazione pirotecnica della band, mette fine alla prima parte dello spettacolo. Vinicio lascia il palco a un breve intermezzo di teatro d’ombre per tornarvi poco dopo, vestito da mandarino cinese per scatenare il ballo sulle note di “Marajà”. A seguire arrivano le sorprese: una versione tirata di “Skata skata (Scatafascio)” che inizia a mettere a dura prova i ragazzi della sicurezza, impegnati a contenere il ballo sottopalco. A seguire, ancora più tirata, “La notte se n’è andata”, accolta da un vero e proprio boato, al termine della quale, introdotta da un accenno di “Besame mucho” al Farfisa, arriva “Che coss’è l’amor”.
Potrebbe essere finita qui, ma Vinicio è galvanizzato dall’accoglienza del pubblico: torna dietro le quinte, chiede dei coriandoli e il cappello da allibratore, si ributta sul palco e si lancia in una versione incalzante de “Il Veglione”: è il delirio, al punto che lo stesso Vinicio si toglie un desiderio che cova da anni, si lancia nel pubblico dal palco e si lascia trasportare dalle sue tante braccia. Recuperato e issato nuovamente sul palco chiude il veglione con il lancio dei coriandoli, e il consueto “Guidate con prudenza e buonanotte!”. Ma non è ancora finita: via l’abito scuro e di nuovo addosso la pelle di capro e la maschera da boves di “Brucia Troia”, si torna sul palco per “Il ballo di San Vito”, altro momento di scatenamento collettivo. A seguire, dopo aver tirato il fiato un attimo, il brano che come di consueto chiude il concerto, “Ovunque proteggi”, eseguito a luci quasi completamente accese nell’emozione generale. E’ finita, c’è il tempo per un po’ di saluti dietro le quinte e poi anche in sala, dove Vinicio si lascia conquistare da un improvvisato banchetto di cd.
Fonte:
Davide
Si parte dal basso, da sotto, dalla Spessotto irpina – quasi una Caporetto – dai piedi.
A piè pari il pubblico fiorentino, accolito dell’aperitivo, ha sfondato le resistenze del bar del teatro Verdi e si è gettato nel Campari soda e Prosecco, come in un travaglio pre-concerto. Bisognava rompere le acque, del resto, e partorire un concerto a modo.
E in piedi si è rimesso il Nostro, dopo gli inciampamenti d’inizio tour. A passi lunghi e ben distesi ha portato avanti un concerto privo di tempi morti, di esitazioni, di cacofonie. La bassa platea pativa un certo riverbero sonoro, ma l’addebito va stavolta alla conformazione del teatro, non al tecnico del suono. Capossela s’impadronisce del palco, lo cammina, lo misura senza esitazioni né timori, e offre una scaletta consolidata nell’esecuzione e nella ritmica degli eventi: musica, luci, teatro delle ombre cinesi, cambi d’abito, abboccamenti con il pubblico, tutto fila via liscio come un frizzantino su un piatto di pesce.
E dai piedi su in testa, senza passare dal via. Ragiona Capossela, non si perde in farfugliamenti inutili: suona bene, alterna correttamente microfoni e strumenti e cappelli. Anzi, considerata la pelata, delle coperture vere e proprie: il mascherone da Minotauro, la coppola, la mezza tuba, la feluca napoleonica e dulcis in fundo un arzigogolato elmo romano, con cui egli introduce le prime strofe di “Al colosseo” e sulle stesse note “annuntia nobis magno cum gaudio” la falange di musicanti.
Il pubblico, invece, è tutto mani e ugole. Da un palchetto sulla sinistra partiva un “Bravo Vinicio!” in media quattro volte a canzone. Se gli avessi sparato mi avrebbero dato la legittima difesa? Per il resto applausi, sbracciamenti e contorcimenti in quantità. C’è sintonia nell’aria, e il Nostro animale da palcoscenico se ne accorge. Come quando, dopo che il pubblico lo ha accompagnato a memoria in “Pena de l’alma”, lui si ferma, riceve un applauso caldo come il sole di Acapulco, e riparte all’improvviso con il ritornello, seguito a guinzaglio da un teatro di devoti. Il mariachi, ancora una volta, si dimostra trascinatore… Nella hit parade dei trascinamenti sono secondi il Cha cha cha della Medusa e quegli assegni circolari di “Che coss’è l’amore” e “Il ballo di San Vito”.
