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Dalla parte di Vinicio Capossela

Cristianesimo e paganesimo, inno al(la) Gioia e rivisitazione dei miti greci, Edipo Re e C’era Una Volta In America, Melville e Coleridge, gran valzer impressionanti e cha cha cha sudamericani. C’è tanto, forse troppo, in questo nuovo e intenso lavoro sospeso tra cielo e terra, da proteggere senza trattare, da (ri)ascoltare senza parlare, per godere appieno della sua primitiva bellezza.

Sei anni. Tanto è durato il peccato, la separazione, la distanza dal genio creativo e musicale di Vinicio Capossela. Sei anni in cui una raccolta non proprio indispensabile (nonostante al suo interno fosse contenuta una splendida e inedita versione di Si E’ Spento Il Sole di celentana memoria), la pubblicazione di un libro ed una più o meno intensa attività live, non potevano certo affrancarci dalla nostra rumorosa solitudine.

In cuor nostro, però, lo sapevamo che un giorno, proprio come quegli amori che non finiscono mai, lo avremmo visto comparire “

sul viale del ritorno
”, portandoci in dono “
un disco di pezzi solenni
”, ponendo così fine alla nostra dura espiazione.

Diciamolo subito: per quanti si aspettavano una sorta di riproposta delle stesse suggestioni mittleuropee di inizio ‘900 presenti in Canzoni A Manovella, Ovunque Proteggi, questo il titolo del suo nuovo, splendido album, non potrebbe essere più traumatico perché, come dice lo stesso Capossela, “

spesso il male è nella difficoltà ad accettare che le cose cambino
”. E qui, purtroppo o per fortuna, rispetto ai suoi precedenti lavori, di cose ne sono cambiate parecchie, a cominciare da una particolare attenzione ai testi, più che cantati, narrati con voce aspra e profonda, rispetto ad un abituale contesto melodico, che contraddistingue gran parte dell’album.

L’avvio è di devastante cupezza. Al mantra iniziatico di Non Trattare, nel quale si rimanda a tutte quelle forme di assolutismo, più o meno velate di democrazia, che considerano l’altro da sé un empio da distruggere “

a mascellate d’asino
”, si sovrappongono le suggestioni omeriche di Brucia Troia, registrata nella Grotta di Ispinigoli in Sardegna, col suono dei campanacci di Tonara e i cori dei tenores di Mamoiada a fare da primitivo tappeto sonoro. Un uno-due ipnotico e tribale che arriva direttamente in pancia senza passare per il cuore.

Proseguendo nell’ascolto, ad allentare la tensione emotiva provvedono Medusa Cha Cha Cha, rivisitazione in chiave ironica dei miti greci (”

non sono monstra, non sono velenosa, soltanto un po’ nerviosa
”), Pena Del Alma, una tradizionale e struggente serenata messicana e soprattutto Dalla Parte Di Spessotto, un classico divertissement caposseliano, un posto dell’anima per gli ultimi della fila, per tutti quelli che a “
sei anni e sei già perduto e quando t’interrogano rimani mupo! Mupo!
”, registrato a Calitri, in provincia di Avellino, il paese natale di papà Vito, con la partecipazione della Banda della Posta, ovvero degli stessi musicisti che suonarono al suo matrimonio di quarant’anni prima.

Carne e spirito, sacro e profano, gioia e dolore si condensano nella pirotecnica L’uomo Vivo, l’inno al(la) Gioia (è il nome che il paese di Scicli dà al suo Cristo risorto), la quintessenza della festa, la processione che “

di spalla in spalla, di botta in botta
” si fa strada per le vie del paese per celebrare il Cristo che si fa uomo… “
se il Padreterno l’aveva abbandonato, ora i paesani se l’hanno accompagnato, che grande festa poterselo abbracciare, che grande festa portarselo a mangiare
”, con la banda “A. Busacca” guidata dal maestro concertatore Roy Paci che ne accompagna i passi festanti.

E quando gli echi del dì di festa sono ormai assopiti, (im)preparati ci imbattiamo in quella che probabilmente rappresenta (insieme a Dove Siamo Rimasti A Terra Nutless, sottilmente venata di malinconia morriconiana) la tappa più suggestiva e significativa di questo straordinario viaggio al centro del cuore che è Ovunque Proteggi. Stiamo parlando di S.S. Dei Naufragati, già incisa nel 2002 con la Banda Ionica ma qui splendidamente riarrangiata per violoncello, armonio e teremin, in grado di restituire tutto il campionario di spettri, fuochi sacri, apparizioni, folgorazioni, scricchiolii e brividi presenti nell’opera visionaria “Il lamento del vecchio marinaio” di Coleridge, nonché l’epicità e la perdizione del classico “Moby Dick” di Melville, ai quali si ispira.

Ovunque Proteggi non ha niente a che vedere con i santi o con la religione
” ha affermato lo stesso Vinicio in una intervista. Non si tratta di invocare (o evocare) nessuna figura più o meno spirituale né, soprattutto, nessuna guerra santa. E’ piuttosto una esortazione a mettersi in gioco in prima persona per proteggere le persone che amiamo o che abbiamo amato. Senza nessuna chiamata alle armi e senza alzare barricate di alcun tipo. Semplicemente proteggendo la grazia del nostro cuore dalle amarezze della vita, dal cinismo, dall’egoismo, dall’indifferenza, dalla violenza. Una straordinaria preghiera laica di infinita dolcezza che chiude l’album lasciando gli occhi gonfi di pianto e il cuore, sen non altro, ebbro di buoni propositi, scandita da una melodia “
che ha già tanto in sé
”, per molti anni brano esclusivamente strumentale e in cerca di parole, ora magicamente rivelate.

Un album in cui di certo non tutto scorre alla perfezione, eccessivamente lungo (ben 72 minuti!), un po’ barocco e con troppa carne al fuoco, che probabilmente, con tre-quattro brani in meno (penso a Moskavalza, pogo elettrico in stile Kusturica buono al limite per scatenarsi durante i concerti, a Al Colosseo, semplicemente noiosa, a Nel Blu, stesse atmosfere di Bardamù ma decisamente meno incisiva, a Lanterne Rosse, compitino ben svolto ma tutto sommato inutile), sarebbe stato un autentico capolavoro. Un disco comunque coraggioso, che durante l’ascolto tocca vette altissime di lirismo. Un disco da proteggere, senza trattare, come gioia rara, gran botto di inizio anno e approdo sicuro per anime alla deriva.

Fonte:
rockshock.it

Giovedì 16 Febbraio 2006 | Tutte le notizie, Recensioni dischi Capossela
La benedizione dell’incontro (da Bravonline)

La benedizione dell’incontro
di Alessandro Calzetta

Tanto atteso, quanto tanto temuto, “Ovunque Proteggi”, l’ultimo lavoro di Capossela non poteva che essere tale, un disco di alta qualità ma che messo al confronto con il precedente, (Canzoni a Manovella capolavoro e conferma definitiva dell’autore stesso), sminuisce quasi per una legge fisica. Meglio di “Canzoni a Manovella” quindi, probabilmente non si poteva ottenere, ma comunque un prodotto di alta qualità considerando il resto della produzione italiana.
“Ovunque proteggi” è un disco “Sconnesso”, quasi un viaggio biblico, un percorso fatto di scissioni, per stessa ammissione dell’autore è stato concepito in tempi e luoghi diversi, ogni brano ha una storia a se, e per questo motivo dovrebbe essere analizzato brano per brano.

