AVELLINO, IL DEBUTTO
Capossela, trionfo nella Terra dei Coppoloni
Prima nazionale della tournée dell’album «Ovunque proteggi» I genitori in platea, da Calitri i «Buena Vista Postal Club»
DALL’INVIATO FEDERICO VACALEBRE Avellino. «Se proprio doveva essere un in bocca al lupo, tanto valeva che fossero lupi paesani». Lupi doc, irpini veraci e tifo da stadio al Carlo Gesualdo di Avellino per la prima nazionale di Vinicio Capossela alle prese con le canzoni da trovarobato di «Ovunque proteggi», già finito primo in classifica. Dietro le quinte si scaldano i Buena Vista Postal Club, concertino from Calitri, patria di papà Capossela, in prima fila con la moglie, from Andretta. Francesco Di Benedetto, anzi Ciccillo Bennett, padrino di battesimo di Vinicio, non vede l’ora di arringare il popolo e intonare «’O sole mio». Una bandiera verde, striscioni della tribù dei Kuta Kuta, il sindaco poi sommerso dai fischi al momento di consegnare al cantautore la classica targa. È il giorno di San Valentino e di San Modestino, protettore di Avellino, ma l’uomo vestito da mammutones (pelle di capra, campanacci al collo e maschera dionisiaca dei Merdules) tifa per «Santo Liborio, protettore dei cornuti volontari». Il concerto parte sparato, quasi punk, con le chitarre spietate e convulse di «Non trattare» e «Brucia Troia» che cominciano a sviscerare le ossessioni profonde e gli aromi fortissimi di un disco più che bello, complesso, animato da visioni spettrali e salvifiche, minacce bibliche, corna di Minotauro, chincaglierie sonore, nostalgie sudiste, echi di theremin e poesia scolpita tra la carne e la pietra. Le parole dei «Salmi» e dell’«Ecclesiaste» hanno il profumo di zolfo che solleticherebbe Nick Cave, lo svuotamento melodico della forma canzone riporta alla svolta rumorista del Tom Waits con «Swordfishtrombones», subito però smentita dalla madaleine proustiana di «Dalla parte di Spessotto», impreziosita dall’arrivo di Tuttacreta alla fisa, Matalena al violino e Rocco Briolo al mandolino, «musicisti che hanno suonato al matrimonio dei miei genitori» che poi, con «’o Cinese» alla voce, rileggono «Duje paravisi». Lo chansonnier nato (per caso) ad Hannover è sempre più attratto dai miti, dai suoni e dagli afrori della Terra dei Coppoloni, quella degli avi, come John Fante è alla ricerca di un’identità perduta. Identità snocciolata in questo debutto di rodaggio, che è anche e soprattutto una serata eccezionale, tra l’ironico ritmo da balera lounge di «Medusa cha cha», i notturni di «Nel blu» e «Dove siamo rimasti a terra Nutless», la traduzione del traditional mariachi «Pena del alma», la nostalgia di «Lanterne rosse», la citazione coleridgiana di «S.S dei naufragati», la speranza inattesa di «Uomo vivo» e «Ovunque proteggi». Il teatro d’ombre della compagnia Controluce e una band agguerrita (con la chitarra dell’ex Massimo Volume Alessandro Stefana a reggere il confronto con quella di Marc Ribot) accompagnano uno spettacolo denso, stratificato, ad alto tasso etilico, che pone Vinicio al centro di un universo artistico che ha in Waits, Cave, Luigi Tenco e Matteo Salvatore (di cui riprende «Lu bene mio») dei punti di riferimento più o meno coscienti. Gli approdi in lande jannacciane e contiane sono casuali, altri sono i punti salienti di un’arte confusa e felice, come i vecchi successi accompagnati spesso solo con una chitarra o l’amato pianoforte: «Marajà», «Che cossè l’amor» che nella coda trova spazio per «Besame mucho», «Non è l’amore che va via», «Una giornata senza pretese», «Ultimo amore», «Al veglione» e il catartico rito di «Il ballo di San Vito». L’ultimo santo di una serata profana da ricordare a lungo, fatta di emozioni e risate, parole e musica, luci e ombre. Si replica il 21 marzo all’Augusteo di Napoli. Ma sarà un’altra cosa, nel bene (il rodaggio) e nel male (i supernonni irpini del Buena Vista Postal Club non seguono il tour).
Fonte:
Il mattino
Vinicio Capossela ha scelto Avellino per aprire la tournée del suo ultimo disco, Ovunque proteggi. Lo ha fatto in un giorno particolare per la città irpina che il 14 febbraio, insieme al protettore degli innamorati, festeggia il suo patrono San Modestino. Una scelta non casuale. Come ha spiegato lo stesso Capossela dopo Non trattare e Brucia Troia, il mozzafiato ‘uno-due’ iniziale in pelliccia e corna da minotauro, salutando le oltre milleduecento persone stipate nel teatro Carlo Gesualdo: “Se in bocca al lupo deve essere, che almeno siano lupi paesani”.