Lo scioglimento, come sempre, è finale, e riguarda gli organi interni; lo stomaco cede ai troppi Campari e il cuore ai ricordi e alle speranze. Capossela regala, quasi con disinvoltura, quella “Modì” dedicata al pittore livornese (e qui gli ultrà labronici, adeguatamente infiltrati in sala, si fanno sentire), “Una giornata senza pretese” e “Camminante”. Boom. Il tonfo del sistema nervoso. Come una terapia d’urgenza, un boccaglio di ossigeno, un massaggio cardiaco il Nostro ci ripiglia dallo smarrimento con “Il ballo di San Vito”.
Ma se il nostro sistema nervoso ancora vacilla, il suo pure perde colpi. A luci già accese, inchini già profferti, una rosa in mano presa dalla prima fila e una gamba già sulla strada delle quinte, Nonno Vinicio si ricorda che gli manca un pezzo, e torna trotterellante al piano. Il pubblico in piedi si affretta a riprendere le posizioni, ma lui lo ferma e dice: “Restate in piedi, così è più facile abbracciarsi”. E si dedica alla benedizione finale: “Ovunque proteggi”. Per un attimo ho pensato di abbracciare l’armadio dotato di auricolare che presidiava le uscite della platea accanto a me. Ma poi sono tornato al bar, che, in eccezione alla norma, quella sera mi ha regalato molti ricordi.
Vostro, dissezionato
Fonte:
El Mariachi sul nostro forum
PREMESSE: 1) E’ UN POST LUNGO 2) I VIDEO E LE FOTO SONO DI QUALITA’ SCADENTE, NON HO MACCHINA FOTOGRAFICA, LE HO FATTE COL CELL 3) IN ALCUNI VIDEO SI SENTE LA MIA VOCE ORRIBILE CHE CANTA, PERDONATE.
Inizia tutto Lunedì 6 Febbraio 2006.
Da “amici degli amici” vengo a sapere che c’è Vinicio a Lanusei (NU), 150KM da dove abito. Mi prende l’enfasi. Martedì 7 Febbraio vado al botteghino, ma niente biglietti. Chiedo in giro… niente da fare. Non demordo, parto. h 15.30 del 12 Febbraio, sono in marcia. Non ho la più pallida idea di dove andare, ho con me solo la cartina. La strada è splendida, non l’immaginavo. Attraverso colline, ponti in pietra, ruscelli e laghi artificiali in valli dove regna solo il cinguettio degli uccelli amplificato dall’acustica, faccio a pugni coi colori, il cielo come l’avrebbe voluto Hesse.
IL VIAGGIO:
http://web.tiscali.it/utili/viaggio_001.3gp
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Alla fine sono arrivato. Durante il viaggio nessun intoppo, ma molte emozioni. D’improvviso mi trovo in un tratto di strada modernissimo che contrasta con il budello a due corsie che ho seguito fino ad ora… mi son perso !! Chiedo ad una macchina (l’unica) che passava in una strada sterrata parallela. Gesticolo “un’informazione” al guidatore; si ferma, mette il freno a mano (prenderà il fucile, pensavo; piede pronto sull’acceleratore e 1a ingranata), scende, viene verso me ed a momenti mi portava in braccio a destinazione !!! Una gentilezza estrema. Comunque non avevo sbagliato, la strada è giusta. Arrivo a destinazione alle 18.22. Mi accoglie un presepe arroccato su di un monte. Un presepe, si, è l’immagine esatta. Il teatro comunale che è gestito dai salesiani è all’ingresso del paese. Una piccola rotonda, una salita. Parcheggio. Mi accoglie un cancello con la faccia in metallo di don Bosco. Chiedo info sui biglietti; poche speranze. Mi spiegano che hanno venduto più biglietti di quanti posti aveva il teatro (400 a sedere più un centinaio in piedi) e che se fosse rimasto posto dopo l’ingresso di tutti quelli muniti di biglietto, avrebbero fatto entrare qualcuno senza biglietto, ma la faccia del tipo era abbastanza a forma di no. Resto appeso alla speranza.