L’album è aperto da Non Trattare, un pezzo fatto di suggestioni gotiche-cabbalistiche, si apre con un lamento, un suono prodotto da uno strumento arabo chiamato Shafar un corno di Ariete che, come racconta una tradizione, sarà suonato nel giorno della chiamata delle anime al giudizio il corno emette una sola nota che può essere continua o discontinua, e quanto più il suono diventa serrato e discontinuo più il suono esprime un grado di indecisione per l’anima che si reca prossima al giudizio.

Brucia Troia, in riferimento all’ispirazione per il concepimento di questo pezzo, Capossela racconta un piacevole aneddoto; - Leggevo l’Iliade ed ero immerso in queste visioni epiche quando mi arriva il messaggio di una mia amica da una discoteca di Sofia dal nome Spartacus dove si balla musica techno e ci si veste da moderni gladiatori. Ad un mio sms che vagheggiava qualcosa sull’Iliade mi rispose con una frase che recitava; “Il cavallo di Troia è Ciucco come il mio Ciuffo”, l’ho trovato un verso immortale.. ho preso il registratore ed ho cominciato a musicare da subito questo verso, giorni dopo mi imbattei nell’acquisto di una tastierina economica di marca GEM, e collegandola alla chitarra scoprii questo rumore lancinante.. qualcosa di simile ad una chitarra preistorica, in fase esecutica si sono aggiunti i tenores accompagnati da campanacci e tamburi. - Scorgendo ancora frasi dal testo si manifestano altre suggestioni, “L’orrore L’orrore” ad esempio è tratta da un libro di Joseph Conrad, “Cuore di Tenebra” che si chiude proprio con la stessa frase incisiva e totale; “L’Orrore! L’Orrore! L’Orrore!”.

Dalla parte di Spessotto In riferimento a questo brano che è stato il singolo che ha anticipato l’album, Capossela, racconta un aneddoto che ha come protagonista il delegato romano della Warner che in quel periodo stava promuovendo il singolo in tutte le radio. Di ritorno insieme a Capossela da una di quelle giornate gli disse “Vabbè; noi ce stamo pure dalla parte de Spessotto, ma bisogna pure vedè stò Spessotto da che parte stà!” e lui gli rispose; “Spessotto stà, da appena nato, dalla parte di sotto”. -Io,- dice Capossela, -da piccolo dividevo il mondo in Davide e Spessotto.. come un mio vecchio compagno delle elementari, destinato ad una specie di clandestinità, ad essere sempre per il contrario, non il più tifato, ma quello che sta sempre dalla parte di sotto, dalla parte di Spessotto-

Moskavalza 4,3,2,1, Pajehalì!! Il pezzo apre con questo conto alla rovescia e l’escalamazione gridata PAJEHALI’!, i russi lo usano come brindisi al posto del nostro Cin Cin, significa “Partiti!”, è la stessa frase che usò Gagarin al momento di partire per il primo viaggio verso lo spazio, e nel testo si legge; - Gagarin nello spazio, Sovietsky Superman, Il cosmo dentro il casco, a spasso va in Sojuz - Gagarin in Russia è un mito di proporzioni enormi, in effetti fu il primo astronauta della storia, il primo uomo che portò a compimento un volo spaziale, e i russi lo commemorano ogni che fanno un brindisi. Moskavalza è stato arrangiato da Gak Sato, giapponese italianizzato, uno dei dj di punta della scena elettronica mondiale.

Al Colosseo è un brano ostico, quasi ispido, nei testi e nella musica. - Sia Sbranato al Colosseo - - Sia Squartato al Colosseo - e poi una frase; “HOC HABET HOC” l’urlo dei romani presenti al colosseo quando i gladiatori dominavano l’avversario ormai domo, e con il ferro puntato in attesa del giudizio dell’imperatore, il famoso pollice verso o retto; l’urlo imponente della folla “HOC HABET HOC” ovvero “Ce l’ha!” “Ce l’ha!”. Curiosamente esiste una versione seppur completamente differente in musica e parole in un album di Tom Waits; “Bone Machine”, il brano ha lo stesso nome “In the Colosseum” e quasi per un filo conduttore invisibile la grafica interna del cd ha notevoli somiglianze con quella del supporto di “Ovunque Proteggi”

L’uomo Vivo (inno alla Gioia) “U Gioia” è il nome che viene dato dagli Sciclitani al Cristo Risorto durante i festeggiamenti pasquali, il Sacro Simulacro viene portato in processione a spalla da tanti giovani ed innalzato spesse volte al grido di “Gioia!”. U Gioia è diventato quasi il simbolo di Scicli, così come la musica che le bande cittadine eseguono durante i suoi “Giri” per la città, da qui il pezzo bandistico, suonato dallo stesso corpo bandistico di Scicli e diretto da Roy Paci -E’ un evento eccezionale-, racconta Capossela - Il Cristo esce dalla chiesa e, innalzato e trasportato dai suoi concittadini, comincia a sbandare, a barcollare, la statua ha raggi sulla schiena ed una mano alzata in segno di benedizione-, da qui ” Ha raggi sulla schiana e irradia GIO-GIO-IA! le dita tese indicano GIO-GIO-IA!” “si butta di lato, non sa dove andare, perchè è pazzo di gioia”. E’ interessante notare come Il brano ricordi “Fiesta” dei Pogues, del resto c’è in ambedue i casi un ripescaggio nelle tradizioni antiche popolari.

Medusa Cha Cha Cha è un simpatico mambo/cha cha cha stile anni ‘50 ‘60 in stile italiano. L’ispirazione per il testo è arrivata all’estero, a Stoccolma, a casa di un amica pittrice, che mentre spiegava un suo quadro raffigurante l’essere mitologico, disse in un italiano stentato; “Perché la Medusa non è una mostra, è soltanto un poco nerviosa”, poi alla richiesta di ulteriori chiarimenti aggiunse “Perchè a lei piace tanto Uomini, ma poi un giorno un uomo geloso aveva emesso lei sortilegio per il quale ogni uomo che guarda, lei diventa di pietra, diventa come baccalà, e tu capisce che con baccalà lei non può fare molto” da qui; -Mi piacciono i ragazzi ma un tipo un pò geloso mi ha appiccicato in volto questo sguardo odioso, affascinante ma difettoso, Chi mi guarda non lo sa ma diventa un baccalà”-

Nel blu. Si ritorna in pieno alle atmosfere di “canzoni a manovella”. Circo e domatori, metafore della vita, valzer con atmosfere viennesi.

Dove siamo rimasti a terra Nutless è il personaggio della sua gioventù, di John Fante e quindi di un suo racconto “Non si muore tutte le mattine” Nutless (ma anche Noodless), il maniaco dell’Impresa, I giorni passano, pensi di aver costruito tutto su basi solide; il matrimonio, la casa, ma poi, tutto finisce. Il brano è l’ideale continuo de “Le Case” da “Il Ballo di S. Vito” - il sabato all’iper a far la spesa-è la storia di chi si rende conto di aver costruito castelli di sabbia per tutta una vita.

Pena del Alma è un brano tradizionale messicano (Prenda del alma), il testo è stato però quasi completamente riscritto, e tratta del dolore, il dolore della separazione, è una canzone struggente che termina con un verso che vale l’intero disco -Fuori dalle braccia Tue… Sulle ginocchia mie, così è levarmi in petto questa passion-

Lanterne rosse. -Il drago è solo, gli uomini ne fanno un dio-. Atmosfere e profumi orientali

S.S. dei Naufragati è un reading a tratti cantato liricamente, ispirato da un romanzo di Samuel Taylor Coleridge; The Rhyme of the Ancient Mariner (la ballata del vecchio marinaio), tutto impregnato da visioni di Herman Melville (Moby Dick) di ispirazione biblica, la vita del marinaio vista come la metafora della vita “acqua in ogni dove e nemmeno una goccia da bere”, l’idea del peccato e della redenzione. Il tutto repertato dall’album Matri Mia, della Banda Jonica, vecchio gruppo di Roy Paci, alla cui realizzazione partecipò anche Capossela, è decisamente il pezzo migliore dell’album e quello preferito dallo stesso autore.