Siamo a una quarantina di chilometri da Calitri e Andretta, paesi dei suoi genitori, seduti in prima fila in compagnia di parenti, vecchi amici e semplici conoscenti che per un giorno si sentono tutti protagonisti. Insomma, più che il debutto di un tour destinato a riempire i teatri di mezza Italia sembra una festa di paese. Per rendersene conto basta attendere l’irresistibile Dalla parte di Spessoto, il singolo che ha fatto schizzare l’album ai vertici delle classifiche. Sul palco ad accompagnare Vinicio salgono i Buena Vista Postal Club (come li chiama lui “roba da far invidia a Wim Wenders”): al secolo Tuttacreta, Matalena e Rocco Briuolo, tre anziani signori della Banda della Posta di Calitri, rispettivamente alla fisarmonica, al violino e al mandolino.
A fare da intermezzo nelle oltre due ore di concerto, una manciata di canzoni suonate al pianoforte davanti a un pubblico paradossalmente quasi ostile, che vorrebbe alzarsi in piedi e battere le mani. E che invece viene tirato giù dalle malinconiche Nel blu, Dove siamo rimasti a terra Nutless, Pena del alma e Lanterne rosse (incantevoli le immagini proiettate dalla compagnia di teatro d’ombre Controluce). Fino ad affondare nelle poltrone nell’allucinato tributo al poeta inglese Coleridge: S.S. dei naufragati, con un ispiratissimo Capossela che canta fra due candele, indossa un cappello da vecchio ammiraglio della Royal Navy e suona una campana a morte.
E’ solo il segnale di un’inversione di rotta, che regala alla platea gli attesi classici del repertorio caposseliano. Tutti allora a cantare sulle note di Maraja, Con una rosa e Che cossé l’amor, accolta da un’ovazione e: “Dedicata al nostro Santo preferito”, agiunge lui. A scaldare gli animi arriva poi L’uomo vivo, ancora tratto dal nuovo disco (suonato per intero tranne una traccia). Un inno alla gioia, come recita il sottotitolo, che scatena il teatro Gesualdo. A fare la parte del leone una comitiva partita in pullman da Pignola, in provincia di Potenza. Dove a sentire i racconti dei presenti, fra tarantolate, esibizioni nei festival estivi e pecore cucinate in suo onore, Capossela è di casa.
Il tempo di indossare giacca e mezza tuba, quello per un altro paio di gioielli al piano - Non è l’amore che va via e Una giornata senza pretese - poi scatta il turno del sindaco Galasso, che fra i fischi del pubblico consegna una targa a Vinicio Capossela: l’emigrante che ha fatto fortuna e rende orgogliosi i suoi compaesani. E che per stemperare gli imbarazzi invita nuovamente sul palco la Banda della Posta, questa volta a suonare un pezzo del loro reportorio. Il gran finale, fuochi d’artificio compresi, parte dopo le presentazioni dei musicisti che lo accompagneranno in tour: Alessandro Stefana (chitarre), Glauco Zuppiroli (contrabbasso), Zeno De Rossi (tamburi), Michele Vignali (ance) e Vincenzo Vasi (teremin e programmazioni). Capossela si lancia in un’indiavolata versione di Al veglione, invita sul palco il suo padrino Ciccillo - che alla faccia della timidezza tiene banco per qualche minuto a suon di battute - e fa alzare tutti in piedi con Il ballo di San Vito. Dopo gioia, salmi, naufragi e minotauri la festa chiude con la title track dell’album Ovunque proteggi, una benedizione finale. Tra il sacro e il profano.
Fonte:
Kataweb Musica
..14 febbraio 2006..sono arrivata a teatro alle 20&22..una ressa tremenda..ma ho trovato posto al centro in 5 fila..vedevo molto bene..ma nè le foto nè i filmati son venuti un granchè..perchè l’unico mezzo tecnologico a disposizione era una macchinetta fotografica dalla scarsa risoluzione..e labile memoria..prestatami da un amico generoso!
Brucia troia
Dove siamo rimasti a terra Nutless
Pena del alma
Lanterne rosse
S.S. dei naufragati
L’uomo vivo
Al Colosseo
Marajà
‘e dopo le cineserie questa è dedicata al nostro santo preferito’(l’amore)
Che cossé l’amor
besame mucho
Canzone tradizionale campana di cui non ricordo il titolo
Con una rosa
Non è l’amore che va via
Una giornata senza pretese
Ultimo amore
Lu bene mio di Matteo Salvatore
Consegna della targa
Al veglione
Ciccillo sul palco!!!