L’ARRIVO:
Poca gente di fronte al teatro, è ancora presto. Apriranno le porte alle 20.30, devo aspettare. C’è freddo, caspita. Per fortuna non lo soffro, ma mi cola il naso. Mentre aspetto seduto su di un muretto vedo qualcosa… una figura. Di fronte a me una specie di depandance del teatro, al 1° piano 4 finestre in linea orizzontale, le due esterne illuminate di un bianco neon, le due centrali di una luce color miele, fioca. Si vede una silouette… un codino accennato, parla al telefono; è Vinicio. Passa e spassa tra le 2 finestre. Dopo mezz’ora entra qualcuno, parlano, scompare. Nel frattempo incontro un gruppo di amici che doveva venire con i biglietti pronti. Uno di loro forse non viene. C’è un biglietto in più. Spero. In tasca ho un feticcio di una vecchia zia di mia madre, un portafortuna ciociaro. Sembra funzionare. Tra l’altro la macchina, una twingo di 3a mano di 10 anni non mi ha dato nessun problema, è stata impeccabile. Arriva l’ora dell’ingresso. E’ confermata la disdetta del 5° amico. il biglietto e mio. Entriamo. Riusciamo a collocarci in 3a fila (le prime due erano riservate alle autorità), in linea d’aria saremo stati a 4 metri dal Palco.
IL PALCO:
h20.35, inizia finalmente lo spettacolo. Inizia parlando. Trasandato come al solito, giacca grigia, maglia verde e pantalone d’un rosso mattone sbiadito. Codino accennato, calvizie incipiente, pancetta ormai più che visibile che gonfia la maglia. Non sembra molto ubriaco, giusto il necessario per parlare liberamente, per parlare morbido. Fa delle premesse sul fatto che questa è più una prova generale, un prototipo che può andar bene o male, che è tutto da rifinire. Ci definisce, noi pubblico da fuori Lanusei, un’apparizione perché il posto è molto difficile da raggiungere e dobbiamo averlo proprio voluto, d’essere lì in quell’eremo. E’ vero, in effetti. Ci ringrazia, si dice emozionato e scompare per tornare ed iniziare. Durante lo spettacolo si fermerà per chiederci opinioni sull’efficacia o meno di alcune scenette o della scaletta che ci sta proponendo; vuole sapere se non sia un po’ eccessivo cantare marajà vestito da cinese facendo un balletto per tutto il palco o se nella scaletta debbano esserci più canzoni del vecchio repertorio o meno. Lo spettacolo si è svolto tranquillamente a parte qualche parte di testo dimenticata in alcune canzoni e le luci che questa sera sembrano non volere funzionare come devono. Durante il concerto il pubblico comincia a schernire i tecnici della luminaria, ma lui c’invita a non permetterci e li difende dicendo che si è data maggiore importanza alla parte sonora e non alle luci. Durante tutto lo spettacolo, nel telo dietro il palco, si susseguono giochi di luce ed ombre cinesi con sagome che mettono in scena delle storielle congruenti con la canzone che suona.
Inizia con Non trattare, vestito ibrido, cappello da mormone e pelliccia da “Boe”. I boes (buoi) e Merdules (pastori) sono delle maschere tipiche del nuorese che riproducono, teatralizzate, ancestrali scene di partenza al pascolo. Luci fortissime ondeggiano con lampi che accecano. Finisce la canzone e parla un po’ del brano.
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Continua con brucia Troia vestito interamente da Boe. Fa molto effetto, la pelliccia, la maschera in legno, i campanacci… è veramente ipressionante. Sul palco giochi di luce ed ombra.