Ovunque Proteggi La title track è la canzone dell’eterno tornare, tornare per colmare quella ferita rappresentata dalla separazione . La canzone della redenzione, quindi, vista con un taglio quasi religioso. -Ancora proteggi (…) adesso e per quando tornerà l’incanto di te vicino a me-

questo Ovunque Proteggi, in conclusione, è un disco segnato dalla benedizione dell’incontro ed è appartenente a diverse latitudini e ispirato a tempi diversi, totalmente differente da canzoni a manovella che fu un disco segnato dalle suggestioni ben relegate in un periodo ed una geografia molto precisi, quelli dell’Europa del ‘900.

Fonte:
Alessandro Calzetta - Bravonline

Mercoledì 1 Febbraio 2006 | Tutte le notizie, Recensioni dischi Capossela
Ovunque proteggi (da delrock.it)

Capossela ha la pancia di Pantagruel o del Re Ubu, divora bulimico tutto quello che trova sulla strada: Cristianità e Iosip Stalin, Troia e il Colosseo, Ceronetti, Pasolini, meduse e minotauri. Ha avuto cinque anni per cercare cibo e ingoiare, cinque anni (dall’ ultimo disco) in cui non è mai stato fermo.

Si sente: si sente quest’ansia esploratrice, questa smania che intimorisce, lascia basiti e poi diverte, sul mare in burrasca della musica che riversa ondate di Medioriente, Russia da cartolina, Messico con sentimiento, Morricone vero e finto, Tom Waits, inni marziali da sabato fascista, per dirla con l’autore, che ogni tanto sembra perdere il controllo e consegnare i testi al più deleterio panellismo ma alla fine riesce a non essere prigioniero della sua pirotecnìa e a non sbalordire soltanto.

La partitura prevede una paradossale orchestra di chitarre, fiati, archi e tastiere convenzionali più un caravanserraglio di sonagli, mascelle d’asino, fischi da naso, organi a bocca cinesi e teremin che conferiscono il giusto color Capossela. Dietro la mattìa apparente, ci sono la ricchezza e il cuore grande di un artista che ha deciso di affrontare il vento forte e il pendio della nostra epoca senza protezioni, e di venircelo a raccontare subito, ancora con il fiatone; viene da maledirlo quando tira dritto in curva (Moska Valza, Dalla parte di Spessotto) ma poi dalla tuta di stuntman estrae canzoni intense come Non Trattare, come Ovunque proteggi, e allora è una benedizione.

Fonte:
delrock.it

Mercoledì 25 Gennaio 2006 | Tutte le notizie, Recensioni dischi Capossela
Ovunque proteggi, disco “abbracciante” di Capossela (da ilsole24ore.com)

Ovunque proteggi, disco “abbracciante” di Capossela
di Giorgio Maimone

È un magnifico disco obliquo e rimbalzante.

È un disco “abbracciante” come lo ha definito lo stesso Capossela, ma soprattutto “è un disco”, ossia un’opera compiuta con un inizio e una fine, un senso di marcia, delle istruzioni per l’uso che partono dalla copertina e finiscono all’ultima nota dell’ultimo solco un’ora, 11 minuti e 58 secondi dopo. Anzi, partono ancora prima perché Vinicio, facendo parziale violenza a se stesso, ha parlato del disco, lo ha presentato la sera del 19 gennaio a Milano, nella ex chiesa sconsacrata di San Carpoforo e ha fatto percepire l’affetto e le aspettative che nutre per questo lavoro. Diciamolo subito che sennò ci scappa fuori: se non è un capolavoro, poco ci manca.

Caleidoscopio in rosso

È comunque un’opera d’arte da ascoltare a lungo, da assaporare, da lasciare magari decantare un attimo, prima di tornare ad aspirarne l’aspro sentore di tannini o il velluto delle note che, a grappoli diseguali, ti si infilano in gola e nelle orecchie, formando una compatta colonna sonora per questi tempi disidratati. Difficile seguire esattamente tutte le circonvoluzioni, i ghirigori, i disegni automatici, le contraddizioni, i giochi di parole, i possibili equivoci di cui Vinicio costella le sue partiture. Restano la suggestione di 13 tracce quanto mai varie eppure unitarie nel loro eclettismo, che svariano da reminiscenze folkloriche (più che nel passato), il senso di un blues eminentemente personale, i ricordi d’infanzia, i topos letterari o cinematografici, le piccole tracce sparse di rebetico, un ché di musica circense che ci riporta immediatamente a Nino Rota e Fellini. I momenti lenti e riflessivi hanno il netto sopravvento su quelli più forti, ma pur nella sua lunghezza, nella sua farcitura degna di un piatto rinascimentale, il disco non annoia mai, perché la tavolozza dei paesaggi si impregna sempre di nuovi colori. Può sempre essere un rosso, ma qua è carminio e là è porpora, un po’ oltre è vermiglio e quindi trascolora in magenta. Ma anche rosso come i paramenti di una chiesa.

La penitenza dell’amaro del mare

A livello dei testi la sensazione dominante è infatti quella di una pervasiva spiritualità, sensazione corroborata dalle musiche che spesso sembrano alludere a temi sacri, ma il sacro di Capossela è più accennato che svelato: è un approccio pasoliniano allo stupore e alla meraviglia dello spirito. Che può essere, anche in senso pagano, quello insito nelle cose o nei luoghi diversi, sparsi per l’Italia, in cui “Ovunque proteggi” è stato concepito e in parte registrato: dalla grotta preistorica di Ispingoli in Sardegna, al paese natale del padre di Vinicio, Calitri in provincia di Avellino, al Teatro delle voci di Treviso, alla chiesa di San Bartolomeo di Scicli (Ragusa). Canzone eponima di questo coté spirituale è “S.S. dei Naufragati”, eseguita con il coro della Cappella di San Maurizio di Milano, nella chiesa di San Cristoforo sui Navigli e accompagnato dal violoncello/vascello di Mario Brunello, il teremin di Vincenzo Vasi e l’armonio di Stefano Nanni: “Oh madre mia / salvezza prendimi nell’anima / Oh madre mia / le ossa nell’acqua” oppure “E venne dall’acqua / venne dal sale / la penitenza / dell’amaro del mare”. “Questa è la ballata / di chi si è preso il mare / che lapide non abbia / né ossa sulla sabbia / né polvere ritorni / ma bruci sui pennoni / nei fuochi sacri / i fuochi alati / della Santissima dei naufragati”. Ma se questa è la canzone che più richiama la spiritualità “L’uomo vivo” parla di qualcuno che “ha lasciato il Calvario e il Sudario / ha lasciato la croce e la pena / si è levato il sonno di dosso / e adesso per sempre / per sempre è con noi”. Ma è uno strano Cristo questo, da festa popolare, da processione laica, da alzare e fare “saltare fino che arrivi in cima fino al ciel / fino a che veda il mar” che “barcolla e traballa / sul dorso della folla / si butta / si leva / al cielo si solleva”. Un Cristo da abbracciare e portare a mangiare! E “Non trattare”, il brano iniziale invita a “non trattare … la tua fede non trattare / Non trattare / non ti frantumare / o il peccato di renda mortale” . E “Colosseo” finisce con “il rosario della Carne” che riporta dritto alle Sacre Scritture, ma alla loro parte più buia e priva di gioia che un’interpretazione straniante non riesce a sollevare. Ma in fin dei conti lo stesso titolo richiama la preghiera, l’immagine sacra.