Il ballo di San Vito
Ovunque proteggi (e quì Serbilla ha pianto come una bambina..)
..verso l’una e mezza Vinicio esce dal camerino e si trattiene un pò con noi..io ero l’unica provvista di penna in quel momento così dopo aver autografato il mio biglietto gli lascio la penna per scrivere ancora..lui parla poco, è stanco..dice grazie ..si si ..a testa china osserva la penna..se la rigira tra le mani..ne legge l’etichetta mentre un ragazzo lo sommerge entusiasta di complimenti.. poi ci saluta..e se la porta via!..lui la penna il tappo..potrei tenerla come pegno d’amore ho pensato! ma ho bussato alla porta e dato il tappino al ‘guardiano’..visto che già s’era sporcato le mani d’inchiostro!
Il concerto è stato molto bello nonostante qualche problema di audio e un paio di fari che puntavano sul pubblico ogni tanto..nonostante le poltrone non numerate che hanno reso feroce parecchia gente.. soprattutto quei biglietti per la platea venduti in più rispetto ai posti effettivi e quindi qualcuno s’è seduto a terra..tra le persone che hanno atteso Capossela all’uscita e sul pianerottolo fuori al camerino mi è sembrato di riconoscere un paio di facce intraviste da queste parti..ma io sono una timida…
Fonte:
Serbilla, utente del nostro forum
LANUSEI - Due ore di suggestioni in musica, versi e ombre cinesi, tra walzer, rumbe, marcette popolari e struggenti ballate alla Tom Waits. Due ore esaltanti, proprio come il nuovo concerto di Vinicio Capossela, testato ieri sera in un teatro di Lanusei, piccolo centro nel cuore della Sardegna che il cantautore “tarantolato” ha curiosamente scelto per mettere a punto lo spettacolo con il quale - a partire da domani ad Avellino - inizierà il suo nuovo tour. Un viaggio lungo tutta l’Italia che sino a maggio lo vedrà impegnato a presentare l’album “Ovunque proteggi”, uscito appena due settimane fa e a sorpresa finito ai vertici delle classifiche di vendita. Davanti ad appena trecento spettatori, tra i quali i genitori di Capossela e l’ amico poeta metropolitano Vincenzo Costantino (il Chinaski della celebre canzone), Vinicio è apparso in gran forma e ha deliziato il pubblico con quattordici brani tratti dall’ultimo disco, più altri quattro ripescati tra i vecchi successi, come ad esempio “Maraja”, “Che cos’é l’amor” e “Ballo di San Vito”. Va detto subito, però, che se sotto il profilo dell’intensità musicale lo show ha destato grande impressione (non c’é un solo attimo di cedimento), altrettanto piacevolmente ha sorpreso la scenografia, con una compagnia di teatro d’ombre impegnata a proiettare sul fondale immagini surreali come occhi colorati, minotauri, danze degli scheletri e ballerine sulle punte. Il concerto si è aperto con il brano “Non trattare”, dalle sonorità orientaleggianti, che Capossela ha interpretato indossando una pelliccia di montone nero e un’inquietante maschera tradizionale sarda caratterizzata da due lunghe corna. Un perfetto preludio per il secondo pezzo, “Brucia Troia”, che nel luglio scorso Vinicio aveva registrato calandosi insieme al chitarrista Marc Ribot all’interno della grotta di Ispinigoli (la più profonda d’Europa, sulle montagne di Dorgali). Una canzone dal riff chitarristico tagliente che ascoltata in versione “live” è apparsa ancor più trascinante che nel disco. Ad affiancare Vinicio sul palco, Alessandro “Asso” Stefana (chitarre), Glauco Zuppiroli (contrabbasso), Zeno De Rossi (tamburi), Michele Vignali (ance), e infine Vincenzo Vasi (theremin e programmazioni). Tra travestimenti vari (il cantautore ha cambiato abito ben sette volte indossando anche una mezza tuba, un cappello da vecchio ammiraglio della Royal Navy e alla fine persino un abito da geisha) lo show ha preso definitivamente il volo con la marcetta “Dalla parte di Spessotto” (scelta come single dell’album), dove Spessotto non è altro che un vecchio compagno di scuola di Capossela. Tra i pezzi più applauditi la rumba “Con una rosa”, e ancora “Pena dell’alma” (una cover di Flaco Jimenez tradotta in italiano), “S.S. dei naufragati” (delizioso l’assolo di armonium) e la marcia paesana “L’uomo vivo”, ispirata a una processione religiosa che ogni anno si tiene in un paesino della Sicilia. Dopo le incursioni tra i brani classici, gran finale con “Ovunque proteggi, il brano che dà il titolo all’album.
Fonte:
(AGE) RED-CENT