Ed ecco spessotto, col basco in testa ed inginocchiato con un pianoforte di quello per i bambini, a mò di monello:
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Moskavalza; ci spiega il “pajekalin”, un brindisi conosciuto a Mosca che nasce dall’espressione di Gagarin quando arrivò sulla Luna:
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Medusa cha cha, che canta realizzando delle scenette con una maschera di Medusa in cartapesta attaccata ad un’asta che usa a mo’ di maschera veneziana:
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E poi via con “nel blu”:
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Ed ecco Nutless:
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E le lanterne:
Ed il nostromo (le due luci a destra e sinistra del banchetto sono 2 candele accese al momento):
Ed il uovo album si conclude con ovunque proteggi, per poi passare al resto. Poi parliamo del vecchio repertorio, silenzio religioso durante alcuni brani:
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E di tutto e di più nel frattempo, ma i brani son stati questi. Finisce tutto a mezzanotte. Unico appunto, durante l’affondamento del cinastic parla un certo “Carlo”, un suo amico, lo presenta così, basso, grasso, con capelli ispidi ed una folta barba crespa che ci dice che i ricordi portano sempre al bar e che il bicchiere vicino al cuore è un’arma pericolosissima. Finisce tutto, ce ne andiamo, la notte con una luna splendida, d’un argento vivo, con un gran anello intorno, le colline che si delineano nette nell’argento. Arrivo a casa alle h2.20 di notte. Sono soddisfatto. Ringrazio la mia buona stella per il biglietto.
Spero di non essermi scordato niente…
Capossela non ha le proverbiali sette o nove vite attribuite ai gatti, ma ne ha tante quanti sono i personaggi a cui dà vita e che si “impossessano” di lui: è questa la sensazione che lascia l’esibizione del cantautore di Hannover al TeatroTeam di Bari, in una delle prime tappe del nuovo “Ovunque proteggi Tour 2006″.
Sarà il fantomatico e presunto sacro fuoco dell’arte, ma è notevole l’energia che Vinicio sfodera per reggere il peso di interpretazioni intense in cui mette in gioco tutto sè stesso e quasi la sua stessa identità. Il Capossela impellicciato che apre il concerto tra veri lampi di luce nel buio sembra infatti un’apparizione spettrale, usa una voce roca e profonda per dare enfasi alle ripetizioni imperative di “Non trattare” (che ben esprime quella che il suo autore ha definito “fisicità della religione”) e all’impeto dionisiaco e animalesco di “Brucia Troia”.
L’avvio del live ha un impatto sonoro violento, grazie alle robuste chitarre elettriche del cantante e di Alessandro “Asso” Stefana; lo stregone Vinicio che ansima e ringhia nei panni del Minotauro è poi non poco impressionante. Ad alleggerire l’atmosfera di brani così tesi, ecco il Capossela istrionico ed ironico: dopo aver annunciato scherzosamente agli spettatori che non usciranno vivi dal labirinto della creatura mitologica, l’artista recita infatti la favola della cicala e della formica per indicare la cinica arroganza di chi si sente baciato dalla fortuna e dalla virtù.
Trova il suo spazio nel concerto anche il Vinicio scrittore autobiografico del surreale “Non si muore tutte le mattine”, che rievoca i ricordi d’infanzia dell’impettito e fortunato Davide e di quel maldestro mascalzone di Spessotto per introdurre il singolo “Dalla parte di Spessotto”, che sfoggia la bellissima linea di contrabbasso affidata a Glauco Zuppiroli. Lodevole e realistico anche il racconto che anticipa e amplifica il pathos della delicata e malinconica “Dove siamo a terra Nutless”, impreziosita dal clarinetto, dalla tromba e dal susafon di Michele Vignali: è la storia dell’amico che ha confinato e spento gli entusiasmi di una gioventù goliardica in una piatta vita matrimoniale, ravvivata solo dalla passione che lo rende “il Michelangelo dei soldatini”, e che per dieci anni è andato a letto presto, parafrasando il DeNiro di “C’era una volta in America”, per poi restare comunque da solo.