Il cavallo di Troia è ciucco

Gli episodi più leggeri sono affidati a “Brucia Troia” (sì, il doppio senso è voluto), a “Moskovalza” e a “Medusa cha cha cha”, che a dire di Capossela riecheggia il twist contenuto in “Ricotta” di Pasolini. Poi c’è “Dalla parte di Spessotto” che è un po’ il brechtiano “dalla parte del torto” riattualizzato e vissuto nella contrapposizione tra gli Spessotto e i Davide in cui si dividono tutte le scuole del mondo (sarebbe come dire i Franti e i Garrone, l’ultimo e il primo della classe). “A sei anni sei già perduto / e quando ti interrogano rimani muto (ma sul booklet c’è scritto “mupo”, ennesima capriola o sberleffo?)”. Voce in secondo piano e forse filtrata attraverso un megafono, con un potentissimo “shaba dum dum” in primo piano, melodie da anteguerra e ritmiche circensi. Piccolo gioiello di neo-realismo italiano.

Come è gonfia la strada di polvere e vento nel viale del ritorno

Ma se tutto il disco ha le stimmate delle genialità e dell’intensità, è nell’ultimo terzo dell’opera che risiedono le tracce più interessanti: cinque canzoni lunghe, per quasi trenta minuti di musica e parole e una successione di perle che iniziano con “Dove siamo rimasti a terra, Nutless”, proseguono con “Pena de l’alma”, si fanno purezza accecante in “Lanterne rosse”, si buttano nel gorgo della già citata “S.S. dei Naufragati” e sfumano nella dolcezza “abbracciosa” di “Ovunque proteggi”, canzone omonima all’intero lavoro e piccolo seme da cui, in fondo, come informa Vinicio, è nato tutto l’album. “Ovunque proteggi” è nata come sola musica che doveva essere inserita ne “Il ballo di San Vito” del 1996, ma non erano arrivate le parole adatte. “Quella musica aveva qualcosa di sacro - scrive Capossela nelle note di presentazione del disco - se per sacro intendo ciò che mi è caro. Ebbene, quella musica mi faceva rimpiangere tutto ciò che mi era caro. A parte piangerci sopra però non sapevo cosa farmene. Quindi l’ho messa da parte, perché pensavo che si meritasse qualcosa di suo. L’ho protetta a mio modo”. Adesso il momento è arrivato: sono arrivate le parole, la canzone “si è sporta per lasciarsi afferrare dalla scrittura” e ha coagulato attorno a sé le altre composizioni, fino a formare, nel corso di un anno scarso, il nucleo dell’intero disco. Un disco questo, a lungo meditato, ma in fin dei conti, composto e registrato in sei mesi scarsi e rifinito presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani, un nome che, come ormai sappiamo, sta sempre vicino alla musica di qualità superiore. “Ovunque proteggi” è musica di qualità superiore.

Fonte:
ilsole24ore.com

Martedì 24 Gennaio 2006 | Tutte le notizie, Recensioni dischi Capossela
Ovunque Proteggi su kronic.it

VINICIO CAPOSSELA
Ovunque Proteggi
Atlantic

Le variazioni del mulo

Genio, mistificatore, buffone, musicista sopraffino, irriverente… Vinicio Capossela è tutto e il contrario di tutto, è un compendio di caratteristiche cantautoriali che pochi altri hanno saputo mostrare non rinunciando mai la coerenza delle proprie idee. Guarda caso, il più fulgido esempio di questi è proprio Tom Waits di cui Capossela potrebbe essere tranquillamente considerata la controparte italiana. Ma sarebbe riduttivo considerare il Vinicio nazionale come una bieca imitazione del modello waitsiano: Capossela ha una propria personalità, variegata finché volete ma ce l’ha eccome, e i suoi lavori in studio, da “Il Ballo di San Vito” al bellissimo “Canzoni a manovella “ lo dimostrano ampiamente. C’è italianità a profusione tra le sgangherate (ma affascinanti) sonorità che hanno fatto la fortuna dello sciamano Waits, c’è l’orchestralità e la tradizione della musica popolare del Belpaese che tradiscono tutta l’amore che Capossela rivolge alle proprie radici.

Eppure “Ovunque proteggi” si apre con due brani come “Non trattare” e “Brucia Troia” che non possono non far venire in mente gli effluvi inebrianti di “Mule variations”, così come “Dalla parte di Spessotto” mostra attinenze con un capolavoro come “Singapore” (da “Rain dogs”), pur presentando inserti ‘bandistici’ e sonorità arcaiche tipici della memoria musicale italiana. E allora, direte voi? Manca un elemento fondamentale della musica di Waits, manca il blues primitivo, sostituito talora dal latino-mediterraneo (“Medusa Cha Cha Cha”, la quale ricorda non poco “Che coss’è l’amor), dalla fanfara (“L’uomo vivo”), dal melodramma (“S.S. dei naufragati”), tutte espressioni di cui la musica leggera italiana tradizionalmente abbonda.

L’eclettismo di Capossela lo porta ad esplorare territori inusuali come dimostrano le ritmiche quasi techno di “Moskavalza” o i riferimenti all’estremo oriente contenuti in “Lanterne rosse”. Per il resto, emergono poesia e ispirazione profonda nelle note emozionali di canzoni come “Nel blu”, “Pena del Alma” o come nella atmosferica title-track che chiude l’album; anche in questi brani, però, Capossela introduce spesso elementi più scanzonati (grazie soprattutto ad ensemble sopraffini di fiati e archi e alla collaborazione con Roy Paci che ricambia quella dello stesso Capossela ai tempi del progetto Banda Ionica) che sdrammatizzano e, certe volte, commuovono rispolverando partiture che si pensavano perse nell’oblio della memoria.

Vinicio Capossela come Tom Waits? I due si assomigliano, questo è certo. Ma lasciamo l’artista di “Coffe & cigarettes” perso nei bourbon di qualche localaccio newyorkese e teniamoci stretta questa sua (quasi) controfigura, disillusa e sorniona davanti ad un bel bicchiere di vermut in una trattoria di paese.
(23/1/06)

Fonte:
kronic.it

Ovunque Proteggi su ondarock.it

Raggiunto con “Canzoni a manovella” l’apice di una carriera che lo ha consacrato come miglior cantautore italiano della sua generazione, Vinicio Capossela era atteso al varco. I rischi di ingordigia da successo e di conseguenti cadute a precipizio erano altissimi. E lui, saggiamente, si è preso una lunga pausa. Ha acconsentito controvoglia a spezzare il silenzio con una raccolta (”L’indispensabile”), tanto per non far indispettire i discografici (”se proprio un’antologia deve uscire, meglio che sia da vivi…”, disse in quell’occasione), riuscendo comunque a piazzare un gioiellino come la cover à-la Calexico di “Si è spento il sole”, un vecchio hit di Celentano. E nel frattempo ha proseguito la sua ubriacante attività live in giro per piazze e teatri.
C’era dunque una febbrile attesa attorno all’uscita di “Ovunque proteggi”, primo album di inediti in sei anni. Un’attesa scandita dal tam tam dei forum e dei fan-club, ma anche dalla curiosità di una critica, che aveva osannato in coro “Canzoni a manovella”.
Per celebrare l’evento, il quarantenne italiano di Hannover ha voluto passare anche in cabina di produzione e si è circondato di un supercast, con musicisti come Mario Brunello (violoncello), Roy Paci (tromba), il newyorkese Marc Ribot (chitarre), Stefano Nanni (piano), Ares Tavolazzi (ex-Area) al contrabbasso e Gak Sato all’elettronica.