Le fantastiche epopee militari immaginate da “Nutless” e la voglia di rimettere in piedi il battaglione in carne ed ossa degli amici sono illustrate anche dalle ombre di giocattoli in schiera proiettate dal teatro d’ombre Controluce, che con sapienza ed efficacia poetica commenta i brani in scaletta e le interpretazioni di Capossela. In un cha cha cha costruito dalle percussioni di Zeno De Rossi, il cantante, con tanto di maschera dorata al fianco, dà vita anche alla “nerviosa” Medusa, stanca di ritrovarsi ad abbracciare sassi inerti al posto di focosi amanti.
Tra le ombre dei palazzi della megalopoli eurasiatica ecco poi il Vinicio moscovita, che, indossato il colbacco, ben si destreggia con gli scioglilingua di una rumorosa e scatenata “Moskavalza”, probabilmente grazie anche alla collaborazione dello studioso di russo e cinese Marco Cervetti. Come commenta l’artista, in effetti questo brano non poteva mancare nella città di San Nicola, uno dei santi più venerati del mondo ortodosso.
Densa di emozione è l’atmosfera di “S.S. dei naufragati”, in cui invece, al suono dell’harmonium e delle suggestive note del theremin di Vincenzo Vasi, un Vinicio comandante di vascello alterna versi recitati a solenni versi cantati con una voce quasi tenorile, sullo sfondo delle ombre dell’equipaggio in attesa della morte. Durante “Al Colosseo” un Capossela “barbaricino”, nuovamente vestito infatti come i “mamuthones” sardi, gioca in seguito a presentare in latino vero e maccheronico i suoi musicisti, diventati gladiatori in elmetto, per poi lasciare il posto “a uno più importante di me e persino di Antonio Cassano”, ovvero un applaudito “Marajà”, che sfoggia un costume colorato e appariscente.
Il Vinicio sudamericano scalda la platea del teatro: molto apprezzata è la struggente serenata messicana “Pena del alma”, che canta “la pena di dover continuare a ballare il ballo della vita con la morte nel cuore”, accompagnata dalla danza di ombre di coppie scheletrite e dal suono del gong a nove toni. Il pubblico poi si diverte a cantare il trascinante mambo “Che coss’è l’amor” e l’evocativo tango d’altri tempi “Con una rosa”, mentre il silenzio è d’obbligo (”Se proprio vi viene di cantare, al massimo imitate il verso delle cicale!”) per accogliere il lirismo passionale dell’avvolgente “Camera a sud”.
Di grande effetto è infine il Capossela in salsa pugliese: il cantautore fa un sentito omaggio musicale al grande cantore del Sud Matteo Salvatore (”quando ho appreso la notizia della sua scomparsa, ero in studio e c’è stato un violento nubifragio, un blackout, come quello che si abbatté sul Golgota”), reinterpretando la malinconica “La notte è bella”, la romantica e nostalgica “Curre a mamma tua (Lu bene mio)” e la sagace “I proverbi paesani”, in linea d’altronde con gli indovinelli popolareschi e arguti pure somministrati agli spettatori.
Poi la festa esplode con l’attesa taranta “Il ballo di San Vito”, che, scandita dal caratteristico tamburello, precede l’ “abbraccio” finale delle note eleganti di “Ovunque proteggi”, con cui Capossela si congeda dal suo pubblico, che egli sa disarmare con la schietta semplicità della sua personalità eclettica.
Scaletta:
- Non trattare
- Brucia Troia
- Dalla parte di Spessotto
- Medusa cha cha cha
- Moskavalza
- Nel blu
- Dove siamo rimasti a terra Nutless
- Pena del alma
- Lanterne rosse
- S. S. dei naufragati
- Il rosario de la Carne
- L’uomo vivo (Inno al Gioia)
- Al Colosseo
- Marajà
- Che coss’è l’amor
- Con una rosa
1° encore:
- Camera a Sud
Tributo a Matteo Salvatore:
- La notte è bella
- Curre a mamma tua (Lu bene mio)
- I proverbi paesani
2° encore:
- Il ballo di San Vito
3° encore:
- Ovunque proteggi
Fonte:
Mescalina.it