Il circo di mastro Vinicio, dunque, riapre i battenti, e lo fa “Dalla parte di Spessotto” (niente a che vedere con terzini della Juve, bensì un inno all’infanzia vissuta da “loser”). Titolo bizzarro per un singolo che rinnova il motteggiare farsesco di “Canzoni a manovella”, con un testo - tanto per cambiare - esilarante: si discetta “dell’acqua riusata nella vaschetta”, di quelli “appena nati dalla parte di sotto… col grembiule senza il fiocco” e di quando si può restare “abbagliati dalla balena nella pancia della falena”… Capossela gigioneggia da par suo tra ritmi saltellanti e divertissement vari. Sembra quasi un’altra “canzone a manovella”, ma affiorano anche i primi foschi presagi (”L’oscurità/ come un gendarme già/mi afferra l’anima”) di ciò che seguirà.

All’euforico affresco futurista di inizio Novecento delle “Canzoni a manovella”, succede infatti un viaggio oscuro e minaccioso, tra incubi e intemperie. “Gioia, salmi, naufragi, meduse e minotauri” - come recita il sito ufficiale - si succedono in un disco straripante, che si snoda come un rosario, attraverso le sue grottesche vicissitudini, fino alla invocazione finale della title track.
Fin dalla terminologia usata è evidente il contrasto tra la dimensione fisica, corporea (sangue, carne, teste, mascellate, ossa, cosce, budella, cervella…), e uno slancio mistico (anime, benedizioni, crocefissi, sudari, rosari…) inedito nel canzoniere caposseliano. Tante, comunque, le parole che - al solito - vivono solo del gusto onomatopeico del loro suono: sbocco, corchide, cubiti, fricassea, inchiostro, scannato, Zoquastro…
Registrate a spasso per l’Italia (Scicli, Treviso, Scordia, Rubiera, Montebello, Calitri, Scandiano, Roma, Milano), le tredici tracce sono a loro volta un pellegrinaggio nello spazio-tempo, tra luoghi mitici (Troia, il Colosseo degli antichi romani) e reali (la Mosca post-socialista, l’Asia di “Lanterne Rosse”). Un percorso affannoso in cerca di requie e protezione, come traspare dal titolo stesso dell’album.

Si parte con “Non trattare”, nenia arabeggiante che lambisce certo misticismo delirante alla Ferretti (la fonte è un salmo dalle Scritture), prima di sprofondare subito nel baratro di quella “Brucia Troia” che Vinicio voleva come singolo perché “avrebbe spopolato nei programmi di dediche radiofoniche” (!) e che è invece un deliquio orrorifico sul mito omerico, registrato nella Grotta Carsica di Ispinigoli in Sardegna, insieme a Ribot e a tre tenori sardi. Voce di carta vetrata, rumori, campanacci di mamuthones e citazioni dall’Edipo Re di Pasolini, per una piéce tanto sconcertante quanto suggestiva.
Altrettanto truculenta è la rievocazione dei riti circensi romani di “Al Colosseo” (un omaggio all’”In The Colosseum” del maestro Waits?), con un altro recitato farneticante di Capossela, su un tappeto di trombette e rulli di tamburi alla “Ben Hur” (”Chi ha taciuto sia mietuto al Colosseo, finché non arrivano i barbari, finché non arrivano i tartari…”).

Tra le novità del disco, oltre a questa attitudine spoken word, un uso più marcato dell’elettronica, portato in dote dal guru Gak Sato e sublimato in “Moskavalza”, techno-souvenir della metropoli russa, affogato in fiumi di vodka e giocato su un divertente pastiche di assonanze testuali.
Non mancano, comunque, tuffi nel passato più “godereccio” di Capossela, quello che vive di cazzeggi cha-cha-cha come quello della “Medusa”, delle baldorie da festa paesana di “L’uomo vivo” (con un testo, però, tutt’altro che innocuo) e di fastosi music-hall alla Broadway (”Nel blu”). E resta - oltre alla stella polare-Waits - il baffo del Conte più jazzy a far capolino con la sua orchestrina dixieland tra le pieghe della nostalgica (e deliziosa) “Dove siamo rimasti a terra Nutless”.

Melodicamente più povero di “Canzoni a manovella”, il disco paga dazio soprattutto nelle ballate (il traditional messicano di “Pena da l’alma”, la pianistica “Lanterne rosse” e la stessa title track finale), calando un po’ alla distanza dopo l’avvio pirotecnico. Ma Capossela si è tenuto l’asso nella manica e se lo gioca alla penultima traccia, con “S.S. dei naufragati”, climax drammatico dell’album, ispirato al “Moby Dick” di Melville e alla “Ballata del vecchio marinaio”di Coleridge (e già inciso in un disco della Banda Ionica). Una spettrale litania per violoncello, armonium, coro e theremin, che si leva in cielo dalla stiva di un vascello sommerso dai flutti, tra legni fradici e spiriti di morte.

In conclusione, che dire di un album così folle, disordinato, perfino sovraccarico di idee e di suoni? Che forse è il disco più coraggioso che Vinicio Capossela potesse fare dopo il botto di “Canzoni a manovella”, che sarebbe stato più facile clonare all’infinito le varie “Come una rosa” e “Che cossè l’ amor “, che i passaggi a vuoto (che pure non mancano) si possono perdonare di fronte a tanta creatività e intraprendenza. E poi, ammettiamolo, come si fa a non amare uno che ti dice di stare “dalla parte del porca vacca”?

Fonte:
ondarock.it

Capossela presenta Ovunque proteggi (da rockol.it)

Viaggi, mostri, cori angelici e champagne: Capossela presenta ‘Ovunque proteggi’

Un pezzo per violoncello, armonium, coro e theremin. Uno per voce e pianoforte solo. Un altro ancora con un trio dixieland di accompagnamento. E a seguire un mezzo bagno nello champagne, come sul podio di una competizione sportiva. Così Vinicio Capossela celebra l’uscita del nuovo disco “Ovunque proteggi”, nei negozi da ieri venerdì 20 gennaio. Siamo nel cuore di Brera, nella ex chiesa di San Carpoforo. “Io stesso”, spiega al microfono con un po’ di imbarazzo prima di eseguire il suo mini set per giornalisti e addetti ai lavori, “sono un ex profeta, e un ex marito. E qui dentro ci sono tanti ex voto”. “Confido nell’anno del Capricorno in cui siamo appena entrati come migliore auspicio per un’opera pelosa e cornuta come questa”, aggiunge, e sembra già di entrare nel mondo fantastico e visionario delle sue canzoni. Deve amarle tanto, perché a ciascuna dedica una frase, un aneddoto, un ricordo. “ ‘Dalla parte di Spessotto’ nasce più o meno trentacinque anni fa, a Bari, quando io di anni ne avevo cinque. Una notte sentii un tarlo nell’orecchio e pensai che sarei morto di lì a poco, troppo presto per essere in regola con la lista dei peccati da compiere e le successive espiazioni. Il giorno dopo, a scuola, capii la differenza che passava tra i bambini bravi e quelli che non hanno mai il fiocco e i capelli in ordine. L’hanno scelta come singolo, misteri della discografia. Io avevo proposto ‘Brucia Troia’: credo che avrebbe spopolato nei programmi di dediche radiofoniche”, butta lì tanto per sciogliere quel filo di gelo, anche climatico, che ancora aleggia nella antica navata della chiesa. Ed ecco le altre canzoni: “C’è un salmo dalle Scritture, ‘Non trattare’, e un pezzo techno, ‘Moska valza’ che in sei minuti racconta la preistoria russa e la realtà di una megalopoli moderna. C’è ‘Al Colosseo’, che è quasi come la colonna sonora di Ben Hur e che tratta un argomento sempre di attualità. C’è ‘Nel blu’, che è un pezzo di magia, danza e illusionismo sonoro. E c’è una canzone molto italiana, un po’ alla Rustichelli, sul mito della Medusa. Mi è nata dopo aver visto un quadro di una pittrice svedese mia amica”. E’ uno dei tanti “mostri”, draghi minotauri e ciclopi, che popolano questo disco visionario, ostico, affascinante. “E’ che mostri siamo anche noi umani”, spiega Vinicio, “creature perennemente divise a metà”. Poi continua a dare le sue indicazioni di rotta: “ ‘Pena de l’alma’ l’ho presa dai Los Lobos. Una sera che soffrivo particolarmente per amore la ascoltai quaranta volte di seguito. E intanto mi spegnevo sigarette sul braccio. ‘Lanterne rosse’ invece è una canzone d’attesa e di ombre. L’abbiamo registrata alle quattro di mattina alle Officine Meccaniche, sui Navigli, una sera di fine agosto. Come sul Golgota arrivò un nubifragio e mancò la corrente: e un po’ s’era spenta davvero la luce, quel giorno. Era morto Matteo Salvatore”. Un altro dei pezzi chiave, “La Ss. dei naufragati”, trae invece ispirazione da Melville e dal Capitano Achab, da Coleridge e dalla sua “Ballata del vecchio marinaio”: “L’avevo scritta per la Banda Ionica. Ci sono spettri e fuochi fatui; il violoncello del maestro Mario Brunello, qui, mi fa pensare ad un vascello che galleggia tra le tempeste dei marosi”. Fa parte del breve concertino, insieme con “Nutless” (“Una storia d’amicizia”) e “Ovunque proteggi”, la canzone. “Risale a tanto tempo fa, è una costola de ‘Il ballo di S. Vito’. Mi sembrava una melodia così forte che per tanto tempo non ho saputo metterci delle parole. L’ho intesa come un pezzo di genere abbracciante, di fine viaggio, quando ci si vuole ricongiungere con chi si è lasciato indietro. Perché se il prezzo di vivere è perdere la partita, quello dell’andare è lasciare. E se questo disco ha un tema, è quello del viaggio che ogni uomo intraprende nel corso della vita con tutte le separazioni che questo comporta”. In viaggio, “on the road” il disco stesso ha preso forma: Milano e Roma, gli studi di Rubiera (Reggio Emilia) e il Teatro delle Voci di Treviso. E poi Calitri, paese natale del padre di Capossela, la chiesa di Scicli, in Sicilia, e la grotta preistorica di Ispinigoli, in provincia di Nuoro. “Sì, è un disco nato nel segno della protezione e del pellegrinaggio, questo. Per strada, a tappe, e grazie a tutti quelli che alle mie richieste più assurde hanno risposto: te lo posso fare”. Li cita uno per uno, i pezzi, perché lui crede nel disco “come opera unitaria, anche se andiamo verso la frammentazione digitale. Se rompere l’unità è un peccato per gli ebraici lo è anche per me: il disco è un tutt’uno, dal cartoncino della copertina alla sua anima di ferro. E questo è da mandare giù tutto intero, magari poche volte nella vita”. Legge una poetica lettera aperta e sembra proprio ebbro di gioia, Vinicio, come il Cristo portato in processione di “L’uomo vivo”. Prosit.

Fonte:
rockol.it

Capossela canta la Bibbia e i kamikaze (da L’Unità)

Capossela ci canta la Bibbia e i kamikaze
di Federico Fiume

Cinque anni dopo Canzoni a manovella Vinicio Capossela torna con un album dai sapori quasi apocalittici, denso di immagini forti, di atmosfere immanenti, in cui la canzone è piegata a una interpretazione mitologica e alla pervasiva presenza del sacro nelle sue forme più arcaiche e possenti. Ovunque proteggi devia dal consueto vocabolario espressivo di Capossela, andando a pescare in fondo all’ampio cilindro del suo immaginario, giù giù fino agli archetipi che infondono il tempo, la cultura, l’umanità sin dall’alba della civiltà. Il Minotauro, la Medusa, i riti sacri del sud Italia, l’enorme bacino dell’immaginario biblico emergono fra i solchi di un album che fa della dimensione atemporale l’arma migliore per rappresentare la contemporaneità. Espressioni come «scontro di civiltà» o «guerra di religione», che sembravano sepolte sul fondo della Storia, sono tornate di drammatica attualità e l’incombere della tragedia, della distruzione, si distende nuovamente sul mondo. Per questo Ovunque proteggi, nella sua rappresentazione drammaturgica neo-barocca, è un attuale e inquietante messaggio di realtà.
«Queste suggestioni - spiega Capossela - mi parlavano già da diverso tempo. C’è un momento in cui le cose ti parlano; cinque anni fa era successo per tutto un altro genere di mondo, quello di Canzoni a manovella che rappresentava una certa storia del Novecento. In questo caso tutto parte dai segni e dalla loro interpretazione; gli dei non si sono mai mostrati agli uomini, bisogna interpretarne i segni. Nell’antica Grecia gli ospiti erano sacri perché sotto le loro spoglie poteva celarsi un dio che bussava alla tua porta. Come un viandante, mi sono messo a disposizione della strada e dell’incontro, ho attraversato il deserto, che è una cosa che bisogna sempre fare per avere visioni. Poi devi digiunare o nutrirti solo di certe cose e soprattutto non prendere nessun tipo di impegni. Dopo il deserto si possono trovare anche luoghi molto prossimi alla tua esistenza, però devi metterti nella condizione giusta d’ascolto». Creato il necessario spazio, giunge la visita dell’ispirazione, che stavolta si presenta nella forma degli archètipi: «Gli archétipi sono le pietre di base su cui tutto è costruito, cose che poi si riproducono e si ampliano». Ma essi non si mostrano se non a chi sa interpretare i segni della loro presenza, segni che Capossela ha percepito in una varia quantità di cose diverse: dall’Ecclesiaste biblico tradotto da Ceronetti, «magnifica fonte di visioni», all’Iliade; dalla cronaca sanguinolenta di islamici martìri esplosivi e relativi video-proclami, alle processioni siciliane della settimana santa, passando per il Colosseo, per Pasolini e il suo Edipo Re o per un vecchio pezzo dei Los Lobos come Prenda del alma, da lui tramutata in Pena del alma. Poi ci sono le gallerie della metropolitana di Mosca che si mostrano come «le nuove catacombe», fino ai funerali di Papa Wojtyla: «Mi hanno molto impressionato - ricorda il cantante - Mi ero ubriacato la sera prima, avevo fatto pasticci e mentre ero lì che mi rigiravo nel letto, dalla televisione accesa mi arriva questo rito solenne. Era il periodo dopo Pasqua, ero già stato a qualche festa della settimana santa in Sicilia. A parte il folclore e il costume c’è proprio l’uomo in quei riti: la carne, la morte della carne, la dissoluzione della carne, il verbo iniziale, perché anche la parola cristianesimo ha già nel suono della sua sillaba iniziale, quel “cr” che la evoca. Guardavo questi funerali sferzati dal vento e alcuni amici di Roma mi hanno detto che c’era solo lì, nel resto della città no. Il vento è stata una presenza che ha accompagnato molti momenti significativi del suo papato, ci sono diverse foto di lui con la mantellina che svolazza. Mi ha molto colpito questa presenza anche al suo funerale».
Le 13 canzoni dell’album sono state registrate in studi, ma anche in una grotta preistorica in Sardegna (Brucia Troia), in una chiesa di Scicli in Sicilia, in una Milano d’agosto che Capossela descrive come «una Babilonia deserta, attraversata da una visione: il sommergibile Toti in lento cammino per le strade della città. Insomma questo è il disco: l’uomo. Partendo dal niente sotto il sole, con intorno un deserto di pietre e una pietra in mano, come nell’Odissea di Kubrick, fino allo spazio».

Fonte:
L’Unità

Ovunque Proteggi su One More Blog

Ovunque proteggi

A digiuno da cinque anni (se si trascura l’uscita del 2003 della raccolta “L’indispensabile”), ovvero dall’eccellente “Canzoni a Manovella”, ci troviamo emozionati e compressi dalla ressa allo showcase di Ovunque Proteggi, nuovo disco di Vinicio Capossela, organizzato al feltrinellone di piazza Piemonte a Milano. La ressa è tale che a un certo punto gli ingressi vengono chiusi, i Vinicio cloni si sprecano, con la barba incolta, il cappello sulla nuca e un bicchiere di rosso in mano. La situazione - come sempre quando c’è di mezzo il più geniale e visionario cantautore italiano vivente - è surreale. Vinicio sale sullo stage emozionato e pencolante, farfuglia due parole, beve un bicchiere di vino rosso, ricomincia. Lo showcase è bislacco, lui racconta storie visionarie e di tanto in tanto fa ascoltare un pezzetto del brano. Peccato non aver potuto ascoltare prima il CD, si sarebbe potuto capire molto di più di quello che Vinicio ha raccontato tra un sorso di vino e l’altro.

Non s’è capito granché, ma la percezione - dai frammenti proposti - è stata subito eccellente. La corsa a casa e un doppio ascolto hanno confermato la prima impressione. Il disco è un capolavoro. Assoluto, folle, visionario. Come un quadro di Van Gogh, come un libro di John Fante. Si ascolta sapendo che lo si riascolterà. Non si consuma come tanta altra musica, ma dice con chiarezza che regalerà emozioni nuove a ogni ascolto per tanto tempo a venire. Magico, inimitabile Vinicio.

Qualche commento sui singoli brani.

Non trattare. Testo gotico-cabbalistico, musica di atmosfera ashkenazita, “se non chiedi non ti sarà; dato, se non cerchi non sarai trovato” arricchito dallo shofar di Elia Galante. Zeno De Rossi suona teste di morto e mascella d’asino. Sei minuti di suggestione mediorientale.

Brucia troia. “Il cavallo di troia è ciucco come il mio ciuffo. Fai scialo amante mia delle tue cosce”. Testo da sarabanda caposseliana, dal doppio senso del titolo, un ossessionante edizione di Maraja.

Dalla parte di Spessotto. La filastrocca che Vinicio non manca mai di regalare, tornano le atmosfere di Canzone a manovella (anche qui c’entra il mare, c’è la pancia della balena), ma con un arrangiamento più complesso, a volte quasi ridondante, che aggiunge ironia e fa di “Spessotto” un capolavoro. Il finale felliniano, dove la musica si trasforma e sorprende anche al secondo ascolto, è la pura genialità di Vinicio che sborda e sbrodola, lasciando annichilito l’ascoltatore.

Moskavalza. Il maraja torna in versione turbotechno, condito con la rima cervella-caravella che solo Capossela poteva inventare. “La zigulì è finita, kurkskaja in rimonta”, rime ossessive e allucinate, esagerate. parole in libertà, che perdono il significato originale (quando ce l’hanno) e diventano strumenti musicali.

Al colosseo. Vinicio gioca con corni, timpani e gladiatori, che devono essere sbranati, spellati, squartati al Colosseo e poi serviti in fricassea dopo aver “ricevuto il ferro” con l’antico grido habet hoc. Un’altro incubo grandguignolesco di suoni e parole, che non si riesce a smettere di ascoltare.

L’uomo vivo. “Va il cristo di legno, non crede ai suoi occhi, non crede alle sue orecchie, nemmeno il tempo di resuscitare e già l’anno portato a mangiare”. La banda “A. Busacca” di Sicli, provincia di Ragusa, il 18 agosto accompagna in processione la statua di Cristo. Vinicio lo racconta e riesce, con la sua musica da circo e la sua improbabile e geniale filastrocca, a far percepire a chi ascolta l’ondeggiare di una statua di legno portata a braccia dalla folla.

Medusa cha cha. “Mi ha messo un aspide per capello e adesso in testa mi sento uno zoo”. La mitologica Medusa si trasforma in una signorina ammiccante, che balla il cha-cha-cha, preoccupata di avvisare ogni partner di non guardarla negli occhi, per non diventare un baccalà. Ma non c’è verso, povera Medusa, ci cascano tutti. Ma lei non rinuncia ad aspettare un uomo vero che la prenda per i “capelli” e le facia “perdere la testa”. Atmosfera anni ‘50 e sonorità volutamente obsolete aggiungono a un testo esilarante.

Nel blù. Dolcissimo nonsense a ritmo di valzer, in cui Vinicio rivela tutta la sua follia di artista che galleggia tra i fumi dell’alcol e la sua fantasia senza confini. Follia contagiosa, perché la strofa “L’illusione è tutto nella vita, tenere in vita il domatore, fasciare i fianchi alla zuava, in martingala”, che sposta il valzer su magiche atmosfere viennesi, è contagiosa.

Nutless. “Buttarci a piedi pari nella vasca del Campari”. Una suggestione creata su un personaggio del suo libro, Nutless, che aveva grandi progetti ma finisce a dipingere soldatini in miniatura.

Pena de alma. “Come levare via il profumo al fiore? Come togliere al vento l’armonia?” Atmosfere da America del sud per questa versione riveduta e corretta di una dolorosa canzone tradizionale messicana, a cui Vinici aggiunge una punta della sua magia. Pregevole guitaron di Glauco Zuppiroli.

Lanterne rosse. “Le ombre fanno e disfanno giganti nel cielo color di pioggia”. Un’atmosfera sottile, intimista, che ricorda i primi dischi, impreziosita dal profumo cinese e dal piano Duysen che Vinicio sa far cantare come nessuno.

S.S. dei naufragati. “E il comandante avanza e niente si può fare. Vuole una morte la vuole affrontare”. Un recitativo ermetico e visionario, sottolineato da un violoncello in primo piano.

Ovunque proteggi. “Ancora proteggi la grazia del mio cuore. Adesso e per quando tornerà l’incanto. L’incanto di te, di te vicino a me”. Canzone dell’amore assopito, a tempo di beguine, dolcissima e ispirata. Commovente ed emozionante al contempo, è con Spessotto il pezzo migliore di un CD “migliore” in tutto e per tutto.

Fonte:
One More Blog

Sacro ancestrale, terreno e spirituale: un disco obliquo ed abbracciante

E’ un magnifico disco obliquo e rimbalzante. E’ un disco “abbracciante” come lo ha definito lo stesso Capossela, ma soprattutto “è un disco”, ossia un’opera compiuta con un inizio e una fine, un senso di marcia, delle istruzioni per l’uso che partono dalla copertina e finiscono all’ultima nota dell’ultimo solco un’ora, 11 minuti e 58 secondi dopo. Anzi, partono ancora prima perché Vinicio, facendo parziale violenza a se stesso, ha parlato del disco, lo ha presentato la sera del 19 gennaio a Milano, nella ex chiesa sconsacrata di San Carpoforo e ha fatto percepire l’affetto e le aspettative che nutre per questo lavoro. Diciamolo subito che sennò ci scappa fuori: se non è un capolavoro, poco ci manca.

Caleidoscopio in rosso

E’ comunque un’opera d’arte da ascoltare a lungo, da assaporare, da lasciare magari decantare un attimo, prima di tornare ad aspirarne l’aspro sentore di tannini o il velluto delle note che, a grappoli diseguali, ti si infilano in gola e nelle orecchie, formando una compatta colonna sonora per questi tempi disidratati. Difficile seguire esattamente tutte le circonvoluzioni, i ghirigori, i disegni automatici, le contraddizioni, i giochi di parole, i possibili equivoci di cui Vinicio costella le sue partiture. Restano la suggestione di 13 tracce quanto mai varie eppure unitarie nel loro eclettismo, che svariano da reminiscenze folkloriche (più che nel passato), il senso di un blues eminentemente personale, i ricordi d’infanzia, i topos letterari o cinematografici, le piccole tracce sparse di rebetico, un ché di musica circense che ci riporta immediatamente a Nino Rota e Fellini. I momenti lenti e riflessivi hanno il netto sopravvento su quelli più forti, ma pur nella sua lunghezza, nella sua farcitura degna di un piatto rinascimentale, il disco non annoia mai, perché la tavolozza dei paesaggi si impregna sempre di nuovi colori. Può sempre essere un rosso, ma qua è carminio e là è porpora, un po’ oltre è vermiglio e quindi trascolora in magenta. Ma anche rosso come i paramenti di una chiesa.

La penitenza dell’amaro del mare

A livello dei testi la sensazione dominante è infatti quella di una pervasiva spiritualità, sensazione corroborata dalle musiche che spesso sembrano alludere a temi sacri, ma il sacro di Capossela è più accennato che svelato: è un approccio pasoliniano allo stupore e alla meraviglia dello spirito. Che può essere, anche in senso pagano, quello insito nelle cose o nei luoghi diversi, sparsi per l’Italia, in cui “Ovunque proteggi” è stato concepito e in parte registrato: dalla grotta preistorica di Ispingoli in Sardegna, al paese natale del padre di Vinicio, Calitri in provincia di Avellino, al Teatro delle voci di Treviso, alla chiesa di San Bartolomeo di Scicli (Ragusa). Canzone eponima di questo coté spirituale è “S.S. dei Naufragati”, già presente in quel piccolo capolavoro, schivo e difficile, che è “Matri mia” di Banda ionica. La versione attuale, meno bandistica, più recitata e e dalla durata doppia è eseguita con il coro della Cappella di San Maurizio di Milano, nella chiesa di San Cristoforo sui Navigli e accompagnata dal violoncello/vascello di Mario Brunello, il teremin di Vincenzo Vasi e l’armonio di Stefano Nanni: “Oh madre mia / salvezza prendimi nell’anima / Oh madre mia / le ossa nell’acqua” oppure “E venne dall’acqua / venne dal sale / la penitenza / dell’amaro del mare”. “Questa è la ballata / di chi si è preso il mare / che lapide non abbia / né ossa sulla sabbia / né polvere ritorni / ma bruci sui pennoni / nei fuochi sacri / i fuochi alati / della Santissima dei naufragati”. Ma se questa è la canzone che più richiama la spiritualità “L’uomo vivo” parla di qualcuno che “ha lasciato il Calvario e il Sudario / ha lasciato la croce e la pena / si è levato il sonno di dosso / e adesso per sempre / per sempre è con noi”. Ma è uno strano Cristo questo, da festa popolare, da processione laica, da alzare e fare “saltare fino che arrivi in cima fino al ciel / fino a che veda il mar” che “barcolla e traballa / sul dorso della folla / si butta / si leva / al cielo si solleva”. Un Cristo da abbracciare e portare a mangiare! E “Non trattare”, il brano iniziale, quasi con una giaculatoria sciamanica, ossessiva, ipnotica, invita a “non trattare … la tua fede non trattare / Non trattare / non ti frantumare / o il peccato di renda mortale”. E “Colosseo” finisce con “il rosario della Carne” che riporta dritto alle Sacre Scritture, ma alla loro parte più buia e priva di gioia che un’interpretazione straniante non riesce a sollevare. Ma in fin dei conti lo stesso titolo richiama la preghiera, l’immagine sacra.

Il cavallo di Troia è ciucco

Gli episodi più leggeri sono affidati a “Brucia Troia” (sì, il doppio senso è voluto), a “Moskovalza” e a “Medusa cha cha cha”, che a dire di Capossela riecheggia il twist contenuto in “Ricotta” di Pasolini. Poi c’è “Dalla parte di Spessotto”“A sei anni sei già perduto / e quando ti interrogano rimani muto (ma sul booklet c’è scritto “mupo”, ennesima capriola o sberleffo?)”. Voce in secondo piano e forse filtrata attraverso un megafono, con un potentissimo “shaba dum dum” in primo piano, melodie da anteguerra e ritmiche circensi. Piccolo gioiello di neo-realismo italiano.
che è un po’ il brechtiano “dalla parte del torto” riattualizzato e vissuto nella contrapposizione tra gli Spessotto e i Davide in cui si dividono tutte le scuole del mondo (sarebbe come dire i Franti e i Garrone, l’ultimo e il primo della classe).
Come è gonfia la strada di polvere e vento nel viale del ritorno

Ma se tutto il disco ha le stimmate delle genialità e dell’intensità, è nell’ultimo terzo dell’opera che risiedono le tracce più interessanti: cinque canzoni lunghe, per quasi trenta minuti di musica e parole e una successione di perle che iniziano con “Dove siamo rimasti a terra, Nutless”, proseguono con “Pena de l’alma”, si fanno purezza accecante in “Lanterne rosse”, si buttano nel gorgo della già citata “S.S. dei Naufragati” e sfumano nella dolcezza “abbracciosa” di “Ovunque proteggi”, canzone omonima all’intero lavoro e piccolo seme da cui, in fondo, come informa Vinicio, è nato tutto l’album. “Ovunque proteggi” è nata come sola musica che doveva essere inserita ne “Il ballo di San Vito” del 1996, ma non erano arrivate le parole adatte. “Quella musica aveva qualcosa di sacro - scrive Capossela nelle note di presentazione del disco - se per sacro intendo ciò che mi è caro. Ebbene, quella musica mi faceva rimpiangere tutto ciò che mi era caro. A parte piangerci sopra però non sapevo cosa farmene. Quindi l’ho messa da parte, perché pensavo che si meritasse qualcosa di suo. L’ho protetta a mio modo”. Adesso il momento è arrivato: sono arrivate le parole, la canzone “si è sporta per lasciarsi afferrare dalla scrittura” e ha coagulato attorno a sé le altre composizioni, fino a formare, nel corso di un anno scarso, il nucleo dell’intero disco. Un disco questo, a lungo meditato, ma in fin dei conti, composto e registrato in sei mesi scarsi e rifinito presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani, un nome che, come ormai sappiamo, sta sempre vicino alla musica di qualità superiore. “Ovunque proteggi” è musica di qualità superiore.

Fonte:
Bielle.it